Il sacro GRA

regia di Gianfranco Rosi, Italia, 2013, 93’

Commento di Amedeo Falci

Dov’è il Sacro, e dov’è il GRA?

Come apprendiamo dalle notizie in rete, documentario di Rosi da un idea di Nicolò Bassetti, “paesaggista” ed “esploratore urbano”. L’ esplorazione di questo non-luogo come il Grande Raccordo Anulare di Roma, sembrava un progetto di un certo interesse ed originalità. Ma l’operazione appare subito divisa tra un vero e proprio aspetto documentaristico, seguire la spina dorsale spaziale del film – il GRA, appunto – e la dispersione narrativa in tante sottostorie, che appaiono in fondo delocalizzate, enucleabili dal non-luogo, leggibili indipendentemente e collocabili in qualsiasi geografia marginale del nostro paese.

Nell’idea documentariale la ‘materia’ si offrirebbe, apparentemente, da sola, il focus della ripresa riguarderebbe il “vero” naturale (mi si perdoni la semplificazione). Certamente, a meglio analizzare, la ripresa documentariale vera e oggettiva è mitica e inesistente. Qualsiasi operazione di ripresa, anche “naturalistica”, è sempre frutto di scelta, selezione e ritaglio, di ideologie implicite ed esplicite, di concezioni del mondo, di varie operazioni tecniche che sono sempre scrittura di un testo. Anche se fosse solo una videoripresa programmata, senza operatore, di un’eruzione di Stomboli. Quello che vorrei indicare è come un’operazione di documentario dovrebbe forse mettere sotto controllo un’eccessiva invadenza di fiction narrativa. Una cosa è riprendere e intervistare persone (non personaggi) che fanno parte del tema, che rientrano nel campo della ripresa; un’altra cosa è l’organizzazione di micro copioni di eventi. Come dimostrato dalla ricorsività del regista proprio su alcune microstorie e su alcuni “personaggi”, che meglio fungano da “rappresentazioni” del vero. Così è nell’insistenza sulle due prostitute, sull’(in)esperto entomologo ascoltatore del “punteruolo rosso” delle palme, sul ridicolo “nobile” dell’Ordine di San Casimiro, sul pescatore di anguille, e altro. Come a rimarcare piccoli nuclei narrativi su cui ritornare per non deludere lo spettatore che vuole sapere “come va a finire”.

Ecco quindi che il preteso documentario svela messe in scena già pre-organizzate, ammiccamenti verso un potenziale film con personaggi più macchiettistici che veri, verso un film di scenette su marginalità divertenti e bizzarre, che non lasciano mai la bocca amara. Così il promettente discorso sul non-luogo del GRA rimane appena abbozzato, viene persino dimenticato e, semmai, risorge in qualche affascinante ripresa della grande nevicata su Roma, credo, dei primi mesi del 2012. Non a caso, di fronte alla registrazione dell’imprevedibile naturalità dell’eccezionale evento, il film per un attimo riprende la sua piena capacità di pathos documentariale. È là, in quest’asfittica occlusione dell’anello da parte di automobili senza traccia di umano che, forse, si scorgono le uniche autentiche e felici immagini sulla concreta anonimità del non-luogo. Troppo poco.

Un’operazione interessante, quindi, ma incompleta, non del tutto riuscita in questa indecisione tra ‘docu’ e fiction. Tuttavia, una realizzazione di un incredibile successo commerciale. Specialmente nel Lazio, come apprendo dal web. E se ne capisce pienamente il perché.

Stupisce davvero il Leone d’Oro di Venezia 2013. È questo il messaggio di Bertolucci? Non esiste il cinema italiano. Solo un documentario. Se così fosse non appare, da parte del maestro parmense, un gesto generoso verso il nostro cinema, vivace e popolato anche di interessanti intraprese e di belle creatività. Di fronte all’assegnazione di questo premio, anche l’imperfetto “Via Castellana Bandiera” (su cui, in questa stessa sede, ho espresso alcune riserve critiche) che cos’è? Se non film da Oscar degli Oscar!

Ottobre 2013