Il ritorno

Come spettatori ci troviamo completamente in balìa dei personaggi e delle loro azioni che svolgono. Guidati, portati per mano, minuto per minuto, per non perdere una parola, per cogliere ogni minimo elemento della narrazione che possa darci qualche pezzo in più da aggiungere al puzzle della storia. E’ qui che risiede il fascino incredibile del film.
Il film si apre con la scena di un gruppo di ragazzini che si sfidano a tuffarsi in acqua da un alto pontile, “prove” iniziatiche di coraggio del “tuffarsi”.

Ma verso cosa?

Il senso di mistero che permea l’opera, l’eterna attesa d’un evento o quanto meno di un chiarimento, è sottolineato da una ambientazione anonima, spesso desolata e nella quale non compare mai un personaggio secondario di un qualche rilievo; gli uomini incontrati lungo il percorso vengono rilegati al ruolo di comparse; inoltre anche l’epoca resta indefinita. La freddezza asciutta che contraddistingue i rapporti tra i tre protagonisti ha come supporto quello di una fotografia virata al grigio, totalmente priva di colorazioni forti. Elemento essenziale di freddezza è poi la costante presenza dell’acqua, si pensi alla prova di tuffi che apre il film, alla pesca nel fiume dei due fratelli, l’unica concessione accordata loro dal padre, e poi il finale sull’isola, con il viaggio dei tre sul canotto verso la resa dei conti. Vi è comunque una circolarità nella narrazione, che parte da un trampolino e da un volontario sottrarsi al tuffo da parte del piccolo, ed approda alla “involontaria” caduta da una torre di legno, la quale ci appare proprio come un “trampolino” verso l’altro da sè.
La differenza fra i due fratelli è fin dall’inizio foriera di sorprese: il maggiore riesce a tuffarsi, il piccolo no e rimane in stallo, sospeso in cima alla torre/trampolino da cui potrà scendere solo dopo che la madre amorevole nel recuperarlo, gli proporrà il “patto” del segreto fra loro, del suo fallimento. Ma a differenza che nella prima infanzia la relazione con la madre non può più proteggerlo dal confronto con i pari ed egli subirà l’umiliazione del gruppo cui si associa il fratello maggiore, nella definizione di “cacasotto” .

E allora i due litigano, si rincorrono, perché il “piccoletto” deve fargliela pagare, perché era un suo amico, perché non è stato dalla sua parte; si rincorrono su una strada che porta ad una casa, grande, grigia, e lì d’improvviso si fermano, davanti ad una donna bionda, calma, che fuma una sigaretta. “Zitti, che vostro padre sta dormendo”, queste sono le uniche parole della donna, dopo che il “piccoletto” cercava di giustificare la sua camicia strappata. Per noi spettatori tutto si svela pian piano. E’ quasi fastidioso, perché tu non sai perché i ragazzi a quella frase facciano una faccia sbigottita, non sai perché corrono subito di corsa a vedere la camera dove l’uomo sta dormendo, non sai perché vanno a prendere una vecchia foto da un baule per vedere se è veramente il loro padre. Tutto si scopre dopo. Come si scopre dopo, durante il film, il perché i due ragazzi debbano andare via qualche giorno con il padre e il perché (questo nemmeno troppo chiaro) il padre sia tornato a casa dopo molti anni, così, senza troppe spiegazioni. E così si ritrovano in macchina insieme al padre, questo sconosciuto.

Lo svelamento sarà graduale nei rapporti personali fra i tre maschi. Un percorso progressivo che porterà ad avere un ritratto assolutamente terrificante del padre. Questo ritratto però è quello che noi vediamo attraverso gli occhi del “piccoletto”, attraverso un bambino che non ha avuto un padre per anni e che adesso sbuca fuori dal nulla e vuole farsi rispettare, e con metodi anche brutali. E’ un mostro. Ma alla fine quelle del padre non sono altro che lezioni educative, che a pensarci bene un qualsiasi padre farebbe al proprio figlio (anche se non sempre, e qui sta l’ambiguità e il fascino del personaggio). E la conferma arriva alla fine, quando rincorre, dopo un violento litigio, il “piccoletto”, per spiegargli forse finalmente tutto quello che si è tenuto dentro fino a quel momento, per aver trovato finalmente il coraggio di confessargli tutto il bene che gli vuole, che fa fatica, che sono passati troppi anni, che non avrebbe saputo in che altro modo comportarsi, che non avrebbe voluto stare lontano tutti quegli anni, che (forse) gli dispiace. E tutto questo si avverte in una sola inquadratura del viso del padre, un primo piano, che contiene tutta la disperazione di un padre sconfitto. E l’epilogo non può che essere tragico, giusto clima di un rapporto conflittuale: il padre cade da un torretta dove il ragazzino si era arrampicato, e muore, tragica fine, quasi annunciata poco prima, quando il ragazzino vede un uccello morto in un campo. E i colori accompagnano la tragicità dell’evento, come del resto in tutto il film: sono colori opachi, sempre un uso di colori freddi, grigi e azzurri, è sempre nuvolo e a volte piove (e piove tanto quando il padre mette in pratica il suo metodo “educativo” più brutale), e l’acqua (simbolica non solo per il colore, ma anche perché veicola sensazioni di freddo e gelo) la ritroviamo con il lago, grigio, torbido e mortale (si inghiottirà il corpo senza vita del padre). Tutto ad indicare la freddezza di un rapporto, che non ha avuto la possibilità di riscattarsi.
Una nota tragica e allo stesso tempo agghiacciante: in quello stesso lago, è morto uno dei due ragazzi, protagonista del film annegando proprio in quelle stesse acque.

Il piccolo Ivan Dobronravov, co-protagonista insieme allo scomparso Vladimir Garin, e’ impressionante per come si cala nel ruolo del provocatorio fratello minore, alla ricerca di un affetto paterno che non riconosce nell’uomo piombato improvvisamente a casa e che dice di essere suo padre. La storia prevede il viaggio dei due fratelli verso un’isola misteriosa, accompagnati da questa ruvida presenza insinuatasi nella quotidianità senza alcun preavviso. Chi è? Cosa vuole da loro? E’ davvero il loro genitore naturale o magari vuole ucciderli? E’ pericoloso? Perché

si e’ ostinato a compiere quel non facile tragitto verso un’isola deserta? L’atmosfera è carica fin dall’inizio di grande suggestione e gli interrogativi si amplificano di pari passo alla tensione emotiva che accompagna lo schiudersi dei personaggi. L’assenza di comunicazione ingigantisce il divario tra l’adulto e i due bambini e crea paure e rivalità. Il bisogno di affetto e’ la molla scatenante dei personaggi, ma l’incapacità di concretizzare le intenzioni si traduce in un rifiuto che prende la forma dell’aggressività. La tragedia non accade inaspettata, era nell’aria fin dall’inizio, e giunge ineluttabile. Perfetta l’ambientazione, volutamente non connotata a livello temporale, forte l’incidenza del paesaggio e la cura con cui ogni inquadratura e’ composta, quasi a dare l’idea di una successione di quadri in movimento.

Fin dall’inizio del film ci troviamo coinvolti in una atmosfera intensa e profonda che ci riporta ai vissuti del nostro progredire nella crescita e nella elaborazione dei suoi passaggi, universali, ma sempre diversi in ciascuno di noi, delle relazioni affettive con le figure genitoriali e della conseguente costruzione della nostra identità.

Il dilemma dell’adolescente fra il rimanere nell’alveo delle braccia materne e il tuffarsi che tuttavia ha subito i connotati mortiferi del freddo (l’acqua) e del fallimento ( il tuffo mancato come la caduta e morte del padre) , ci informano di quanta ambivalenza e di come sia necessario un equipaggiamento profondo per identificarsi con il padre come oggetto primario ( il fratello maggiore ce la fa) per affrontare e usare un padre che, come direbbe Winnicott, sembra essere “sufficientemente buono” e già preparato alla sua morte simbolica e dunque vuole lasciare ai figli gli insegnamenti necessari a procedere da soli verso l’età adulta. E’ un padre che non si “maternalizza” e quando sembra farlo, segna la sua fine.

Potente il prologo, potente l’irruzione sulla scena della figura del padre che torna a casa dopo molti anni di assenza, e il clima apparentemente statico della casa e delle donne, inquadrate come icone impotenti di fronte al destino, si eleva a liturgia celebrativa del ritorno e del viaggio necessario per effettuare la separazione dal mondo infantile e l’assoggettamento al verbo paterno : salvifico, divino quanto minaccioso e straniero, per dirla con Gaddini.

 

La dimensione mitica del padre sfugge alla certezza dei dati percettivi e i due ragazzi turbati dalla visione del padre dormiente, statuario come nel Cristo morto del Mantegna, devono cercarne la sua dimensione reale attraverso la sua fotografia gelosamente custodita nella soffitta della memoria in una Bibbia proprio nella pagina dove Isacco sta per sacrificare il figlio.

Il pericolo di un cinema eccessivamente cerebrale, che in nome del “significato” trascuri il “significante”, è sempre dietro l’angolo, ed un grande film lo si riconosce nel momento in cui riesce a veicolare una forte tematica attraverso una narrazione che restituisca allo spettatore autentica emozione.

 

Quanto mai attuale il tema del padre si impone sulla scena odierna in cui le nuove generazioni si trovano a confrontarsi fra il padre “assente” o il padre “mancante” e possiamo trovare nel film una atmosfera sospesa, ai limiti fra la fantasia e la realtà, in cui il tema del viaggio ineludibile, iniziatico per i due giovani ragazzi, ci apre ad una profonda esperienza interiore in cui ci troviamo talvolta a soffrire per i ragazzi talvolta per il padre, ma sentiamo che l’obbiettivo non è la meta ma il viaggio stesso nella sua capacità di produrre conoscenza interiore e cambiamento in tutti loro.

 

Magistrale la capacità del regista di promuovere in noi sentimenti ambivalenti ora vero l’uno ora verso l’altro : si tratta di un padre sordo, autoritario che impone ai figli il suo modello e i suoi insegnamenti sul come essi devono affrontare il mondo e crescere o di un padre debole che sta rincorrendo i figli perché sente che la sua figura è in declino ed essi non saranno in grado di garantire la continuità dei suoi valori?

Assistiamo alla perizia di questo padre nel preparare il viaggio, gli strumenti necessari il tipo di aiuto che si aspetta dai figli. Si intravede il perturbante del padre sessuato che a differenza dei figli guarda la donna come oggetto di desiderio, pre-esistente la loro nascita , e coesistente nella sua mente con i figli. Sentiamo tutta l’umanità del padre che soffre nel constatare la differenza di intesa col figlioletto minore che metterà in dubbio prima la sua stessa autenticità poi il valore delle sue proposte affettive e maturative.

Chiamerei il film “ Il ritorno AL PADRE” nel senso che ciascuno dei protagonisti va verso il Padre : il piccolo per conoscerlo, il grande per terminare il suo processo di identificazione, il padre stesso verso la sua parte mancante. Il padre arcaico che cerca di dirigere le sue greggi per non lasciarle in balia della loro fragilità, cerca di insegnare a conoscere gli elementi primari ( ben rappresentati dalla naturalità dei luoghi) prima di decretare la sua stessa morte. La galleria delle fotografia ci riporta all’importanza nella vita di tutti i protagonisti e di ciascuno di noi della ricostruzione e della conoscenza della storia comune e soggettivamente vissuta con le persone importanti della nostra vita ( i ragazzi trovano che anche il padre aveva una loro foto in macchina).

 

Una delle punte vive del problema sembra essere il posto che la madre assegna alla funzione paterna e la passività dei padri di fronte all’imposizione della madri. Le angosce di un padre castrante e persecutorio hanno lasciato il posto nella mente dei nostri pazienti, alle angosce di un padre castrato o desessualizzato nel rapporto con la madre.

Come ha sottolineato M. Fraire recentemente nella relazione presso il nostro Centro , “L’oblio del padre”. Questo sembra essere il tema centrale sul rapporto fra i sessi nella attualità delle relazioni genitori figli. Alcuni autori hanno sottolineato la castità che vige in una situazione edipica desessualizzata e totalmente materializzata. Dunque il richiamo al padre ritorna necessario non solo nella sua dimensione reale, ma come ricerca delle tracce profonde, intime della sua presenza che permettano il suo riemergere come funzione altra dalla funzione materna, che consentano cioè di restituirgli quella dimensione di desiderio e di investimento libidico da parte della madre, prima della nascita del figlio.

Condividiamo quotidianamente la difficoltà che l’uomo, padre odierno incontra nel proporsi autorevolmente senza diventare tirannico, e umano senza diventare “materno”. L’immaginario collettivo è abitato alternativamente dai due volti dello stesso fantasma : da una parte il padre umiliato, marginale nella sua funzione educativa, messo in scacco dalle sperimentazioni della scienza sulla procreazione, e dall’altra il tiranno, portatore di valori assoluti indeclinabili e indiscutibili. Un padre, come lo ha definito la Fraire, fondamentalista che reagisce al tentativo della madri di smarcarsi dal suo dominio con l’omicidio. Le cronache ne sono piene ogni giorno di più.

 

Non si tratta di considerare tramontato il complesso di Edipo, in quanto Freud non intendeva descrivere il padre che in quel momento storico poteva essere operativo e funzionale, ma intendeva proporre uno schema in cui l’articolazione del desiderio , della passione fra i sessi e le generazioni poteva muoversi verso la distruzione o l’evoluzione. Perciò lo schema edipico può ancora oggi aiutarci per la sua differenza con lo schema narcisistico delle relazioni e aprire la via ad una risessualizzazione delle funzioni genitoriali, madre e padre nella gestione del rapporto con il figlio.

O come proposto dalla H. Faimberg , di superare il dilemma narcisistico e di

“ concettualizzare questa lotta narcisistica di natura edipica introducendo il concetto di “ configurazione narcisistica”.

Si pensi a tutte quelle situazioni in cui lo sviluppo del pensiero che il padre sia solo il trasmettitore delle parole della madre, ha comportato la completa esautorazione delle competenze “ al maschile” della figura del padre e della sua capacità sensoriale di accostarsi al figlio in modo diverso dal corpo della madre. Nel film si sente la differenza del linguaggio dei corpi fra padre e madre e risalta in tutti i suoi significati la frase della madre “ non sei contento, è tornato”.

Il padre come “terzo” può essere una funzione della mente trasversale all’uomo in quanto tale, ma rischia la sua estinzione sia come significante che come oggetto di identificazione se non è sufficintemente ancorata a quella contiguità cui Freud, attribuisce grande importanza, dello psichismo con i corpi, per via dell’importanza assegnata alla articolazione tra rappresentazione e affetto. ( Fraire)

In questa chiave le differenze dei fratelli del film possono rimandarci al difetto che nel caso del piccolo è stata l’assenza/mancanza del padre, oppure come spesso accade nei registi dell’est, viene annunciata dalle nuove generazioni, la morte e il declino di una società tenuta “sotto” il dominio e dunque il declino di quel padre storico che non ha saputo muoversi nel tempo. Come non ricordare il magistrale film Underground, con l’avvento tuttavia del nuovo dominio mortifero del narcisismo dato dalla monogenitorialità e dalla indifferenziazione dei sessi?

Come Pasolini che ritraeva i grandi drammi universali nello squallore del proletariato, unico soggetto immediatamente sensibile ai profondi cambiamenti sociali perché subito investito di farne le spese e di portarli avanti, così i nuovi “ proletari” in cerca di modelli, rappresentati dai figli idolatrati e condannati alla unicità dei sessi ci informano che essi stanno diventando tutti monosessuali, perché non in grado, senza strumenti per affrontare le differenze e non soccombere. Un paradosso dato dalla mancanza di amore e contatto proprio con il genitore dello stesso sesso.

Dobbiamo perciò tornare a studiare la relazione padre-bambino non solo nel suo nascere ma nel suo divenire, fare ad esempio, come spesso proponeva Novelletto ai suoi allievi, una infant-observation fra padre e figlio sia nell’epoca dello svezzamento che intorno al secondo/terzo anno di vita e formare terapeuti maschi e femmine in grado di distinguere il codice materno da quello paterno non considerandoli in graduatoria fra loro ma in articolazione nella loro diversità. Così come si potrebbe avere un proficuo scambio di osservazioni cliniche fra i terapeuti dell’infanzia e dell’adolescenza e quelli degli adulti per meglio utilizzare il transfert e controtransfert nell’analisi come elementi potenti che permettono di “sdoganare” il padre ( e la madre) dalla loro indifferenziazione restituendogli creatività e originalità nei loro modi di essere.

 

 

 

Fonti :

H. Faimberg, “ La dimensione narcisistica della dimensione edipica” in Ascoltando tre generazioni, Angeli 2006

M. Fraire, “ L’oblio del padre”, relazione presentata al Centro Psicoanalitico di Roma

G. Fugazza, recensione del film “ il ritorno”, rivista Interazioni n1-2005/23

E. Gaddini, “ La formazione del padre nel primo sviluppo infantile”1976

Il Merenghetti, dizionario dei film 2006

Recensione “ Il manifesto” L. Barboncini

Sito internet “ Il ritorno” commenti di M. Fresolone, M. Tagliabue