Il figlio

di Jean-Pierre e Luc Dardenne, Belgio, Francia, 2002

commento di Rossana Gentile, Francesca Geria e Maria Stanzione

Chi è quel ragazzo di nome Francis? Perché Oliver lo segue per le strade della città fino alla sua abitazione? Perché è così attratto da lui? Come in un thriller, la macchina da presa insegue, a pochi centimetri dalle loro spalle, i due protagonisti e dovrà trascorrere una buona mezz’ora per scoprirne il motivo.

Oliver ha perso suo figlio e Francis ne è l’assassino, che ritrova come allievo nel laboratorio della scuola di avviamento alle professioni per giovani disadattati, dove insegna.

Il titolo farebbe pensare a una storia sul tema del rapporto padre-figlio, invece il film s’impernia sul difficilissimo confronto tra un padre straziato dal dolore per la perdita di un figlio, e di colui che l’ha provocata.

Questo è l’ultimo film della trilogia dei fratelli Dardenne che, all’uscita del primo, La promessa (1996), ne dichiararono il tema principale: “Negli anni ’60, i figli dovevano uccidere i padri per esistere e crescere. Ma oggi avviene il contrario, i padri non hanno più punti di riferimento”.

Rosetta, il secondo, non solo si è aggiudicato il massimo riconoscimento al festival di Cannes nel 1999 (prima Palma d’oro anche per il cinema belga), ma è diventato un fenomeno sociale, che aveva indotto il governo belga a varare un “Plan Rosetta” per assumere giovani disoccupati.

Anche in Il figlio l’uomo comune diventa paradigma della realtà sociale in disgregazione.

Il padre spirituale dei Dardenne è Armand Gatti, giornalista, scrittore, poeta, cineasta, rivoluzionario. Il loro cinema, quindi, è il risultato di un lavoro di sottrazione e di cesellatura, un misto tra documentario e finzione che mai cede ad artifici spettacolari o a furbizie per catturare l’attenzione dello spettatore.

I film dei Dardenne, sempre antispettacolari, sono laboratori estetici che insegnano a riappropriarsi dell’immagine, indipendentemente dalla finzione.

I protagonisti, sempre emarginati, lottano per una vita normale – un lavoro, una casa, una famiglia – e, come i personaggi di Bresson, si fissano nei nostri occhi e nel nostro cuore.

I registi (Jean-Pierre è laureato in filosofia e Luc è attore di formazione), essenziali e meticolosi come sempre, fedeli alla loro etica cinematografica e vicini alla cultura cattolica, con questo film, come scrive Mario Sesti, “hanno celebrato il mistero del perdono e del pentimento, senza una parola che ne teorizzi la morale, una riflessione che ne sporchi l’evidenza drammatica, un’immagine che, con la sua ricercatezza o la sua finzione ne offenda la scandalosa disperazione”.

Per queste qualità, Il figlio è stato scelto per essere presentato, nel dicembre 2015, presso il Centro Napoletano di Psicoanalisi. La discussione che è seguita (a cura delle autrici) ha messo in luce quanto il cinema dei fratelli Dardenne sia in grado di rendere, attraverso le immagini, dinamiche del mondo interno profonde e complesse.

La perdita di un figlio è una tragedia senza confini, un dolore innaturale che prosciuga il senso della vita, trasformando la percezione delle cose del mondo così profondamente da sbarrare la strada a ogni prospettiva e, dunque, al futuro. Nel film questo indicibile dolore, che blocca la vita, viene reso grazie alle particolari inquadrature, che sembrano incarcerare lo sguardo dello spettatore, mirando a occludere l’ampiezza della visuale.

La sensazione di chiusura e di claustrofobia è amplificata da immagini di muri, pareti e ambienti opprimenti, cui si aggiunge la gestualità minimalista, rituale e precisa dei protagonisti: ogni dettaglio contribuisce a impedire una visione d’insieme degli ambienti e dei movimenti. È come se la macchina da presa non potesse contenere nello stesso quadro un’intera scena con i suoi protagonisti, frammentandone così in piccoli tasselli i gesti, gli sguardi e le emozioni.

Come in Rosetta e in La promessa anche in questo film si apprezzano il carattere “asciutto” e l’intensa autenticità, caratteristici della poetica dei Dardenne.

La prima scena è ambientata in un centro di recupero per ragazzi disadattati.

La storia comincia con un “pedinamento” della macchina da presa sul personaggio principale, Olivier, mentre, nella sua falegnameria, si aggira fra trucioli, rumori assordanti, polvere che pare bucare lo schermo impregnando del suo odore l’ambiente circostante: Olivier è come braccato da un segreto, che lo spettatore intuisce avvertendo la sua solitudine e la sua angoscia. In poco tempo si comprende che Francis, un giovane a lui affidato, cui dovrebbe offrire l’occasione riparativa per “reintegralo” nel mondo, è l’assassino di suo figlio. L’uomo è scettico e l’ex-moglie, da cui si è separato dopo la morte del bambino, in attesa di un figlio da un altro uomo, cerca di distoglierlo dall’impresa, che appare impossibile sul piano emotivo.

Ora è Olivier a seguire e spiare l’assassino, interrogandosi sul movente di quell’omicidio, cercando di mettersi nei panni di quel quindicenne che conduce un’esistenza desolata quanto la sua, alla ricerca di un padre. Arriva a introdursi furtivamente in casa del ragazzo per attendere, disteso sul suo letto, una qualche risposta: nel vuoto che sente attorno e dentro di sé – e che gli stessi spettatori respirano – sta la risposta, in una delle scene più toccanti.

Il film propone una situazione al limite: il protagonista, di matrice cattolica, si trova dilaniato da un conflitto interno indicibile, ma alla fine deciderà di farsi carico del suo odio e di elaborarlo, per consentire al ragazzo di essere restituito alla vita che ha davanti. Quello di Oliver è un atto generativo, come quello della moglie che aspetta un altro figlio, ed è anche un modo per tornare a sentirsi egli stesso vitale, libero dall’odio distruttivo congelato nella perdita traumatica che l’ha segnato per sempre.

Opera di straordinaria umanità, Il figlio ha una notevole capacità di trasmettere l’essenza della relazione terapeutica, alludendo al bisogno di avere un modello funzionante e positivo, soprattutto in preadolescenza e adolescenza.

È un film fatto di dialoghi scarni, ma intensi, come gli sguardi che intercorrono tra i protagonisti; pieno di oggetti che parlano una lingua simbolica, come la cintura, il metro, la matita: tutto, in falegnameria, va misurato e segnato, tutto va tenuto sotto controllo.

Questo è l’insegnamento che Olivier passa a Francis. Ma di quale misura e di quale controllo si sta parlando?

L’artigiano “misura” il ragazzo, lo ammira per le sue capacità matematiche, appone le iniziali sui suoi strumenti di lavoro: si comincia a costruire l’esperienza correttiva, la relazione tra i due. Francis è capace di gratitudine, riconosce che Olivier è il tutor che gli sta insegnando un mestiere, gli offre un’opportunità per continuare a vivere.

Mentre sono diretti in auto verso “il deposito” della legna – metafora del “magazzino” dei ricordi legati al lutto non ancora elaborato – Olivier decidere di interrogare il ragazzo, vuole sapere, non si rassegna. Affiora il dolore e con esso nuovamente la rabbia e l’odio, un dolore incartato, come le assi di legno da trasportare: l’analisi ci insegna che bisogna arrivare alla verità emotiva per poter elaborare il lutto.

Oliver si sfila la cintura che contiene gli attrezzi da lavoro, argine simbolico al proprio dolore che, per un attimo, prende il sopravvento, facendo temere allo spettatore il rinnovarsi di un dramma con conseguenze irreparabili. Per qualche secondo, c’è uno scambio di ruoli: il padre appare agli occhi dello spettatore come un potenziale assassino. Pensiero impensabile, quello di un genitore che uccide un figlio ma, nello stesso tempo, fatto che può accadere.

Immaginarsi come un assassino sembra aiutare Oliver a contattare l’inquietudine profonda che l’accompagna e l’aspetto “perturbante” della scomparsa del figlio, rimasto muto fino a quel momento. Come accade in analisi, si apre lo spazio per uno scenario “altro”, popolato di fantasmi inconsci e di sensi di colpa.

Può avviarsi, a partire da qui, l’elaborazione del lutto.

Forse, a partire da cui, il legame tra l’uomo e il ragazzo può evolversi in senso costruttivo e creativo: Oliver e Francis possono tornare al lavoro, alla falegnameria, come un padre e un figlio.

Maggio 2016