Due volte genitori

Claudio Cipelletti – I – 2008

 

commento di Pietro Roberto Goisis

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Inizio con una cattiva notizia cinematografica: vi avviso che difficilmente potrete vedere questo film nelle sale, a meno che non conosciate personalmente dei distributori o dei gestori da poter influenzare sulla programmazione delle sale. (In realtà, secondo dati aggiornati al 6/10/2009, circa 6000 spettatori lo hanno visto in sala. Inoltre sul sito del film www.duevoltegenitori.com si trova il calendario aggiornato di tutte le proiezioni pubbliche, e quello delle proiezioni fatte. Vi si trova inoltre la rassegna stampa e molto altro, tra cui le indicazioni per avere il dvd, per posta o nelle librerie)

Proseguo con una buona notizia: il dvd del film è facilmente reperibile ed acquistabile presso l’Agedo. Cosa è l’Agedo? È una associazione con diverse sedi nel territorio nazionale il cui acronimo significa "associazione genitori di omosessuali" che ha prodotto questo film,  dopo che qualche anno fa, con lo stesso regista, aveva prodotto e realizzato un primo film-documentario "Nessuno è uguale", nel quale veniva rappresentata la realtà degli adolescenti alle prese con la scoperta e gestione della propria omosessualità.

Questa volta il focus è messo, credo come naturale prosecuzione del discorso iniziato allora, sul versante dei genitori. Cosa succede quando questi vengono in contatto con l’omosessualità dei propri figli? Come reagiscono alla scoperta o, come accade più spesso, al coming out dei figli? Come gestire questa novità, come portarla avanti dentro di sé, in primo luogo, nella famiglia poi, con gli amici, i parenti, l’ambiente sociale, ecc, ecc, ?

Avevo "scoperto" il primo film due anni fa. Stavo preparando una conferenza da tenere a Verona. Le colleghe di Itinerari Psicoanalitici avevano appena organizzato il loro Convegno annuale sul tema dell’identità e volevano, come loro abitudine, proseguire con degli approfondimenti monotematici nel corso dell’anno. Si erano rivolti a me per una riflessione sul tema dell’adolescenza. Avevo scelto il titolo: "Forse sono omosessuale…Identità e scelte sessuali in adolescenza". Come di consueto avevo iniziato a navigare su Internet, inserendo parole chiave ad hoc, ed improvvisamente era apparso un rimando al film "Nessuno è uguale". Rapida consultazione, lettura, informazione, contatto con l’Agedo, acquisto e consegna a domicilio del dvd. Il tutto poi utilizzato, proficuamente, sia nella Conferenza, sia in altre occasioni di formazione.

Questa volta non ricordo bene come sia venuto a conoscenza del nuovo film. Forse una notizia sui giornali, forse una mail, forse un manifesto nell’atrio di un cinema, davvero non lo so. Fatto sta che, avendo in corso un seminario sul lavoro con i genitori di adolescenti, mi sembrava una buona occasione per una riflessione sul tema. Tralascio le peripezie che mi hanno consentito di avere una copia del dvd (sempre grazie alla straordinaria efficienza dei volontari Agedo…), per raccontare, prima di parlare del film, la proiezione che ho organizzato con i partecipanti al seminario. Avevo deciso di non vedere il film in anteprima per poter condividere con  gli allievi l’esperienza della "prima visione". Facilmente riassumibile nella parola "commozione", non tanto per usare un termine abusato, ma vera e propria, con tanto di lacrimoni e soffiate di naso collettive, docente compreso…

Ecco il film, allora.

Di nuovo ho avuto la conferma che un film può essere "psicoanalitico" anche se non ha degli psicoanalisti tra gli ideatori o sceneggiatori. Anche se il tema è off limits.

Sono 96 minuti di un viaggio, una specie di railway movie, tra scompartimenti di treni, rotaie, binari, poetici paesaggi italici che scorrono dai finestrini, dolci motivi musicali, catene montuose, stazioni ferroviarie, aeroporti, gruppi di discussione, persone, parole, pensieri, ricordi, esperienze, sensazioni, racconti, facce. Il tutto attraverso sei tappe denominate con sei temi differenti. Sono 96 minuti quasi totalmente riempiti da persone che parlano in realtà…noioso, potrebbe dire qualcuno…avvincente in realtà!

È molto difficile, bisogna credermi, cercare di rendere l’idea di cosa si tratti.

Mi faccio aiutare dai titoli dei sei capitoli:

1. Mi è mancata la terra sotto i piedi;

2. Ho perso mio figlio;

3. Ho bisogno di aiuto;

4. Nella camera da letto;

5. Dirlo ai quattro venti;

6. Generazioni.

Momenti nei quali, attraverso il ricordo, la riflessione, le testimonianze e i pensieri, i protagonisti di questa straordinaria vicenda umana ci rendono partecipi di cosa abbia significato per loro entrare in contatto con l’omosessualità nella relazione genitori/figli.

Ho pensato a tantissime cose durante la visione del film che mi ha stimolato su molteplici e differenti piani; non so se riuscirò a renderle tutte pienamente e comprensibilmente.

Fra le più strane, come esempio, ho sentito la conferma che l’intelligenza, la più preziosa, quella emotiva così come l’ha definita Goleman, non ha una patria né sociale, né culturale. Quasi tutti i protagonisti del film, tutte persone reali alle prese con la storia che per davvero li ha coinvolti nella vita, ci mostrano con estrema generosità la loro traboccante e toccante brillantezza cognitiva. Sicuramente il film è frutto di un accurato e sapiente montaggio, di una selezionata scelta di passaggi e di momenti diversi dei gruppi e degli incontri nell’arco di molto tempo. Di certo saranno state scelte le frasi e le pensate più illuminanti. Ma si avverte pienamente che non c’è nulla di recitato, nessun copione o canovaccio da seguire e rispettare. Sono tutti estremamente autentici e ci accompagnano dentro la loro esperienza con una lucidità e una capacità davvero coinvolgente. Seguiamo le storie e i passaggi che si susseguono nel film con attenzione, curiosità, passione e simpatia. A me è sembrato di trovarmi dentro la trama di un romanzo, avvincente e appassionante, del quale volevo sapere con impazienza la fine. E quasi ogni pensiero, ogni riflessione, ogni parola, detta perché pensata, mi è sembrata così intelligente, così riflessiva, così utile per capire qualcosa in più.

Poi mi è sembrato che tutti i protagonisti fossero "belli". Non considerati con i canoni estetici tradizionali, ovviamente, ma attraverso la bellezza della loro interiorità. Belli dentro, si diceva una volta.

Penso che l’aspetto commovente sia legato in gran parte alla sensazione che nessuno dei protagonisti si sia mai risparmiato nel parlare della sua esperienza, a volte con spietatezza, senza pudore, senza il bisogno di mascherarsi dietro false facciate, conformismi o convenzioni gruppali.

"Mi è crollata la terra sotto i piedi" hanno detto con sconcerto dei genitori quando hanno raccontato della scoperta. "Ho perso mio figlio" hanno detto degli altri. Un padre addirittura equiparando la perdita alla morte. Sono momenti di grande intensità, emozionanti appunto, ma privi totalmente di autocompiacimento. Non siamo, per essere chiari, dentro ad un reality show , o ad una trasmissione televisiva pomeridiana nella quale improponibili e improbabili personaggi parlano delle loro vicende personali con ostentazione ed esibizione.

C’era questo rischio, credo che il regista ne fosse consapevole.

Il tutto viene trattato con estrema delicatezza, con rispetto della riservatezza, senza attivare pulsioni morbose dentro i segreti delle menti e dei comportamenti altrui. I figli omosessuali chiedono rispetto. I genitori sanno mostrarci il percorso attraverso il quale hanno imparato ad essere rispettosi. Anche questa, nella mia personale visione, è psicoanalisi!

Il percorso passa attraverso la consapevolezza del bisogno di aiuto, l’accettazione dello stesso e la capacità (sembra fortunosa, ma si tratta in realtà di abilità nel saper cogliere le opportunità che la vita ti offre) di cercare il modo di riceverlo. Il percorso di aiuto, in gran parte l’auto-aiuto, attivato dal confronto con chi aveva già attraversato un’esperienza simile, garantisce quindi la crescita e lo sviluppo di un nuovo modo di pensare e di vivere le cose.

Assistiamo davvero al processo di una nascita, o rinascita psichica, che appare prodigiosa e miracolosa. Di nuovo ho trovato molto del mio lavoro psicoanalitico dentro questa costruzione di una psiche che impara a funzionare diversamente, che costruisce diversi parametri di riferimento, di riflessione e di autoregolazione. Allora davvero abbiamo la conferma che il cambiamento è possibile, che il funzionamento di una mente può modificarsi ed adattarsi.

           Quel "Due volte genitori" che dà il titolo al film, è anche la realtà dell’esperienza di una rivisitazione del proprio ruolo, del proprio compito e funzione, che lo svelamento delle scelte di orientamento sessuale del figlio ha messo in discussione.

Circola nella stanza degli incontri e nelle menti dei protagonisti il fantasma della colpa. Il "dove ho sbagliato?" che attanaglia le rivisitazioni dei momenti della crescita e si stampa come un angosciante ritornello nelle parole degli amici e dei parenti. Fino a svelare il vero ed autentico nucleo della sua essenza: se abbiamo una colpa è solo quella di non avere capito prima! Fantasia finalizzata alla speranza ed illusione di poter evitare preventivamente le sofferenze provate dai figli.

Fantasia di perfezione e di funzionamento ottimale dura a smantellarsi per sempre…accompagnato in maniera prodigiosa al riconoscimento dell’importanza della conoscenza e della consapevolezza. Dice un altro genitore: "Avrei fatto volentieri a meno di questa prova ed opportunità, ma noi che siamo qui abbiamo una grande fortuna: noi sappiamo chi sono i nostri figli, altri non lo sanno o sapranno mai!".

Quando questo percorso si completa, assistiamo a tre passaggi a mio avviso straordinari e, nuovamente, estremamente psicoanalitici nella loro costituzione.

 

Il primo è la caduta del tabù della sessualità. I genitori possono provare a pensare a ciò che accade nella stanza da letto dei loro figli omosessuali. Mantenendo assolutamente fermi due concetti fondamentali:

– loro non sono mai entrati nella nostra, noi non ci permetteremo di entrare nella loro;

– in assenza di una possibilità totale di immedesimazione con quanto sta loro accadendo, fino    in    fondo non li potremo mai capire.

 

Il secondo è l’evitamento di una facile equazione: io so, quindi tutti sanno e devono sapere. Il passaggio dal segreto (area che può facilmente sovrapporsi alla bugia come alcuni esempi ben ci hanno fatto capire) alla riservatezza avviene attraverso la naturalezza del gesto e della comunicazione. "Questo è mio figlio e questo è il suo ragazzo" dicono dei genitori quando incontrano per strada degli amici che sanno o che non sanno. Per dire le cose si tratta semplicemente di parlare; parlando semplicemente, dice Odgen, un grande psicoanalista.

 

Il terzo è un’altra stupefacente attenzione ad un ulteriore tipico tema psicoanalitico, il transgenerazionale. Inteso, in questo caso,  come la necessità di considerare, nella comunicazione o nella storia, anche le generazioni che sono venute prima.

È interessante, a mio avviso, questa attenzione alle generazioni…all’indietro.

 

È indubbio, e la ricerca psicoanalitica lo insegna, che noi siamo anche quello che è stato chi è arrivato prima di noi, e che molto spesso vicende irrisolte o non elaborate nei nostri antenati più prossimi ci tornano addosso con quello che viene chiamato il "mandato transgenerazionale". In questo senso, con molta naturalezza, un padre nel film dice che non si possono escludere quelli che sono stati i genitori dei propri genitori.

Mi chiedo, però, se questa sensibile attenzione "al prima" non sia anche un modo per non pensare "al dopo". Da nessun genitore, almeno per quello che viene mostrato nel film, che ovviamente non poteva essere una summa di tutto lo scibile sull’argomento, viene preso in considerazione un tema generazionale…sul futuro. Cioè il fatto che l’omosessualità dei figli viene anche ad interrompere, almeno fisiologicamente, la prospettiva generativa nell’arco del tempo della coppia genitoriale. Nessuno arriva, forse anche per motivi anagrafici, a dire: "non avrò nipoti!".

Questo è un altro dei grandi temi che la vicenda omosessuale dovrà affrontare insieme agli psicoanalisti (e forse anche ai cineasti, visto che è in progetto un film sul tema…).

In questo senso il film mi ha fatto anche, continuamente, pensare al mio lavoro, ai miei pazienti, ai loro genitori. Da tempo, e per fortuna, molti psicoanalisti non sentono più come indispensabile e primario concentrarsi sulla genesi dell’omosessualità e implicitamente ritengono poco utile dal punto di vista clinico indagare l’origine dell’orientamento sessuale. La loro attenzione è rivolta soprattutto alla qualità e alle dinamiche della relazione amorosa. Come ha scritto Bollas,  "Ogni tentativo di costruire una teoria generale dell’omosessualità può essere soddisfatto solo al prezzo di gravi distorsioni delle discrete e importanti differenze tra omosessuali,  atto che potrebbe costituire un genocidio intellettuale". Obiettivo della terapia psicoanalitica non è quindi trasformare l’omosessualità in eterosessualità, ma migliorare la qualità delle relazioni. Che è quello che i genitori del film stanno cercando faticosamente ed appassionatamente di fare!

Magari anche con un lieto fine, come in ogni film che si rispetti. Anche se io credo che le scene riprese dal Gay Pride di Roma e la canzone che le accompagna non stiano a significare che tutto è risolto, ma che molto c’è ancora da fare…una volta tornati a casa!

 

In questo senso a me sembra che si possa dire che in questo momento, nella complessa situazione sociale e culturale del nostro paese, tra reati di clandestinità e ronde di vario genere, l’omosessualità possa essere considerata per eccellenza come una metafora della diversità.

In particolare nella delicata relazione tra genitori e figli, in quel intrigo di aspettative, desideri, proiezioni, riscatti, rivalse, delusioni, speranze e sogni, l’omosessualità di un figlio può essere presa a simbolo del faticoso percorso che ogni figlio deve compiere per autonomizzarsi e ogni genitore per lasciarlo libero continuando ad amarlo. Amando in primo luogo la sua libertà.

 

Penso che questo film possa essere visto, commentato, utilizzato in molti differenti ambiti culturali e formativi e forse anche clinici. Spesso laddove non riescono ad arrivare le parole, magari c’è qualche speranza che possano arrivare le immagini.

 

 

Miglior Documentario al 23° Festival Mix Milano, 2009

con la seguente motivazione:

Perchè è un viaggio d’amore di figli verso i genitori e di genitori verso i figli,

che commuove e diverte nell’arco di una intensa conversazione

che resta addosso perchè capace di chiamarci tutti in causa, omosessuali e non.