Gone Girl – L’amore bugiardo

di David Fincher, USA, 2014, 149 min.

commento di Angelo Moroni

Trama: Tratto dal bestseller di Gillian Flynn, il thriller vede protagonista Nick Dunne (Ben Affleck) un uomo che decide di tornare nella sua città natale, in Missouri, per aprire un bar. Poco dopo, nel giorno del quinto anniversario del loro matrimonio, sua moglie Amy (Rosamund Pike) scompare misteriosamente e Nick diventa il sospettato numero uno della sua sparizione.

“Gone girl”è un meccanismo visivo-narrativo senza l’ombra di una sbavatura. Ogni inquadratura, a partire da quelle dei titoli di testa, è pensata, studiata, trasuda poesia ma sempre misurata, una poesia zen, un haiku giapponese in versione thriller psicologico si potrebbe dire. David Fincher è capace di rendere poetico un cavalletto segnaletico stradale semplicemente mostrandolo in un ambiente suburbano statunitense. E per un tempo giusto, non un secondo di più, non un secondo di meno, complice la fotografia del fido Jeff Cronenweth.

La fotografia, appunto. Fincher vuole trasmetterci l’atmosfera soffocante di una relazione matrimoniale autodistruttiva e quindi, con precisione maniacale, presta un’attenzione altrettanto maniacale alle oscillazioni continue tra luci, ombre e penombre, illuminando il tutto di una luce leggermente sgranata, concava, avvolgente, ma non per alleggerire e/o confortare la vista, al contrario per far entrare il più rapidamente possibile il pathos della storia attraverso i nostri occhi. I legni della casa di Nick e Amy sono ad esempio scuri: Fincher ce ne fa sentire la pesantezza, che è metafora di una relazione avvitata su se stessa, ormai come un nodo scorsoio.

Il film funziona come un orologio perfettamente oliato ovviamente anche a causa di un montaggio (di un Kirk Baxter che sa davvero il fatto suo) che scandisce gli avvenimenti successivi alla misteriosa scomparsa di Amy in modo fluido e insieme incalzante, giustapponendo un colpo di scena dopo l’altro, sempre calato sulla nuca dell’ignaro spettatore con la precisione di un karateka. Mirabile a questo proposito la tempistica narrativa dell’improvvisa apparizione di Andie, personaggio centrale della storia (di cui non dirò oltre per non svelare nulla dell’intreccio), e proprio in quel punto preciso del plot. Un orologio perfettamente sincronizzato anche con le musiche, infiltrative, metalliche, estenuanti, messe a punto dal soundtrack editor Trent Reznor.

Flynn e Fincher raccontano una storia che potrebbe essere definita come la rappresentazione di una possibile declinazione di folie a deux, generata da inconsapevolezza e incuria relazionale reciproca da parte di entrambi i membri della coppia. Nick è un ragazzone provincialotto, proveniente dal Missouri, facilmente seducibile da parte di una bella, ricca intellettuale newyorkese, molto disinvolta, disinibita, “postmoderna”, post-femminista, e ha due genitori scrittori di chiara fama.

Amy Abbott ha infatti ispirato le gesta di molti libri per bambini, scritti da mamma e papà, la famosa saga di “Amazing Amy”. D’altr’onde Amy é figlia unica, con una madre che tuttavia sembra aver amato di più il suo alterego cartaceo che non sua figlia. La madre di Amy é a sua volta un’intellettuale newyorkese, che non può permettersi a nessun costo di fare “semplicemente” la madre. Amy entra dunque, piano piano, nel personaggio di “Amazing Amy”, ritagliato dai genitori per costruire la bambina dei loro libri molto venduti. Amy deve indossare quel vestito, pena la perdita dell’amore della mamma e del papá, cioè la deprivazione affettiva assoluta, che per un bambino equivale alla morte.

Amy e Nick si incontrano, si amano, poi perdono il lavoro -la recessione economica li incalza- sono costretti a trasferirsi in Missouri, nella casa della defunta madre di Nick. Qui Amy subisce una prima ferita narcisistica non da poco: deve abbandonare il suo status intellettuale, traslocando le difficili, tormentate identificazioni con i genitori, in questo ragazzotto di campagna, così prevedibile, così american middle class. Nick non é ovviamente in grado di contenere tali difficilissime identificazioni, tutto quel dolore inespresso, tutto quel non essere mai stata amata come figlia in quanto tale ma come sosia di un personaggio di libri per l’infanzia. Nick non è consapevole, non si “rende conto” di tutto questo. Ma anche Amy non “si rende conto” che non ha sposato un deserto, ma un uomo con una sua storia “semplice”, e soprattutto diversa dalla sua. Intanto non é un figlio unico, ma ha una sorella gemella.

In questa matrice relazionale di base l’inconscio dilaga, prende via via il sopravvento, nessuno dei due ha coscienza della rete di frustrazioni traumatizzanti e di coazioni deprivanti che l’inconscio intersoggettivo sta tessendo a loro insaputa. La comparsa di Andie trasforma la ferita narcisistica in squarcio insanabile, in delirio puro, in folie a deux che implacabilmente segue le sue strade dereistiche. La strada principale è segnata dal masochismo vendicativo, che infiltra entrambi, allo stesso modo, sebbene in quantitá davvero differenti. Non si tratta di folie a deux in senso stretto, naturalmente, ma di una sua variante sado-masochistica. Non c’è infatti reale uccisione dell’oggetto (o del soggetto=suicidio), ma intrappolamento psicotico senza via di uscita, quasi una realizzazione assoluta del famoso aforisma di Sartre ,”l’enfer sont les autres”. E, come se non bastasse, tutto è amplificato dalla reazione parassitaria dei mass media nazionali, che si buttano sulla vicenda come pulci su un cane, per semplici motivi di audience.

La storia di Amy e Nick appare anche, se la vediamo da un vertice di osservazione psicoanalitico, come una rappresentazione plastica, virata su un piano psicotico, di un transfert negativo. Si tratta di situazioni in cui l’inconscio della coppia lavora con finezza distruttiva alla distruzione del legame stesso, pur mantenendolo in vita. In alcuni casi tale situazione può trasformarsi appunto in folie a deux, finché, sperabilmente non accade qualcosa che genera un seme di trasformazione possibile. Nick e Amy sono in questa situazione. Una situazione di vero e proprio ingranamento psicotico, di indifferenziazione narcistica: non si capisce mai, nel film, dove, come e quando tutto ciò che accade davanti ai nostri occhi sia cominciato. Però è cominciato, e soprattutto prosegue avvolgendo la coppia e noi che la osserviamo in una inquietante sauna emotiva dal sapore acido e sulfureo. Perchè Amy si è trasferita nel Missouri? Perchè Nick non ha capito che tipo di donna avesse sposato? Perché Nick ha deciso di dipendere economicamente da Amy? Tutte domande inutili: la trappola inconscia del legame ha già posizionato le sue bombe ad orologeria. Fincher non può fare altro che mostrarcene il diabolico funzionamento nonché l’effetto psicologicamente devastante.

Il film di Fincher è stato tacciato di misoginia da una parte della critica statunitense. Personalmente non credo affatto che questo sia il motore centrale del film. Ben altri sono i piani di lettura. Ben altre le origini dell’ispirazione di Fincher, almeno secondo chi scrive. Una di queste origini (probabilmente non tanto consapevole in Fincher, ma chi può dirlo?), credo coincida con il concetto di “identificazione alienante”, concetto psicoanalitico che deriva da Ferenczi, per poi essere lavorato finemente in epoca contemporanea da Bollas (1987), Käes (2009), Kanciper (2002), e in Italia da Borgogno (1999), Molinari (2007) e altri. Si tratta dell’idea secondo cui esistono individui in cui gli oggetti d’amore primari, invece di costituirsi come modelli positivi di identificazione, diventano parassiti interni che fin dalla primissima infanzia si installano nella mente del bambino invadendola di richieste e pretese di adesione ai propri ideali narcisistici, generando un processo di alienazione da se stessi, che successivamente si cronicizza in una personalitá che si perde nella dipendenza dall’altro per non sentire il vuoto della mancanza d’amore originaria. Fincher a mio avviso vuole sottolineare proprio questo: l’impossibilitá da parte di Amy di accettare anche solo un’ipotesi di separazione da Nick, perché letteralmente invasa e colonizzata dagli oggetti alienanti costituiti dai suoi genitori e dal personaggio-feticcio di “Amazing Amy”. È da quel punto che origina tutto il film: da quella “storia” scritta nei libri dei genitori di Amy sulla sua pelle, da bambina.

La riflessione di Fincher (e della Flynn) si rivolge, al fondo dell’ispirazione artistica che la muove, alle modalitá, spesso venate di patologia alienante, della trasmissione generazionale dei valori del gruppo familiare, valori che possono invadere l’intimità dell’amore di coppia, trasformandolo in una sorta di transfert maligno, imponendo cioè il dominio di un inconscio trans-generazionale sullo scorrere vitale e trasformativo del tempo.
È possibile cioè un incontro felice tra matrimonio e gruppo familiare, in senso lato? sembra domandarsi Fincher. E’ possibile, cioè amare senza perdersi nella relazione con l’altro?

Per concludere, in sintesi credo che in “Gone Girl” Fincher voglia descrivere cosa succede quando istanze mortifere provenienti dalla storia di entrambi i membri di una coppia, tendono verso l’obiettivo di uccidere per soffocamento uno degli aspetti vitali fondamentali del legame di coppia, e cioè la CURIOSITA’ CREATIVA RECIPROCA. Tale curiosità è infatti uno dei pochi ed efficaci antidoti all’insediarsi di stereotipi coattivi che si sedimentano nelle pieghe del tempo a formare sacche mute di rancore agito e non elaborato.

Dicembre 2014