Deserto rosso

di Michelangelo Antonioni, Italia- Francia, 120 min.

Commento di Rossana Gentile, Francesca Geria, Maria Stanzione.

“Ogni giorno viviamo un’avventura ideologica o sentimentale. Ricerchiamo una verità che ci potrebbe aiutare a risolvere i problemi quotidiani della vita. Ma non riusciamo mai a raggiungerla e coloro i quali riescono a intravederla non intendono confessarlo”.

Dopo la breve stagione del neorealismo italiano, alla fine degli anni 50, grazie all’apertura del paese alla modernità e alla laicità, con il conseguente allentamento della censura, il cinema italiano svetta nelle produzioni e negli incassi ponendosi sullo stesso piano del cinema americano.

Registi come Fellini, Rossellini, Pasolini, Visconti e Antonioni sviluppano stili e temi personali che pur diversissimi tra loro, li rivelano quali autori originali e inimitabili.

L’opera di Antonioni corrisponde al cinema della società del benessere; i suoi film sono quelli che faranno maggiormente da specchio alla nuova borghesia emergente, ma che pagherà il benessere raggiunto con una crisi esistenziale che comporterà l’assenza di felicità.  Attraverso di lui, il cinema di quegli anni ha potuto lasciarci un quadro della crisi di sentimenti e della trasformazione antropologica dell’uomo e della donna nella nuova società.

Pur avendo vinto innumerevoli premi, (solo per citarne alcuni, il Pardo d’oro a Locarno nel ’57 con “Il grido”, il Leone d’oro a Venezia con Deserto rosso”, la Palma d’oro a Cannes nel 66 con Blow-up, il David di Donatello con “La notte”, vari nastri d’argento, due nomination agli Oscar e infine, nel 1995, l’Oscar alla carriera), spesso i suoi film si rivelavano flop commerciali finendo sempre col dividere la critica.

Come scrive Fofi ne “I grandi registi della storia del cinema”, Antonioni divise la critica, ma come la dividevano il Nouveau roman, il rock o la pop art, per via della sua radicalità, in anni di estrema vivacità delle arti, gli ultimi così straordinari. (Fofi 2008 pag.178)

“Deserto Rosso” fa da cerniera tra la trilogia dell’incomunicabilità e i suoi successivi lavori.

Girato interamente a Ravenna in un paesaggio devastato dall’inquinamento che fa da specchio alle devastazioni dell’animo, è il nono film dell’autore.

Narra la storia di Giuliana, moglie nevrotica di un industriale che cerca inutilmente la soluzione dei suoi problemi nell’adulterio finendo col vagare senza raggiungere alcun obiettivo.

È questo il primo film a colori di Antonioni; con esso abbandona il bianco e nero scegliendo un colore antinaturalistico che ben dipinge di angoscia il paesaggio invernale di nebbie e petroliere in cui si muovono i protagonisti, esponendo allo stesso tempo, con maestria il difficile adattamento dell’uomo al nuovissimo mondo bello e mostruoso creato dalla civiltà industriale.

Partendo da minimi pretesti narrativi, il film rappresenta il comportamento umano che tenta di sfuggire alla solitudine e all’incomunicabilità attraverso avventure erotiche o disperati tentativi di suicidio.

Questo è ciò che dice Antonioni del film, in un’intervista riportata da Giorgio Tinazzi nel volume edito da Il Castoro: 

“C’è una ragione che mi fa considerare Deserto Rosso come molto differente rispetto ai miei film precedenti: non parla di sentimenti. Arrivo a dire che i sentimenti non vi hanno niente a che vedere…Prima erano i rapporti dei personaggi tra di loro che mi interessavano. Qui il personaggio centrale è confrontato parimenti con il retroterra sociale, e questo fa sì che io tratti la mia storia in un modo assai diverso”.

Note alla discussione sul film di Rossana Gentile, Francesca Geria, Maria Stanzione.

Il film mette a fuoco “l’eclisse dei sentimenti” che inevitabilmente conduce al “deserto della vita”. All’interno di una società e di una natura inquinata, il film è espressione e raffigurazione della “sostanziale e angosciosa bellezza autonoma delle cose”.

Nono lungometraggio di M. Antonioni, il primo a colori, racconta di una donna angosciata, Giuliana, che ha tentato il suicidio dopo un terribile incidente con l’auto. Il suo matrimonio è in crisi e tutto scorre con monotonia finché comincia a nutrire interesse per un altro uomo, Corrado, ma non ne nasce  una vera e propria relazione extraconiugale. Film denso di atmosfere rarefatte e nebbiose, ambientato nella pianura padana industrializzata, è particolarmente bello per la straordinaria capacità di riprodurre, nel pieno del boom economico, la dimensione di un’esistenza priva di sentimenti, un deserto rosso, appunto. Antonioni “regista della malattia” si potrebbe dire: nel film una recitazione impersonale sottolinea e amplifica l’assenza di scambi affettivi. Monica Vitti, la protagonista, sembra trovarsi in costante pericolo di un attacco di panico, vaga alla ricerca di qualcosa, a stento riesce a tradire il marito. Un senso di vuoto attraversa le scene del film. Il paesaggio, dotato di una sua poetica (la fabbrica, il fumo, le nebbie), è pervaso dal senso di solitudine inenarrabile che si respira talvolta sulle rive del Po.

Il film non parla di sentimenti, ma della difficoltà di vivere: i personaggi sono come ingessati in una forma bidimensionale, la protagonista “vede” qualcosa di angosciante ma nessuno sa dirle cos’è, non può guardare il mare che si muove, non le piacerebbe più niente, non può partire, dovrebbe portare via “tutto”, tanto vale, dice, restare dove si è. La sua incapacità di esprimere sentimenti è ben visibile nel rapporto con il figlio, muto accompagnatore solitario nel suo vagare tra le dune industriali durante la prima scena, girata nel bel mezzo di uno sciopero. Il bambino la segue, la asseconda, come un alieno. A un certo punto del film dichiara di non sentire il proprio corpo: è una messa in scena o verità? Un modo per attirare l’attenzione della madre? Quest’ultima, per tranquillizzarlo, gli racconta un sogno che ha fatto e lui si risolleva, è l’unico momento del film in cui Giuliana si abbandona al sentimento e alla immaginazione, pronta, subito dopo, a inseguire le sue angosce che la allontanano da lui. Al bambino non resta che chiudersi nuovamente nel suo isolamento che riflette una condizione comune a tutti i personaggi: o si è fusi, come in un’unica goccia d’acqua, oppure si è abbandonati, non c’è spazio per la separazione, la differenziazione che produce identità. In una delle scene iniziali, il piccolo chiede alla madre, mostrandole due gocce che tendono a congiungersi su un foglio, quante ne veda e alla madre che ribadisce che sono “due” timidamente ribatte che ve ne è “una sola”, come evidentemente lui si percepisce in un unico corpo, assorbito, assente, nel pensiero e nel deserto dei sentimenti materni.

Se il paesaggio esterno rimanda un pauroso senso di solitudine e di oppressione, gli ambienti interni sono freddi e anonimi, le pareti vuote, un silenzio avvolge gli spazi rendendoli ovattati e irreali. I giocattoli del bambino non possono che essere anonimi e “duri”.

Si avverte frammentazione e assenza dei legami nella coppia coniugale, oltre che nel rapporto tra madre e figlio: Corrado, che sembrerebbe capire la donna più di quanto non faccia il marito, è a sua volta concentrato sulle sue problematiche. Deve elaborare il lutto per la morte del padre, di cui ha ereditato la fabbrica, non sa ancora  dove andare, se restare o partire per il Sudamerica.

Nel sogno che la madre racconta al bambino, lei è sola, bambina, nella splendida spiaggia di Budelli. Gli altri sono fonte di contaminazione, analogamente ai passeggeri del vascello, che come le altre imbarcazioni del film compare dal nulla nella nebbia e domina lo schermo. E’ armeggiato nel porto in attesa che un medico salga a visitare l’equipaggio in quarantena.

Corrado cerca operai specializzati disposti a partire. Qualcuno rifiuta la proposta di lavoro per difendere il profondo legame con le origini. La situazione si fa drammatica.

Non tutto è dunque assenza di legami, l’acqua, protagonista del paesaggio insieme ai fumi delle fabbriche, è un elemento arcaico che sembra tenere insieme i frammenti.

Tra i mormorii delle onde che si infrangono lungo le pareti delle imbarcazioni, ha luogo l’ultima scena del film, un dialogo breve ma intenso tra Giuliana e un marinaio straniero. Lei gli comunica che qualcosa di terribilmente angoscioso le accade ma lei non riesce a capire cosa è. Lui la ascolta, senza parlare, la segue. Lei si ferma e conclude che forse dovrà pensare che tutto ciò che le accade è in fondo la sua vita. Lui le dice qualcosa, in una lingua straniera. Sebbene parlino due lingue diverse sembra averla capita.

Novembre 2015