Hereafter

Clint Eastwood, 2010, USA, 129 min.

http://www.mymovies.it/film/2010/hereafter/

{youtube}MHLtEzHUl14{/youtube}

commento di Jones De Luca e Pietro Roberto Goisis

Due psicoanalisti, dopo aver visto il film, sentono l’esigenza di scriverne qualche pensiero.
Due recensioni sarebbero troppe…perché non costruire un dialogo, seppur a distanza?
Detto e fatto: eccolo!

Jones De Luca: Mi piacerebbe leggere il film dal punto di vista dello spazio privato del sé…

Pietro Roberto Goisis: anche del nostro sé? … a questo proposito, ti racconto quello che ho provato all’inizio del film, quando si percepisce che sta arrivando l’onda dello tsunami: la mia prima reazione è stata, per un attimo, di pensare che forse avrei fatto meglio a scegliere un altro film e andarmene dalla sala!
Quell’acqua poi travolge la protagonista, quasi la uccide e la porta al confine tra la vita e la morte (quella sottile linea che indaga il regista). La stessa massa d’acqua travolge anche noi spettatori se ci lasciamo trasportare, rimanere dentro il film e stare in contatto con le domande che ci pone.

JDL: Magari è proprio il contatto con la morte, quella che conosciamo…
Forse già con questa prima immagine si entra nel tema del lutto, che in un primo momento può essere qualcosa che travolge: una perdita che investe, violenta come un’onda di tsunami.
Poi c’è la scena in cui si cerca tra i cadaveri: qui entriamo nel tema.
Chiunque abbia avuto un lutto conosce la ricerca delle tracce di chi se n’è andato, il desiderio di avere ancora una volta accesso alla relazione perduta, di trovare un ricordo, un odore, una sensazione, che permetta di recuperare anche solo per un momento qualcosa della relazione perduta.

PRG: Marzia Gandolfi su Mymovies.it scrive che Clint Eastwood ci insegna qualcosa sulla vita confrontandosi con la morte, quella verificata (Marie, sopravvissuta allo tsunami), quella subita (Marcus, che perde l’amato fratellino), quella condivisa (George, che sa entrare in contatto con i morti). Potremmo chiamarlo elaborazione del lutto…

JDL: non so, elaborazione è una parola grossa, dice di un lavoro fatto, qui siamo solo all’inizio…
Siamo al momento in cui si sente che chi se n’è andato ha portato via con sé anche qualcosa che appartiene a chi è rimasto. In più si è portato via la possibilità di far succedere qualcosa che non era successo prima e che mai più accadrà. Che cosa avrebbe potuto dire e non ha mai detto?

PRG: c’è una linea sottile che differenzia il rimpianto e il rimorso…l’importante è che non si trasformi in recriminazione…da quella è difficile liberarsi…!

JDL: vuoi dire in che rapporto restiamo con l’ “oggetto” perduto? Come rimane dentro di noi, cioè come rimaniamo con chi ci ha lasciato? Colpevoli? Arrabbiati? Delusi?
Allora cerchiamo, dentro e fuori di noi, qualcosa che ci permetta di non essere inchiodati al momento in cui è successo, vogliamo ancora una possibilità. Il tema centrale è quindi quello, come dicono gli psicoanalisti, “della ricerca dell’oggetto perduto”.
Non ci chiederemo se e come questo è possibile, il regista qui, nella finzione, lo rende possibile.
Nel raccontato di questo film, il protagonista ha modo di accedere, solo attraverso un breve contatto fisico, a un mondo particolare: ha modo di ascoltare (o vedere) per pochi secondi chi se n’è andato e quello che ha ancora da dire al suo caro che ha appena lasciato.
Sappiamo che i rapporti ci lasciano tracce profonde, sappiamo che molte di queste tracce sono per così dire “sottotraccia”.
Tutto questo succede in uno spazio privato del sé, un mondo, potremmo dire, pieno di presenze.
Potremmo tradurre quello che ci viene descritto nel film come un accesso allo spazio privato che le persone hanno condiviso con la persona che hanno perduto definitivamente, uno spazio sepolto in qualche angolo di sé stessi.

PRG: Mi sembra che sia un tema molto forte e ampiamente presente nella società in questo periodo. Può darsi che esistano ragioni anche più personali, come quella anagrafica del regista (e nostra…), ma assistiamo a un interesse generalizzato verso la dimensione spirituale, anche nella forma della cura psichica e della ricerca del benessere. Mi chiedo se tutto ciò non dipenda in qualche modo anche dalla attenuazione di forti istanze politiche, culturali, religiose, ecc. Nel cinema, recentemente, il regista messicano Inarritu, con il suo struggente “Biutiful”, ci fa conoscere Uxabal, interpretato da uno straordinario Javier Bardel, dotato delle stesse proprietà sensitive di George, e ci fa entrare nella sua testa e nella sua vita. Anche questo regista, come Eastwood, non dice parole definitive sulla questione. Forse i due protagonisti sono degli imbroglioni, chi lo sa? … non è importante per noi e per la storia. Di certo sono individui sofferenti e straziati nell’anima, che incontrano esseri umani altrettanti straziati, i quali hanno dei conti in sospeso con la morte e con chi è morto. Ognuno, quindi, crede quello di cui ha bisogno di credere. Perché George dovrebbe avere più credibilità e affidabilità dei vari maghi, cartomanti e lettori dei fondi di caffè, che Eastwood ci mostra quasi con distacco ironico?

JDL: Infatti, il desiderio è quello di trovare qualcuno che possa aiutare ad accedere a questo spazio privato. Visto il contenuto dei ritrovamenti potremmo dire che il protagonista, durante le sue “sedute”, accede a questo mondo per trovare parole mai pronunciate, non detti portati “in chiaro” (vedi Mine vaganti di Andrea Seganti).
Il desiderio espresso e realizzato nel film è che possa accadere quello che in vita non è accaduto: essere perdonati per un lungo tradimento, essere autorizzati a separarsi e, desiderio di per sé dolorosissimo, veder riconosciuto il male subito da chi ce l’ha inflitto in vita. Sciogliere i nodi lasciati irrisolti con chi è stato perduto per riprendere a vivere: sì questo è il lavoro del lutto.
L’autore, a un’età in cui forse ci si chiede che cosa si lascia, sente la necessità di parlarci di quello che lasciamo dentro chi rimane.
Noi siamo un po’ più giovani, forse più vicini al momento in cui si accompagna chi ci lascia, ma il tema è lo stesso …

PRG: Sì, e anche di quello che succede a chi rimane…come non pensare anche al film “Departures”?

JDL: mi ha colpito molto la cura del regista verso chi rimane, il pensiero a 80 anni di non lasciare “sospesi”, di aiutare chi resta ad un buon lutto. “Departures” affronta lo stesso tema: “che ci sia un buon ricordo”. E’ vero!

Vorrei ora affrontare un altro tema. Mi ha colpito il destino del protagonista, la descrizione della perdita della dimensione quotidiana nei rapporti: “Se sai troppo di chi ti sta vicino, non puoi più avere rapporti normali con lui”, dice.
George non vuole più tenere queste sedute speciali nelle quali tutti gli chiedono di sapere, perché sa che poi, una volta che lui ha saputo e riferito, il rapporto non potrà più essere quello di prima e soprattutto non potrà essere un rapporto normale, ovvero non potrà essere reciproco. Qui siamo vicinissimi alle “sedute” di una psicoanalisi…
Si potrebbe usare questo film per mostrare perché il rapporto con l’analista ha la necessità di rimanere dentro i confini della terapia.

PRG: Hai ragione, sono d’accordissimo, anche se ogni tanto mi chiedo perché continuiamo a ritrovare aspetti di noi analisti e del nostro lavoro all’interno dei film che andiamo a vedere! Mi chiedo se non sia un bisogno di riconoscimento e autoriconoscimento quello che mettiamo in atto. “Se trovo parti di me nell’altro, allora vuol dire che esisto”, sembriamo dire noi tutti.

JDL: Io credo che sia perché il nostro lavoro per quanto “strano” agli occhi del profano, con tutte le sue regole e la sua necessaria astinenza, è un lavoro profondamente umano, che in parte altri fanno e hanno fatto, da quando l’umanità esiste ed è afflitta dal pensiero. Ogni tanto mentre lavoro penso a Bion quando afferma: chissà cosa direbbe uno che si affacciasse dalla finestra e vedesse questa cosa strana di uno disteso su un divano che parla con dietro uno che ascolta…?
Questo contatti che curano, così intensi e profondi richiedono molta astinenza.
A volte è molto difficile per le persone capire come mai uno psicoanalista debba “astenersi” dall’avere rapporti “normali” con le persone con le quali ha un rapporto terapeutico, ed è anche difficile capire l’altro versante, cioè perché debba astenersi dal “vedere” fuori dal rapporto di cura, cioè dall’avvicinare lo spazio privato di chi lo incontra nella vita “fuori dal setting”.
Nel film anche un solo contatto che il protagonista ha con chi incontra modifica il rapporto, certamente lo rende unico, di fatto irripetibile, ma rende impossibile avere poi rapporti normali.
George vede negli altri qualcosa che gli altri non possono vedere di sé stessi. Potremmo dire che vede le tracce, delle presenze (Grotstein) dei rapporti passati, qualcosa che per loro è indecifrabile e che cercano angosciosamente di ritrovare.
Questo è per loro molto importante, ma per lui successivamente nulla sarà più come prima.

PRG: Eppure, a un certo punto qualcosa si risolve e sembra trovare una via di uscita. Che cosa permette a George di “toccare” Marie, senza più “vederla dentro”? Potremmo fare molte ipotesi … Marie è quasi una “collega”, anche lei “sente” cosa le è successo dentro, lei è stata al confine tra la vita e la morte, ci ha scritto anche un libro … Come non pensare qui al potere terapeutico della scrittura e della autobiografia? Forse lei è guarita, dopo avere attraversato la zona di confine e avere lasciato su quel confine aspetti precari, falsi e compiacenti di sé, affetti incerti, capacità fittizie e quant’altro.
Ma anche George viene “curato” dal contatto con Marie e quella sua “dote” (innescata, ricordiamolo, da un intervento di neurochirurgia e diagnosticata come schizofrenia …) sembra finalmente lasciarlo in pace. Forse si parla anche di fine analisi …

JDL: Sono all’unisono?

PRG: Sono in sintonia, secondo me. D’altra parte, pensa quanta tenacia e quanta determinazione viene attribuita nel film alle persone che cercano George per chiedergli aiuto. Un po’ come accade ai nostri pazienti che hanno qualcosa in sospeso nella vita. Sono sempre così colpito dalla forza con la quale molte persone accedono alle nostre cure. Spesso sono loro che davvero ci cercano per permetterci di aiutarli e provare a curarli, entrando nelle loro aree di confine, avendo il coraggio di farlo, anche a costo di essere “toccati” anche dentro noi stessi.

JDL: Si, ci proviamo. Nel primo contatto intuiamo qualcosa e quando si apre quello spiraglio è inevitabile continuare. Allora i pazienti ci aiutano, come il bambino con la madre e, se siamo capaci di imparare, ci insegnano a curarli nel modo in cui hanno bisogno di essere curati: è incredibile come anche nei momenti più bui le persone mantengano la speranza di provarci “un’altra volta”!
Una volta passata la soglia, una volta attraversato il confine dello spazio privato del sé, non c’è via di ritorno a un rapporto “normale”.
Dunque questo è anche un film sull’astinenza.

PRG: e forse anche su cosa accade al nostro interno, nel controtransfert, nei nostri neuroni, quando incontriamo la vita e la sofferenza degli altri. Quanto le altrui vicende ci entrano dentro, ci permeano e condizionano la nostra stessa vita. L’astinenza, è vero, è indispensabile nella nostra professione. Così la chiamava anche Freud. Poi, chissà perché, si è trasformata in neutralità e caricata di distacco e freddezza, forse nell’illusione di potersi proteggere da quell’effluvio di emozioni e sensazioni che ci portiamo a casa ogni sera.

JDL: Quando si viaggia in treno si assiste spesso a conversazioni molto intime tra sconosciuti; qualcosa di personale, importante, viene confidato a qualcun’altro con il patto reciproco e implicito che non si vedranno mai più. E’ un aspetto protettivo, i rapporti intimi hanno bisogno di essere velati, lo spazio privato del sé deve essere rispettato .
La vulnerabilità in quello spazio è molto alta e quando si passa la soglia bisogna garantire la propria rinuncia a vantaggi personali, vantaggi che non vadano oltre il pagamento di un lavoro.
Senza memoria e senza desiderio.

PRG: Mi piacerebbe anche poter dire qualcosa anche sull’essere pagati nelle professioni di aiuto…il film ne parla in qualche modo…è giusto essere pagati…ma non deve diventare un business, se no si fallisce…

JDL: Il protagonista non può farne un business perché soffre molto a contatto con la sofferenza e non può commerciare il proprio dolore. Dato che il dolore che soffre è quello dell’altro, a quel punto ne è profondamente identificato e non potrebbe sfruttarlo.
Non è solo una questione morale, è anche una questione di confine. Se, e quando, si sopravvive all’onda, chi ha condiviso l’esperienza non può essere sfruttato.

PRG: in realtà, anche quando usciamo da una sala cinematografica ci portiamo a casa sentimenti e coinvolgimenti affettivi che gradualmente trovano nella nostra testa una collocazione e un senso…magari scrivendoci una recensione a quattro mani!

Febbraio 2011