Il mercante di Venezia

(2004) di Michael Radford

Il desiderio di vendetta, la voglia rappresentata e pienamente espressa di distruggere un avversario fonte di tante umiliazioni. E’ questo il motivo di fondo della bella e ombrosa commedia di Shakespeare Il Mercante di Venezia; un testo caro alla psicoanalisi e visitato dallo stesso Freud. Proprio in una delle numerose sedute della Società Psicoanalitica di Vienna, che toccavano spesso temi di critica letteraria, il giovane Otto Rank , nel 1910,  prese la parola per illustrare un  poetico esempio di lapsus verbale, da lui stesso individuato in questa opera.. Sigmund Freud apprezzò molto l’intervento, al punto da aggiungerlo, nel 1912, nella quarta ristampa di Psicopatologia della vita quotidiana e da inserirlo, nel 1915 nella Introduzione alla psicoanalisi.

La vicenda teatrale è nota: Bassanio, per corteggiare degnamente la giovane ereditiera Porzia di Belmonte, chiede in prestito 3000 ducati all’amico mercante Antonio. Quest’ultimo, ricco ma, in quel momento privo di contanti, chiede il denaro a Shylock, ebreo e, in quanto tale, vittima di aspre e ricorrenti umiliazioni da parte anche dello stesso Antonio. Shylock, che odia il mercante di Venezia e desidera la vendetta, celiando, offre il denaro a una condizione: se entro tre mesi Antonio non restituirà i soldi, dovrà pagare con una libbra di carne del suo corpo. Bassanio dapprima sconsiglia l’amico di accettare, poi, pensando alle enormi ricchezze di Antonio investite in carichi marittimi, capitola e parte per raggiungere l’amata.  Porzia, legata a un giuramento paterno, potrà sposare solo colui che, tra tre scrigni, d’oro, d’argento e di piombo, saprà scegliere quello che contiene il suo ritratto. Tutti falliscono, attratti dai metalli preziosi, ma Bassanio sceglie il piombo e conquista Porzia. Nel frattempo, la figlia di Shylock fugge con un cristiano, sottraendo anche denaro al padre. Quando egli viene a sapere che Antonio non può pagare il  debito, covando l’agognata vendetta, pretende rabbiosamente la sua libbra di carne. Sarà Porzia, travestita da avvocato, a salvare Antonio con un cavillo legale, mentre Shylock finirà  privato di ogni bene e costretto a convertirsi al Cristianesimo. Il lapsus segnalato da Rank avviene quando Bassanio deve scegliere fra i tre scrigni. Avendo Porzia, finalmente, trovato in lui il pretendente che ama, teme che possa sbagliare la sorte. Vorrebbe comunicargli il suo amore, ma ne è impedita dal giuramento. Di fronte a questo conflitto interiore, il poeta le fa dire:

                                                                               …Potrei guidarvi

                                         A sceglier giusto, ma verrei meno al voto;

                                         Ciò non voglio; potreste dunque perdermi;

                                          E ciò facendo, pentire mi fareste

                                          Di non aver mancato al voto. Oh, gli occhi vostri

                                          Che nel guardarmi così mi divisero!

                                          Metà son vostra, l’altra metà è vostra…

                                          Mia volevo dire; ma se mia anche vostra,

                                          E così tutta vostra.

Ella comunica così apertamente ciò che vorrebbe solo accennargli, perché anzi dovrebbe tacerglielo; cioè che è già tutta sua e lo ama, calmando l’incertezza dell’amante e la tensione identificatoria dello spettatore, riguardo l’esito della scelta. Freud fu, evidentemente, colpito dalla dimensione mitica della situazione. Non solo, infatti, utilizzò quei versi a sostegno della teoria dei lapsus; ma, nel 1913, scrisse un breve articolo intitolato Il motivo della scelta degli scrigni, prendendo spunto dalla scena di Shakespeare. In sintesi, l’ipotesi freudiana è che gli scrigni rappresentino figure femminili e che ci si trovi di fronte alla scelta che un uomo compie fra tre donne. Molte sono, allora, le somiglianze con altre situazioni mitologiche e fiabesche. Sempre Shakespeare racconta la vicenda del vecchio re Lear che vuole spartire, da vivo, il regno fra le sue tre figlie e sceglie Cordelia, che a differenza di Gonerilla e Regana non esprime a parole il suo amore. Paride, fra Era ed Atena, indica Afrodite, che è la più bella e la più silenziosa. Cenerentola, prescelta dal principe, è la più modesta delle tre sorelle. Questa ritrosia e questo mutismo sono, da Freud, paragonati al piombo dello scrigno che contiene il ritratto di Porzia. Dice infatti Bassanio:

                                       Thy paleness moves me more than eloquence

                                        (plainess secondo un’altra versione)

                                       

                                       Il tuo pallore (o la tua semplicità)

                                       Mi commuove più che l’eloquenza.

L’oro e l’argento sono "rumorosi", mentre il piombo è "muto". Il silenzio di Cordelia e Afrodite, il nascondersi di Cenerentola, la modestia del piombo sono, freudianamente, simboli onirici della morte. La prescelta fra tre donne, o fra i tre scrigni, corrisponde, simbolicamente, alla terza fra le Parche: Atropo, l’inesorabile. Il motivo della scelta rappresenta una formazione reattiva, o meglio una conversione nell’opposto. E’ una sostituzione ribelle che supporta l’appagamento del desiderio. Là dove si deve obbedire per forza e si è vittima del destino, si può scegliere; e colei che viene scelta non è la terribile, ma la più bella e desiderabile tra le donne.

Il film di Radford, solo in parte, ha toccato le molte profondità della fosca commedia di Shakespeare. Joseph Fiennes, il bel Bassanio, offre una recitazione di maniera, che domina tutta l’atmosfera del palazzo di Belmonte. Un principe africano, concorrente di Bassanio, sembra una caricatura televisiva e lo stesso accade per l’altro pretendente alla mano di Porzia, peraltro vivacemente rappresentata da Lynn Collins. Diverso è il discorso per gli altri interpreti. Jeremy Irons, Nella parte di Antonio, quasi non parla durante il processo in cui si decide della sua vita, ma trasmette con gli atteggiamenti e la tensione del corpo l’angoscia estrema di quella situazione. Al Pacino offre una versione nuova e magnifica di Shylock. In questo personaggio, il poeta ha espresso massimamente la sua arte. Come osservò Lev Vygotskij, fondatore della "Scuola psicologica Storico-culturale", e aderente alla Società Psicoanalitica Moscovita, negli eroi tragici di Shakespeare, lungi dal delinearsi caratteri definiti, confluiscono sentimenti opposti. Noi spettatori comprendiamo il desiderio di vendetta dell’ebreo perseguitato e umiliato; possiamo anche identificarci con il padre che si scopre tradito dalla stessa figlia, ma contemporaneamente non sopportiamo il suo intento omicida verso Antonio. Nelle altre edizioni cinematografiche de Il Mercante di Venezia e nella maggioranza delle rappresentazioni teatrali, il celebre monologo dell’usuraio, "Se ci pungete non sanguiniamo? Se ci fate il solletico non ridiamo?", era stato generalmente offerto in forma di sottomesso lamento. Al Pacino lo trasforma in un lungo grido di rabbia. La rabbia furiosa dell’uomo oppresso, il desiderio di vendetta di un popolo intero. Un sentimento dolente e grandioso a cui nessun interprete cinematografico di questo personaggio si era prima, così magistralmente, avvicinato.

 

-Pubblicato anche sulla rivista Eidos, n.2/2005.