Il papà di Giovanna

 

Pupi Avati, Italia, 2008, 104 min.

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Commento di Gabriella Giustino

 

Il film è ambientato a Bologna alla fine degli anni trenta e descrive una famiglia piccolo borghese apparentemente normale: un padre professore di scuola, una madre casalinga ed una figlia adolescente . Sullo sfondo il fascismo, con  le sue contraddizioni ed i suoi  paradossi populisti.

L’alta borghesia, quella che conta, appare molto allineata politicamente e nutre profondi pregiudizi sociali.

Giovanna non  è bella e non è mai stata "guardata" dalla madre.

A questa giovane ragazza è mancato, sin dall’infanzia, quel rispecchiamento vivo dell’oggetto primario che Winnicott , per primo,  ha sottolineato come fattore fondamentale per lo sviluppo armonico del Sé personale.

 La madre, infatti, donna particolarmente bella (ma frustrata ed infelice), era emersa da una situazione economica al limite dell’indigenza sposando Michele "il professore"  (uno straordinario Silvio Orlando) e  credendo di fare un buon matrimonio.

Tutto per Delia si era rivelato un’amara delusione; i suoi sogni narcisistici di riscatto e brillantezza sociale non si erano mai avverati creando in lei uno stato vittimistico e melanconico di rinuncia e protesta contro il mite marito, uomo buono ma  timoroso dei conflitti.

Le aspettative narcisistiche di Delia sono frustrate ancor più dopo la nascita di Giovanna, bambina che si rivela da subito troppo simile fisicamente al padre (quel marito  scialbo e senza ambizioni che la madre tanto disprezza).

Michele  è profondamente innamorato della bella moglie ma è passivo e rinunciatario. Giovanna  non è bella ed è timida, "strana" dicono alcuni, vive in un mondo tutto suo.

E’ qui, in questo precoce  rifiuto  dell’oggetto materno, che si radicano la profonda insicurezza ed il ritiro psichico di Giovanna. Cosa ci sarà in questo spazio mentale chiuso e segreto della figlia, in questo ritiro da un mondo che sistematicamente la delude?

Quando Winnicott in "Gioco e realtà" esplorava i fenomeni transizionali,  aveva parlato di quelle situazioni in cui un’infante si ritira in una particolare forma di fantasticheria ad occhi aperti per compensare un ambiente estremamente carente. Non si tratta di un fantasticare che ha a che fare con i fenomeni  creativi del gioco, in cui vi è sempre una parte di Sé consapevole di "stare giocando". Si tratta di un vero e proprio uso psicopatologico di uno spazio mentale che è dissociato e quindi non integrabile. In questo luogo mentale segreto e scisso vengono create pericolose fantasie megalomaniche e grandiose su di sé. De Masi ne ha recentemente parlato nel suo libro "Vulnerabilità alla psicosi".

Giovanna  idealizza la bellezza e l’eleganza della madre (il suo feticcio preferito sono i suoi guanti). Nella sua mente cominciano però ad affacciarsi sentimenti fortemente ambivalenti verso di lei: odio e gelosia s’intrecciano con un intenso desiderio (sempre frustrato) di tenerezza e di amore.

Il padre, nel tentativo maldestro di aiutare la figlia, fa una scelta scellerata. In una sorta di folie à deux  costruisce  con lei  un’idillio narcisistico per cui qualsiasi "terzo" diventa intollerabile.

Ma il papà di Giovanna si spinge ancora più in là:  instilla  e convalida nella mente della figlia la veridicità di  fantasie irrealistiche di bellezza ed avvenenza favorendo ulteriormente in lei lo sviluppo di un Sè grandioso e delirante. Appena un compagno di scuola le rivolge un po’ d’attenzione, nella mente della ragazza (istigata dal padre) si manifesta un vero e proprio delirio erotico. Quando malauguratamente all’orizzonte compare una competitrice, Giovanna perde la testa e, in preda ad una situazione delirante ormai strutturata, accecata dall’odio e dalla gelosia, uccide la ragazza (sua compagna di scuola e figlia di un gerarca fascista). La vittima rappresenta quel terzo intollerabile da eliminare e Giovanna sembra agire follemente e concretamente un Edipo omicida spostato dalla madre sulla compagna (che si frappone tra lei e il presunto innamorato).

Ma chi, nella famiglia, ama ed ha mai amato Giovanna per quello che era?

Io credo nessuno, certamente non  la madre che poi si  sottrae per sempre al rapporto con la figlia (anche quando è rinchiusa in Ospedale psichiatrico giudiziario). Ma neppure il padre che, pur non abbandonandola mai, ne ha fatto la sua vera "compagna di vita" sentendosi rifiutato dalla moglie e ripiegandosi affettivamente su di lei.

Entrambi i genitori inconsapevolmente artefici  di un dramma in cui la vittima designata (resa folle dal silente ma patogeno clima familiare) è proprio Giovanna.

Io penso che questo film ci deve far riflettere su quanto può essere pericoloso per un genitore  creare  un idillio narcisistico con un figlio; questo può accadere, magari sulle ceneri  di una coppia o di una vita infelice, ma pesa gravemente sulle spalle di una persona ancora narcisisticamente fragile e che forse, già per suo conto, ha intrapreso una strada che può portare verso la follia