Faust


Aleksandr Sokurov, 2011, Russia, 134 min.

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Commento di Amedeo Falci


ang war die Tat


IN PRINCIPIO ERA L’ AZIONE


IM ANFANG WAR DIE TAT. Goethe: Faust, I Parte, 1800 ca. Ripreso ad hoc (elogio del primitivo, dell’orda, dell’ istintivo-fare-azione, il pensiero viene molto dopo) dal Freud di ‘Totem e tabù’ (1912-13). Non posso, diceva il Faust goethiano, dare un valore così alto a ‘la parola’ (das Wort). Devo forse intendere ‘il senso’ o ‘la forza’? Poi, in un’ improvvisa illuminazione, la risposta è: "In principio era l’azione". Nel film: dialoghi che arrancano dietro l’ azione. Una saggia voce interiore commenta ogni tanto fuori campo. In Sokurov: non una romantica antigiovannea assunzione dell’ agire al posto del ("In principio era il …") logos. Ma una inarrestabile frenetica discesa dell’ umanità verso l’ abisso morale. Un agire che rende gli uomini folli e stupidi. Sokurov non filma la Grande Tragedia. Ma una tragica allegoria del desiderio di "sprofondamento con tutta l’ umanità" – come recita il protagonista. L’ agire non è qui rappresentato come eroico, ma come disperdersi nel male, come perdita della ragione, della parola, della comunicatività umana e della relazione.
Questo ‘Faust’ non si misura neanche nella trasposizione (del resto impossibile) della tragedia di Goethe. Nessun titanismo. Nessuna tensione verso un Assoluto Sapere. Nessun cimento con Dio. Che forse è nell’alto dei cieli. All’inizio (del film). IM ANFANG. Sotto forma di specchio. O di velo che si libra verso la terra. Poi scompare. Lasciandoci in una landa desolata, povera, caustrale, oppressiva, putrida di cadaveri squartati e visceralmente frugati dalle stesse mani che afferrano poi il cibo. La stessa ambizione scientifica di Faust, è ridotta ad un fallimento medico, ad un’ impotenza e ad una povertà di mezzi, umane, più che umane. Più che sfide conoscitive, i movimenti disordinati di un mediocre uomo mosso da spinte di potere, fame, danaro e cupidigia sessuale. In un claustrofobico ‘errare’. In tutti i sensi del termine. Non degno neanche di essere tentato da un Mefisotofele, ma solo da un mefistofelico laido strozzino. Sokurov continua (e completa?) il suo racconto di grandi figure storiche (Hitler, Lenin, l’imperatore Hiroito, rispettivamente "Moloch" (1999), "Taurus" (2001), "Il sole" (2005)), in un Faust come epitome della corruzione, povertà, miseria e decadenza della modernità. In questo senso, un film dichiaratamente e magnificamente morale. E antimoderno. Forse uno slavista, o uno storico, o un critico, potrebbero spiegarci tanto rigoglioso covare di braci antimoderne, se non nostalgiche o reazionarie (nel senso letterario del termine, ma anche politico) in tante splendide e geniali menti russe quasi contemporanee(penso irriflessivamente, e nelle loro diversità, a Solzhenitsyn, Tarkovsky, Zvyagintsev (l’ epico/pittorico "Il ritorno", Leone d’ oro. Venezia, 2003), Sokurov). (Dopo settanta anni di ‘uomo nuovo’ comunista. E forse proprio per questo)
Non un film di parole. Ma di geniali linguaggi cromatici, che catturano lo spettatore in un’intensa esperienza ipersensoriale. Il patchwork colorato della terra vista dai cieli. I cadaveri del livido putrido color ‘morte’. I villaggi color fango. Inediti accostamenti di grigi e viraggi ‘cobaltico’ ‘rubinici’. Dagherrotipi in colore. Una cromatografia dai contorni netti, come se ogni oggetto fosse stato marcato a colore nei suoi confini. E con l’esplosione dell’ unico ineguagliabile colore dell’Amore (di Margherita) Un bianco luce-oro abbacinante. Da epifania del divino. Per il resto una visuale costretta in inquadrature strette e anguste, che opprimono, e che spesso si distorcono con effetti in anamorfico.
Difficile cimentarsi con film di qualità così rara da sembrare non siano stati concepiti per lo spettatore. Film nati già perfetti. Non per la sala. Masterpiece, non capolavori, ma, alla lettera, pezzi da maestro. Fatti per chi già sa ed ama il cinema. Per chi studia il cinema. Per gli apprendisti registi. Per i novizi della fotografia. Per i tecnici del montaggio. Per i critici fanatici. Per i chierici. Non per i laici. Un film da studiare e smontare pezzo per pezzo. Per insegnare e far capire come si fa il cinema. Guardare mille volte "Arca russa" (2002) per capire com’è possibile un film tutto in un unico piano sequenza.
Un film quindi unico, grandioso e visionario. Tecnicamente esemplare. (Ma questi russi non si diceva che rigiravano tra mille difficoltà tecniche e finanziarie?) Perfetto. Ma non completamente. (La seconda parte è prolissa e perde lievemente in tensione espressiva). Magari con altri ‘pezzi da maestro’ potevi sbizzarrirti a fare confronti, derivazioni, ascendenze e discendenze. ‘La dolce vita’ ad esempio. Ma questo è già nato senza concorrenti. Senza paragoni possibili. Quasi culmine dell’estetica sokuroviana. (Anche se personalmente ritengo di più perfetto equilibrio "Il sole").
A.S. ha appena sessant’anni. Speriamo che non lo chiamino in America. Non dategli molti soldi, sennò chissà che porcherie sarà costretto a girare. Non vogliamo i 3D scintillanti. Lasciateci i colori sporchi e nebbiosi.

16 novembre 2011