Dream of a life

 

Carol Morley, Gran Bretagna, 2011, 90 min.

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Scomparsa o mai venuta al mondo?
L’incredibile storia di Joyce Vincent nel docu-film ‘Dream of a life’

 Commento di Rossella Valdrè

E’ da poco approdato alle sale cinematografiche americane (la prima a New York in agosto), il bellissimo documentario che la regista inglese Carol Morley ha dedicato all’inquietante vicenda della cantante Joyce Vincent, trovata morta nel suo appartamento di Londra nel natale del 2006. La vicenda rimase pressocchè sconosciuta in Italia e, dato il triste destino del genere documentario presso la nostra distribuzione – che ignora anche titoli come questo premiato al London Film Festival del 2011 e presentato al Sidney Film Festival nel giugno 2012 – c’è da esser quasi sicuri che lo spettatore italiano non ne verrà mai a conoscenza.

Eppure la storia di Joyce Vincent, relativamente trascurata anche dai media inglesi fino alla sentita e delicata rivisitazione che ne ha fatto la regista nel 2011 dopo anni di intense ricerche, aveva tutti gli ingredienti per accendere la fantasia di uno scrittore di noir o di scatenare, più banalmente, interminabili Chi l’ha visto?

Joyce Vincent fu trovata morta a 38 anni nel suo appartamento londinese dove viveva sola, circondata dai regali di Natale di cui aveva con cura preparato i pacchetti, ma in questa macabra rappresentazione tra l’onirico e il fiabesco, i poliziotti si trovarono di fronte i resti putrefatti di un corpo che giaceva lì da tre anni, dal 2003, nell’assoluto silenzio di qualsiasi segnalazione. Nessuno, per tre anni, aveva denunciato la scomparsa di questa giovane donna, in passato relativamente nota, nessuno doveva averne notato l’assenza dagli ambienti che frequentava, nessuno doveva averne quindi sentito la mancanza e neppure – e questo ha davvero dell’incredibile – neppure il padrone di casa ne aveva sollecitato l’affitto nonostante un addebito di ormai quasi tremila sterline. Qualche trafiletto – Woman dead in flat for 3 years – al momento del ritrovamento, (la puzza insopportabile che emanavano quei resti avevano alla fine mosso un vicino a chiamare l’ufficio igiene), e l’annuncio serale alla BBC news incuriosiscono la giovane documentarista (già fattasi notare col precedente The alcool years), che inizia quella che rivelerà una ricerca ostica. Sulle prime, nessuno sembra voler parlare di Joyce: come accade per certi vecchi trovati morti nelle loro case e di cui non si ritrova più nessun congiunto, un enigmatico vuoto intorno a Joyce Vincent. Lentamente, Carol Morley riesce a ritrovare i tasselli, a ricucire la trama di una vita breve e solitaria, segnata dal trauma infantile della precoce morte della madre quando Joyce ha 11 anni, seguita poi dall’abbandono del padre e la separazione dalle tre sorelle che resteranno ai Caraibi, dove la famiglia era originaria. Mescolando interviste e scene immaginarie interpretate dalla giovane attrice Zawe Ashton (inglese di madre ugandese, perfetta nel richiamare i tratti somatici che furono di Joyce), il film ricompone i tasselli della memoria e ricostruisce gradualmente il filo della triste vicenda esistenziale di Joyce, a cui efficacemente la regista affida le immagini, molto evocative, ma senza ricorrere mai alla parola, tranne alcune canzoni: Joyce fu, in effetti, una donna senza voce.

Perchè l’interesse, a mio avviso, psicoanalitico, oltre che artistico e stilistico per l’opera in sè? Non possiamo che fare ipotesi, fantasie e congetture, ma la vicenda di Joyce sembra richiamare una delle risposte possibili all’impatto precoce del trauma: Joyce, che all’inizio sembra avere tutte le possibilità e i talenti di una vita bene avviata, scivola progressivamente in un difensivo guscio autistico, in una sorta di rifugio della mente che la isola sempre più dal mondo, forse proteggendola, e forse motivando così l’assurda dimenticanza da parte di tutti.

 Ripercorriamone brevemente la biografia. Nata a Londra da genitori di origini caraibiche (i cosiddetti west indians) e ultima di quattro sorelle, Joyce si impiega molto giovane in una ditta come segretaria, da cui le prende le mosse il documentario. Inspiegabilmente, lascia questo posto di lavoro e i colleghi, rintracciati in seguito dalla regista, ne perdono le tracce. Dotata del talento del canto, la ritroviamo agli inizi di quella che sembra una promettente carriera musicale: incide alcuni dischi, è apprezzata nel mondo musicale londinese, qualcuno la paragona persino a Whitney Houston…altra fragile figura prematuramente scomparsa. Ma anche dalla scena musicale, Joyce sembra sparire, sottrarsi, quasi si volatilizzasse: nessuno, tra amici e conoscenti, ne sa quasi più nulla.

Un ex fidanzato ricorda che trascorsero, per un certo periodo, molto tempo insieme, e sembra che alla bella Joyce non fossero mancate occasioni di flirt e brevi relazioni, ma nessuna di queste prosegue; i pochi amici, che forniscono al docu-film le testimonianze più sentite e significative, la descrivono come una persona dolce, intelligente e sensibile, riservata, ma progressivamente ne perdono le tracce. La ritrovano poi, qualche anno dopo e con loro grande sorpresa, ospite di una casa per donne maltrattate, evento che sembra stonare con quanto conoscevano di lei e con la vita condotta fino ad allora. Cosa era successo a Joyce? Perchè si trovava lì, aveva forse subito violenza? Il doveroso riserbo che queste istituzioni mantengono sulle donne ospitate, impedisce di saperne di più. Un flash della vita infantile adombra, forse, una possibile seduzione da parte del padre….Di Joyce bambina, solo poche immagini, ma capaci di evocare quella che dovette essere la fissità del ricordo traumatico e della perdita: la madre che si allontana in auto per andare in ospedale e non farà più ritorno, il padre che presto si lega ad un altra donna, le sorelline da cui si separa precocemente e con cui perde, misteriosamente, tutti i contatti (tanto che non vengono a conoscenza della morte se non dai media).
 Se dovessimo cercare un termine per tracciare il fil rouge della vita di Joyce, esso sarebbe mistero. Perchè tagliò i ponti con tutte e tre le sorelle, o perchè furono loro ad abbandonarla? Perchè abbandonò, lei bambina abbandonata, tutte le sue promettenti attività, gli amici e i conoscenti, finendo in un silenzioso anonimato da cui solo l’ufficio igiene, anni dopo, la tirerà fuori?

 E’ scomparsa, Joyce Vincent, o mai venuta al mondo? Un essere umano che sembra non aver lasciato traccia. Nellla tragica messinscena del Natale, dove comprò i regali e ne fece pacchettini di cui si circonda, non si ritrovano anni dopo che minuscoli resti destinati alla medicina legale. Privilegiando la scelta stilistica della rievocazione, opportunamente la regista non indugia nel trasformare la vicenda in un giallo: le cause della morte potrebbero essere legate all’asma di cui soffriva, o forse a un suicidio, ha poca importanza. In ogni caso, si è lasciata morire, inscenando una festa inesistente a cui non era invitato nessuno, come a drammatizzare la sua immensa solitudine, la vacuità, l’inutilità di ogni spettacolo, di ogni umana rappresentazione. La fine di ogni festa, l’assenza di ogni sogno, per lei, per cui forse una stessa esistenza normale aveva rappresentato un sogno, Dream of a life.

Frances Tustin definisce “to shy away” (1986, 1990)[1] il progressivo e silente ritiro nel nucleo autistico che avviene in alcuni bambini, inconsciamente, in risposta a traumi precoci, a residui di esperienze primitive traumatiche, pre-simboliche e dunque, non concettualizzate e sottratte alla futura elaborazione e significazione. Si deve in particolare a questa autrice, come è noto, l’aver esteso il concetto di nucleo autistico all’ubiquitarietà della vita psichica inconscia: sacche, capsule di esperienza traumatica non eleborata resterebbero silenti e incistate nella psiche, convivendo col resto della personalità senza interferire, o eplodendo nella vita adulta sotto forma di psicopatologia o di malattia psicosomatica quando qualcosa mette in crisi l’assetto difensivo.protettivo che il guscio assicurava. Come se l’identità primitiva fosse sì protetta, all’inizio, nello sviluppo di un sè debole e ferito, ma restasse come segnata da una crepa che la esporrà nel corso della vita o a chiusure progressive per sopravvivere, o al rischio di un crollo dell’intera personalità quando il guscio autistico venga minacciato.

Senza avventurarci in indebite, in questa sede, esplorazioni psicoanalitiche, possiamo però immaginare che qualcosa, ad un certo punto, debba avere messo in crisi il guscio difensivo in cui Joyce si proteggeva, vivendo sola e mantenendosi relativamente isolata, interrompendo attività e legami come a non doverne sentire il bisogno, o a non poterne troppo lungo dipendere: forse il riattivarsi del vissuto traumatico con una violenza subita, che la conduce alla casa delle donne maltrattate? Forse la conferma, con quell’evento di cui non conosciamo la reale natura, che per lei non c’era speranza, non ci sarebbe stata soluzione possibile, che sarebbe stata ancora e sempre una bambina abusata, nel senso lato di chi deve sopportare pesi troppo gravosi per lei? L’isolamento in cui si lascia scivolare, quasi volontariamente, ha qualcosa di più dell’isolamento vero e proprio: è un non lasciare traccia, non lasciare memoria, come a dire ‘dimenticatemi’.

A ridare vita e dignità a questa particolare vicenda umana, è stata solo la curiosità e la tenacia della giovane regista, come se Joyce Vincent potesse rivenire al mondo, rinascere, solo grazie al potere fantastico-ricostruttivo del cinema, mosso dall’interesse di un altro essere umano. Come avviene a volte nel lavoro analitico con certi pazienti, così lontani, inavvicinabili e spenti, che a volte anche per lunghe fasi dell’analisi esistono solo in quanto esistono nella nostra mente.

                                           Go, go, go, said the birth: human kind cannot bear very much reality*

                                                                                         T.S. Eliot

[1] Tustin F. (1986): Autistic Barriers in Neurotic Patients, trad. it Barriere autistiche in pazienti nevrotici, Borla, Roma, 1990 e Tustin F. (1990): The protective Shell in Children and adults, Karnac Book, London

* Va, va , va, disse l’uccello: l’uomo non può sopportare troppa realtà.