Il riccio

 

Mona Achade, F, 2009

 

commento di Rossella Valdre’

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"Risposi che le persone colte

non leggono libri,

vivono con essi"

  (M.Khan)                                                                                                                                          

 

Winnicott diceva che, per certe persone, "…è fondamentale nascondersi, ma è terribile non essere scoperti".

Sembra proprio il cuore della vicenda di Renée, la portinaia protagonista de Il riccio, piccolo film francese dell’esordiente Mona Achade. L’autrice del romanzo da cui il film e’ tratto, Muriel Barbery, pare si sia irritata perché il film non resta fedele al libro: per fortuna, a mio parere. Questo è uno di quei rari casi in cui un film ispirato ad un romanzo è migliore del romanzo stesso (o comunque, e’ un’altra cosa): più intenso, più vero, più dolente, più essenziale. Tolta la patina dell’eleganza, quello che resta è il riccio, il nascondimento.

Occupiamoci pertanto solo del film.

Siamo a Parigi, nell’elegante palazzo dove risiedono cinque ricche famiglie dell’alta borghesia; all’ingresso, il piccolo appartamento di Renée, la storica portinaia, brutta e grassoccia, dai modi ispidi come un riccio, che fa il suo lavoro in modo diligente, lo sguardo cupo, vedova da tanti anni del marito portinaio, sola. A tutti occorre rivolgersi a lei, è comunque una figura essenziale nella vita del piccolo esigente palazzo. Nessuno, in fondo, la conosce davvero. Nessuno la vede. Tutti la incrociano distrattamente, le rivolgono richieste, ma senza vederla, senza ascoltarla.

 

Si interessa a lei, inaspettatamente, un nuovo inquilino, il triste e raffinato giapponese Ozu. Anche lui molto ricco, ma sobrio; anche lui vedovo e solo. Il signor Ozu è curioso, intelligente, e si accorge da un dettaglio che la portinaia Renée coltiva un giardino segreto dentro di sè: è una donna colta. Renée si lascia scappare (e non casualmente, proprio con lui) il famoso incipit di Anna Karenina "tutte le famiglie felici si somigliano…", aprendo così a Ozu, uomo colto a sua volta, uno spiraglio per farsi conoscere, per farsi intravvedere. Insieme a Paloma, infelice e intelligentissima dodicenne che vive in un altro appartamente dello stabile, si viene così a comporre il triangolo essenziale dei personaggi che abitano il nostro elegante microcosmo.

Tre solitudini, tre destini, tre menti raffinate e alla ricerca di un senso dell’esistere si incrociano, si toccano, la loro vita ne cambierà per sempre.

Paloma, a cui e’ affidato l’io narrante della storia, da brava pre-adolescente inquieta è impegnata a tempo pieno a cercare di differenziarsi dai genitori, cosa non facile visto che ha un padre ministro della Repubblica e una madre eternamente nevrotica ed eternamente in analisi; decide allora di ‘programmare’ di suicidarsi entro il prossimo compleanno. Nei giorni che intercorrono, entro cui si snoda il racconto del film, riprenderà con una cinepresa i personaggi intorno a lei, il suo piccolo ma ricco mondo animato dai familiari e dagli altri abitanti del palazzo, seguendoli voyeristicamente con occhio ironico e disincantato, con quella saccenteria innocente ed insieme pedante tipica di alcuni adolescenti intelligenti.

Abbiamo subito l’intuizione che il suo progetto mortifero non sia poi tanto serio, che poggi su una fascinazione della morte di marca, appunto, adolescenziale, colorata da u ben deciso tratto isterico; e tuttavia, l’impatto con la morte (improvvisa, non certo ‘programmata’) non e’ esente dal film. Solo, non sarà la piccola Paloma a morire……

La vita sfugge al nostro controllo. Può accadere l’inaspettato (l’incontro tra Paloma e Ozu, tra Ozu e Renée), mentre l’apparente urgenza dei progetti può decadere all’improvviso, non più necessaria (l’intendimento suicida di Paloma). C’è sempre una possibilità di crescita.

Paloma la coglie nel segreto di Renée: capisce che lei non è una portinaia come tutte le altre, non è una persona qualunque, intravvede nel piccolo appartamento una porta chiusa.

Deliziosa metafora di una sorta di spazio privato del sé (e di area traumatica, ricordiamo il romanzo "La porta" di Magda Szabo’, dove è la porta a celare il segreto della vecchia Emerenc) la porta chiusa contiene libri, moltissimi libri stipati uno sull’altro. Solo alla fine, Renée la "dimenticherà" aperta…

Lo spazio segreto della goffa portinaia, il suo se’ privato e custodito negli anni come un tesoro segreto, e’ la conoscenza, quello straordinario universo transizionale che è la cultura. E’ in questo delicato spazio transizionale, appunto, che avviene la possibile trasformazione dei tre personaggi, il loro peculiare incontro. Paloma ha un’occasione di crescita, quella che non trovava in famiglia, Ozu e Renée godono alcuni attimi di una splendida affinità elettiva, che sembra ripagarli di tanta solitudine, anche se non durerà a lungo…

Il finale sembra tragico, ma in fondo non lo è dal momento in cui viene finalmente vista e ascoltata, la vicenda umana di Renée si può concludere, con la stessa modalità della sua eroina Anna Karenina. Investita. Travolta.

 

C’è una frase che ricorre, è Paloma a ripeterla alla portinaia. Tu hai trovato il miglior nascondiglio. Che pronfonda necessità, per un’adolescente si sa, ma per tutti noi, possedere un nascondiglio. Dal quale poi essere ripescati, come scrive Winnicott, certo, nel quale essere talvolta sorpresi, ma che bisogno antico, profondo, quello di avere un angolo socchiuso allo sguardo esterno, riparato. In questa epoca di tutto fuori, tutto mostrato, sembra vigere l’imperativo opposto, tutti vogliono spasmodicamente parlare o far parlare di sé, esigenza di una porta chiusa dentro di noi, viene vista con sospetto. Persino i silenzi del paziente, talvolta, le sue chiusure, rischiamo di non tollerarli a sufficienza, di prenderli come attacchi alla nostra pretesa vicinanza, rischiamo di dimenticare quale linfa vitale possa costituire per il soggetto umano, la presenza di uno spazio segreto dentro di sé, sostanzialmente inviolabile, essenzialmente privato. Il film, in questo senso, appare elegantemente ottocentesco, come i romanzi dell’amato Tolstoj: il piccolo intenso mondo del palazzo parigino tesse vicende, affetti, emozioni trattate con un pudore ed un garbo lontano dai toni della contemporaneità, sempre così urlata, così mostrata. L’amore nascente tra Ozu e Renée, profondissimo, non è fatto che di sguardi e intuizioni. Timido, celato, attonito quasi.

 

Scrive Masud Khan che "..una persona può nascondere se stessa dietro ai sintomi, ma può anche assentarsi in un segreto. In tal caso il segreto costituisce uno spazio potenziale in cui l’assenza prende la forma di una sorta di animazione sospesa. Come la rendenza antisociale in Winnicott, così il segreto implica la speranza che un giorno si possa venirne fuori, che qualcuno ci troverà e ci parlerà, e così potremo tornare a essere persone intere, che vivono insieme agli altri" (1990, I Sé nascosti) corsivi miei. Talvolta, prosegue sempre l’Autore, questi segreti, nati nel bambino come tentativo di crearsi uno spazio potenziale, sfiorano la reticenza, e l’analista è tentato di interpretarli come resistenze, rischiando così di violare uno spazio che forse sfugge al nostro accesso, ma vitale per la persona.

Dunque, l’evocazione alla psicoanalisi, nel film, non e’ certo quella stereotipata e caricaturale della madre di Paloma, nevrotica "in analisi da dieci anni secchi", ma essa sta nel richiamo all’importanza dell’ascolto (Ozu è il primo, con Paloma, ad ascoltare veramente Renée dopo tanti anni), dello spazio segreto da preservare e insieme da dischiudere, della delicatezza della crescita sempre in bilico tra vita e morte, del vedere l’altro, finalmente, al di là della maschera del quotidiano e dei ruoli sociali.

 

Il sociale resta sullo sfondo, ma non è assente. Renée non ha potuto studiare perché era povera, al contrario Paloma è schiacciata, come la sorella, dall’eccesso di opportunità (per cui prende Renée a modello e da grande vorrà "fare la portinaia"). Le due figure sono l’una l’alter ego dell’altra: al proprio destino povero, Renée ha contrapposto la stanza chiusa della conoscenza, spazio privato che deve difendere anche perché non venga squalificato, mentre ad un futuro che si preannuncia temibilmente prevedibile, infelice e nevrotico (la nevrosi qui appare come ottocentesca malattia della borghesia), Paloma contrappone una sperimentazione ed una curiosità solitaria che la portano ad esplorare creativamente il mondo. Rispetto alla desolata solitudine di Renée a cui nessuno si interessa, Paloma soffre invece le attenzioni di genitori che non sanno come carpirne le confidenze, di una madre che si lamenta del fatto che "con lei non parla", barricata in cameretta come tute le ragazzine. L’una desidera inconsciamente essere scoperta, l’altra lotta per conquistarrsi, anche lei, un nascondiglio.

A legare l’una all’altra è la gentile e pensosa presenza del signor Ozu; attraverso lui e Renée, una sorta di genitori dell’anima, si snoda questa delicata e riuscita evoluzione.

 

Mi viene in mente una favola britannica per bambini, "Raspberry Juice" (succo di lampone), dove si gioca, letteralmente, con il nascondersi e lo svelarsi (closure and disclosure), nell’eterna metafora del nascondino (hide and seek). Una coppia di animaletti, una giraffa e un leone, si mettono in viaggio per scoprire l’identità di un animale misterioso, che non si affaccia mai dalla sua casa. Un animale che si nasconde. Le provano tutte per farlo uscire, lo chiamano con diversi nomignoli nascosti, a loro volta, dietro ai cespugli (ridicolo nascondimento, per una giraffa e un leone) ma niente da fare: l’animaletto scompare appena sembra dar cenni di sé. Solo quando rinunciano, aspettano, smettono di controllare, l’animaletto rivela la sua essenza: è un coniglietto, Raspberry Juice.

Occorreva rispettare, e saper aspettare.

 

(pubblicato anche in http://www.psychiatryonline.it)