Il giardino dei limoni

 

Eran Riklis  – G,F,I – 2008  Prossimità necessarie.   

Commento di Giuseppe Riefolo

“non c’è chel’estasi degli incontri per rigenerarci”

(Morin, 2009)

Il Film. SalmaZidane, vedova da molto tempo, abita sola nella sua casa in Cisgiordania alconfine con Israele. Vive con difficoltà della coltivazione dei limoni del suogrande giardino, ereditato dal padre Il ministro della difesa israeliano,Israel  Navon con la moglie Mira,decide di costruire la propria casa a ridosso del confine, a pochi metri dallacasa di Salma. I servizi segreti ritengono che il limoneto potrebbe essere unnascondiglio ideale per i terroristi e che quindi rappresenti una minaccia allasicurezza del ministro. Decidono, quindi, di abbattere tutti gli alberiproponendo un risarcimento economico. Salma si oppone alla decisione e sirivolge a un giovane avvocato palestinese, Ziad Daud, il quale si appella primaa un tribunale militare e, infine, alla Corte Suprema di Gerusalemme. Il finaleè sospeso. La Corte proclama che vengano potati centocinquanta limoni aun’altezza di trenta centimetri e che sia eretto un muro per proteggere la casail ministro. Per via del film.

Era stata una giornata difficileal servizio. Enrico era venuto un’ennesima volta a chiedere soldi, a minacciaretutti.. Ecco che, nel cinema, me lo ritrovavo sullo schermo. Il film parla dilui… e di noi. Il ministro della difesa israeliano fa una cosa strana:costruisce la propria casa sul confine con i territori palestinesi. Perchéproprio lì? Con tutto lo spazio che c’è?, La risposta  è solo quella del codice border. Quella casa, messa propriosul confine è la maggiore vicinanza possibile fra due aree governate da codicifra loro incompatibili che non sanno incontrarsi e comunicare. Enrico vieneogni mattina a minacciarci perché, noi siamo il solo posto dove può sperare direcuperare una esperienza di Sé non più mostruosa, ma che può permettersi lafragilità, ovvero che qualcuno possa sognarlo:  “”Dottore, forse gli altri pazienti sognano le cose… a mecapitano tutte” (Roth, 1967, 222). Nella zona del ministro della Difesa israeliano il codice è la capacitàconcreta di controllare le angosce con un enorme dispendio di energie e conl’esibizione della forza muscolare: “c’è l’esercito, i servizi segreti aproteggerti, di cosa hai paura?”. Dall’altra parte, nella zona di Salma, c’è laricchezza e la sicurezza che puoi possedere solo se qualcuno ha arredato unluogo per te già prima che arrivassi, anzi: proprio perché tu arrivassi!: “hoereditato questo giardino da mio padre: non accetto nessun risarcimento”.  Ho pensato che forse non è un caso chenel film siano le donne a mettere in crisi le rispettive zone perché, dasempre, nelle donne l’incontro può divenire accoppiamentofertile. Sul crinale instabile della situazione border, una zona deve esserenecessariamente concava (Bolognini, 2008). Mira, infatti non ha paura,ma è mossa solo dalla curiosità che si sostiene proprio attraverso la precariaprossimità ad una zona che conosce, ma da cui è separata. Il segnale di quandoun incontro diviene accoppiamento è la meraviglia (Reik, 1935;Maffei, 2008): “ma io, sono tranquilla, se voglio dormire dormo… non hopaura!”, risponde Mira alle preoccupazioni di Israel, Al tempo stesso, Salma simeraviglia che, dall’altra parte, lei possa avere spazio: “la moglie delministro si è scusata con me!… Che strano!”

 

La prossimità, appena segnata daun’esile e grigia barriera di reticolato, è instabile perché le due zone siattraggono pericolosamente; la prossimità è la loro necessità vitale.Quell’attrazione è la loro vita e la loro scommessa. Tante volte con i nostripazienti non abbiamo capito l’essenza di questa attrazione vitale, e con inostri interventi – sia nella stanza di analisi che, ancor più nei servizi –abbiamo cercato di tenere distanti queste aree attraverso comportamenti“regolamentati”,  interventiterapeutici “normalizzanti” e rassicuranti. .Quante volte la tensione estremadella situazione ci ha impedito di seguire la curiosità (+L e +K di Bion)perché trovassimo una breccia nel reticolato! Il film propone un suggerimentoimportante: il border non è una precisa zona o codice patologicocome potrebbe esserlo la nevrosi o la psicosi, ma è una continua tensionefra opposti che intuiscono, ma ancora non conoscono, la reciprocacomplementarietà.  Nel film hovisto in modo chiaro che per sopravvivere il border deve continuamentedissociare gli oggetti, ma per vivere deve cercarli: “e se riuscì asopravvivere così a lungo a queste contraddizioni fu solo perché impose allasua mente l’insensibilità” (Auster, 2002, 155).  Nelle situazioni border la scissione si organizza in unaparticolare forma di dissociazione in cui, a differenza che nelle psicosi, nonc’è la difesa del ritiro libidico. E’ questo il motivo della sofferenza acutaed esplosiva di questi pazienti. L’autismo è una difesa schizofrenica, ma nonborder, anzi differenzia le due configurazioni. Il soggetto soffrirà perchél’investimento non restituisce stabilità, ma mortificazione. Salma è certa delsuo diritto di poter tenere e curare il proprio giardino, ma la risposta dellaCorte israeliana è la tipica risposta del discorso nell’area border:“Ilgiardino dei limoni rappresenta una minaccia reale e immediata per la casa delministro e per lo stato di Israele… . la corte respinge l’appello e ordina losradicamento degli alberi”

 

Ognuno è prigioniero nellapropria zona. Il film segnala che sono possibili (sono necessarie le) invasionidi campo: “lasciate i miei limoni… chi vi dà  il permesso di entrare nel mio giardino?”;  “volevamo solo prendere deilimoni!”.  Mira è prigioniera nellasua grande e potente casa perché si sente povera degli affetti, Salma èprigioniera nella sua povera casa accerchiata dai potenti militari israelianiche, fra armi e filo spinato, si accorgono di non avere limoni e i limoni sononecessari ed urgenti per la loro festa. Penso alla precisa sensazione che hoavuto, molti anni fa, quando ho incontrato i genitori di Enrico. Lui grande,grosso e violento, il padre dai modi formali che – mi colpì –  era arbitro nel campionato di calcio.La loro comunicazione era una continua violenta accusa e rivendicazione versol’altro. Ciascuno  era in credito ein debito verso l’altro. I contatti inibiti. Le incursioni nelle reciprochearee assolutamente accusatorie e colpevolizzanti. Ovviamente, dopo poco, ilservizio ha dovuto imparare ad essere oggetto delle loro rivendicazioni e dellaloro violenza. La difficoltà che blocca i servizi (e le cure di questo tipo dipazienti) è di sapere che quando ci consegnano la loro sofferenza ci consegnanoviolenza che immediatamente può attivare in modo simmetrico posizioni dirigidità e onnipotenza, ma che invece chiederebbe di essere lentamente econtinuamente bonificata proprio dalla costante e salda proposizione dei limitie della impotenza autentica, quella impotenza e quei limiti che abbiamoimparato per vivere e che nelle configurazioni border non possono esseretollerati perché diventano la cifra della frammentazione del Sé. “… lafilosofia con cui ho affrontato il Whitney parte dal rispetto della costruzionepreesistente, ma anche dalla volontà di stabilire sin dalla costruzione unaforma di comunicazione diretta con il pubblico. Oggi l’accesso al museo èpossibile attraverso un vero e proprio ponte” (R. Piano, 2006).

Una volta, rientrando alservizio, notai il motorino di Enrico parcheggiato fuori. Solitamente era unsegnale minaccioso della sua presenza intimidatoria verso tutti noi. Avevalasciato il casco sul sellino della moto e, per la pioggia, si stava bagnando.Andai ad avvisarlo e lui potè recuperare il casco. Prima di andar via venne aringraziarmi in modo sicuramente esagerato, e la cosa colpì me ed una miacollega. Altre volte si è infuriato verso di me quando l’ho chiamato “Enrico” enon con il suo cognome: “chi le dà il diritto di chiamarmi Enrico?… non è miofratello!… impari l’educazione!”. In questa linea, nel film, c’è un dialogo fraIsrael e Mira che mi ha colpito: “Ci dev’essere un’altra soluzione!”, chiede Mira.“Tremila anni e nessuno l’ha trovata! Cosa vuoi da me?”; “E’ ora che qualcunola trovi!”. Infatti la soluzione – che spesso i terapeuti e i servizi cercanoaffannosamente – non può esserci per definizione. La soluzione è uncontinuo transito di posizioni affettive che trovino un ponte per poter essereaccolte finalmente nel Whitney Museum, dove l’aria è lieve, ma puoi fermartisolo per poco. La funzione terapeutica (certamente umana, ma soprattuttotecnica…) è di saper comunicare al paziente l’importanza della posizione ditransito, ovvero la cura quotidiana dei limoni e non il loro sradicamento perpaura di andare a pezzi: “tutte le soluzioni sono quantitative: ma quando, lapolitica, prenderà in considerazione l’immenso bisogno di amore degli uomini?”(Morin, 2009, 80).

 

Mira, quindi, scavalcherà la reteed andrà a bussare alla porta di Salma, e poi andrà al processo. E’ quello che,se le cose vanno bene, deve succedere nelle cure di questi pazienti: unincontro delicato e solido, rispettoso nel riconoscere le piccole aree deldominio dell’altro, l’attesa della risposta dell’altro che deve esseresoprattutto riconosciuto prima che “aiutato”. Non si tratta di “essere buoni”,ma di avere e curare la capacità tecnica di sintonizzarsi, fra il reticolato,gli agenti armati e le videocamere, verso l’importanza dei limoni di Salma..  Sappiamo che ciò che Enrico chiede coninsistenza per sanare la propria “miseria”, prima dei sussidi economici o iprestiti che ci chiede minacciosamente, è l’autorizzazione a commuoversi, asentirsi visto finalmente nella propria “miseria”. Gradualmente le due donneche prima si incontrano con la curiosità degli sguardi, sui contattano e poi sicercano, entrano ciascuna nella zona dell’altro: “la New York di oggi siinterroga su come far penetrare il pubblico all’interno di questi edifici inmaniera amichevole e accogliente” (R. Piano, 2006)

 

Poi ci sono le mani che sicercano e si toccano. Quelle di una donna in lutto che trova il calore el’illusione (Winnicott) di una vita che continua nelle mani calde del giovaneavvocato che la difende. Il film mi ha fatto pensare che non è amore. Salma nontroverà l’amore in Ziad. Si tratta del necessario accoppiamento fra elementisimili, che si sostengono nella reciproca precarietà. Cosa incuriosisce Salmadel suo avvocato? Non credo si tratti di una curiosità verso Ziad, ma verso sé;e il Sé di cui si occupa Salma è Mira. Questo, il film lo dice in modoevidente! Ziad e i limoni sono il diritto e la sostanza del Sé;appartenevano già al Sé ed ora ritornano vivi. Ziad è una parte (una funzione)di Salma che riprende a vivere perché incontri Mira. 

 

Non so se avrei preferito unaltro finale. Con i miei pazienti border sono abituato alle sospensioni, alledrastiche interruzioni; al senso di impotenza, quasi mai gratificazioni (nontanto dei pazienti, quanto del loro contesto o dei colleghi del servizio: ma èinevitabile, perché il border sopravvive in una scomoda solitudine!). In fondo,il film ha due finali: ancora una dissociazione! Ziad che userà trionfante unaparziale  soluzione concretadel processo. Salma che ritorna alla propria solitudine.  Però sono uscito dal cinema con unaprecisa sensazione: il campo dei limoni potati ora è triste, ma era evidenteche, verso i titoli di coda, Salma ne era ridiventata custode*.

“… prendo alloggio nellastessa stanza della stessa

locanda… Non che i movimentimi siano facili

(Calvino, 1972)

  

*pubblicato anche su www.istitutoricci.it