Il più bel giorno della mia vita – 2

Cristina Comencini, 2002, I, 102 min.

Commento di Vincenzo  Greco 

“Il più bel giorno della mia vita” è uno dei più riusciti film della Comencini. È un film sulle trasformazioni della famiglia e dei rapporti tra maschio e femmina, ma è anche un film sulla vita emozionale che, a partire dai genitori, influenza lo sviluppo emotivo dei figli. Con quest’idea in mente, ho provato a sviluppare il mio discorso come se il film fosse il sogno della regista sulla vicenda della famiglia.
La prima scena è particolarmente rappresentativa. Colpisce il senso del tempo che passa e della vita che appare ferma e cristallizzata intorno ad Irene, la quale sembra combattere contro il tempo che fugge e l’idea della fine della sua generazione. Eppure c’è ancora un cane femmina che ulula la sua istintività erotica e pulsionale. La cosa infastidisce Irene, e la figlia Sara sembra perdere la pazienza di fronte ad una madre che non comprende e che propone solo il suo punto di vista.
La scena denuncia, a mio avviso, una forma di dissociazione tra la vita affettiva, evidentemente sofferente, e la vita passionale ed erotica che reclama inutilmente attenzione. Quando parlo di dissociazione, parlo di quella modalità che la mente umana utilizza per collocare in un’area separata dalla consapevolezza e dalla sensibilità, aspetti o pensieri sgradevoli o francamente traumatici. Questo meccanismo quasi automatico, è una protezione fisiologica perché permette alla mente di sopravvivere e funzionare anche se colpita da intense sofferenze. Al tempo stesso, impoverisce e blocca lo sviluppo psichico della persona che riduce le proprie capacità di utilizzare la mente in modo adeguato lasciando il soggetto disorientato circa se stesso. 

Questa sembra la problematica che ha condizionato la vita familiare di Irene e dei suoi figli, i quali hanno la difficoltà a vivere le loro relazioni affettive ed erotiche.
Sara, primogenita, ha perso il marito presto e, forse idealizzando la relazione con lui, non è più stata in grado di accoppiarsi stabilmente.
Rita, sposata con due ragazze, sembra aver perso il desiderio appena nata la secondogenita Chiara.
Claudio, terzo figlio, avvocato omosessuale, ha una relazione passionale con Luca, ma sembra attestato sul versante opposto alla tendenza delle donne della famiglia. Lui ha mantenuto la passionalità nella sua vita seppur in maniera nascosta. 
Dunque, ci ritroviamo da una parte due donne adulte con difficoltà ad inserire stabilmente l’erotismo e la ricerca attiva di un uomo erotico. Dall’altra, un uomo che ha analogamente dissociato sesso e affetto, mantenendo l’area passionale.   

Da questo punto di vista, il film ci parla della trasmissione intergenerazionale della vita psichica e di come questa trasmissione possa essere declinata diversamente dai figli, costituendo per ognuno una parte importante del nucleo del Sé dei soggetti. Il film sembra descrivere la difficile condizione dei figli ai quali è stato trasmesso l’esito di una dissociazione già presente nella vita mentale dei genitori.  Ma credo che il film faccia qualcosa di più di una semplice descrizione.
Se il film fosse un sogno, sarebbe un sogno nel quale il trauma e la sofferenza sono svelati e riconosciuti, e dallo svelamento vedremo partire un’elaborazione che, attraverso vicende apparentemente casuali, porterà alla progressiva uscita dalla sofferenza psichica dei figli. Il sogno-film ci svela il segreto d’Irene, e spiega la sofferenza dei suoi figli e le difficoltà delle generazioni successive a trovare un equilibrio nella ricerca della vita erotica ed affettiva e nella possibilità di trovare unioni nelle quali sesso ed affetto coesistano e nelle quali ognuno possa dichiarare apertamente la natura del proprio essere erotico senza nascondersi. Insomma la realizzazione di un proprio Sé passionale. 

Alcuni autori di orientamento psicoanalitico si sono occupati della trasmissione della vita psichica tra generazioni: possiamo citare i francesi Renè Kaes, Heidy Faimberg, ed in Italia, Anna Nicolò.
Con diverse sfumature, questi autori hanno descritto come la vita emozionale sia trasmessa e comunicata attraverso l’elaborazione ed il racconto da una generazione ad un’altra (trasmissione intergenerazionale), oppure possa essere silenziosamente trasferita alla generazione successiva attraverso l’identificazione senza elaborazione (trasmissione transgenerazionale) e senza una possibilità di comprensione da parte di genitori e figli.
Secondo questi autori, tutto ciò che avviene durante la vita familiare entra a fare parte della memoria del figlio, in particolare i messaggi non verbali, e le modalità di come i genitori vivono le emozioni e di come i figli si identificano con essi attraverso le emozioni. Tutto ciò contribuisce in modo determinante alla costituzione del Sé dei figli.
Certamente molto dipende dall’attenzione degli adulti alla mente infantile: genitori eccessivamente legati ai propri contenuti mentali possono trasferirli nella mente dei figli creando un punto di vista eccessivamente estraneo nella mente del bambino. Mentre genitori più sensibili e attenti al dialogo sulle emozioni, forniscono un atteggiamento che permette ai figli un’identificazione con il loro punto di vista ma anche la possibilità di differenziarsene.
Laddove le difficoltà della generazione dei genitori sono state sufficientemente elaborate e comprese, il bambino ha un libero accesso alle possibilità di realizzare i propri contenuti; laddove, invece, gli ostacoli e gli insuccessi dei genitori non sono stati elaborati, le difficoltà si trasferiscono silenziosamente nella mente dei figli, e il bambino rischia di entrare nello stesso empasse vitale che ha caratterizzato la vita dei genitori. 

Nel film della Comencini, assistiamo a diverse modalità d’identificazione nelle caratteristiche affettivo – emotive dei genitori che, a loro volta, incastrano i figli nella difficoltà di trovare una via d’accesso alla passionalità e all’affetto: Rita sembra identificarsi positivamente con Irene nel ruolo della madre felice che alleva le figlie ma non ha un incontro soddisfacente con suo marito;  Sara rimane bloccata nell’idealizzazione positiva del marito morto; Claudio, poco contattato dalla madre, si identifica totalmente con il maschile, dissociandolo  dalla femminilità. 

E’ interessante la trama del film perché produce una serie d’avvenimenti che portano allo svelamento delle identificazioni bloccanti che interferiscono l’accesso alla passionalità ed alla costituzione di un Sé libidico personale e familiare. Questo svelamento produce nella generazione successiva, in maniera graduale e quasi magica, il senso di liberazione dalla trappola di divieti emotivi della generazione precedente.
Curiosamente sono i cani, elementi istintuali, che segnalano l’accesso alla passionalità e smontano la possibilità di proseguire nella sofferenza creata dalla dissociazione. Ulla che reclama attenzione per il suo calore; la fuga nella casa di Ugo, che mette incinta Ulla, con la conseguente nascita di mostri che (secondo il veterinario amante di Rita) hanno un loro carattere; la rottura del vaso di Golia, che rompe le scuse e i veli usati da Rita per non concedersi alla storia con il veterinario.  

Dunque, Rita s’innamora del veterinario, medico della sensibilità animale, che riesce a comprendere il suo bisogno di essere capita e incontrata emotivamente e, curiosamente, quando Rita fa l’amore con il veterinario, anche sua figlia Silvia trova l’amore romantico e passionale con il simpatico e affettuoso “Cammello” che è stato capace di riconoscere la sua sofferenza.
Sara, smonta il suo ideale bloccato nell’adorazione del marito-padre scomparso, e s’innamora di un uomo che spara a sua moglie perchè l’ha tradito, con il quale costituisce un dialogo più profondo, e allo tempo stesso rompe la distanza con il figlio, liberandolo dal blocco all’accesso della sua sessualità.
Claudio, simbolico e concreto difensore dell’uomo che uccide la moglie, comprende l’importanza dell’affetto reintegrandolo anche nella sua vita con Luca e a sua volta reintegrandosi nell’affetto familiare. 

Quando questi avvenimenti si manifestano e diventano espliciti, scopriamo che anche Irene diviene consapevole della sua difficoltà nell’accesso alla sessualità e ci racconta il segreto della difficile vita erotica con suo marito. 

Sembra, infine, inquietante, ma sufficientemente aperto, il destino di Chiara, la quale pensa di non volere la famiglia, ma che se l’avrà, sarà per sempre. Commento ambiguo sulla possibilità di essersi sottratta alla trappola o di averne un’altra già pronta.  

Novembre 2013