Il terzo uomo

di Carol Reed, Gran Bretagna, 1949, 104 min.

commento di Paola Golinelli

La cineteca di Bologna, che sta arricchendo la storia del cinema di capolavori restaurati e sta sempre più conquistandosi una meritata fama internazionale, ha recentemente restaurato “ Il terzo uomo”, film di Carol Reed (GB-USA, 1949), con interpreti indimenticabili come Orson Wells, Joseph Cotten, Alida Valli o semplicemente Valli, come veniva chiamata negli USA e come appare nei titoli di testa, e Trevor Howard, a cui si affiancano alcuni caratteristi di altissimo livello. La copia restaurata restituisce a pieno i contrasti del bianco e nero d’epoca, che permette di godere appieno della fotografia di Robert Krasker, accompagnata dalla musica famosissima di Anton Karas e dal parlato in versione originale. 

La vicenda é nota, ma è soggetta a rimozione… perciò é meglio rinfrescare la memoria: nella Vienna del 1946, con le macerie della guerra appena conclusa e ancora divisa in zone di occupazione, arriva Holly Martins, scrittore americano di western, invitato dall’amico d’infanzia Harry Lime, il quale é però appena morto investito in un incidente sospetto. I testimoni parlano di due uomini presenti sulla scena dell’incidente, altri parlano di tre. Da qui il titolo “ Il terzo uomo”. Lime é in realtà vivo e ricercato dalla polizia alleata, americana, per contrabbando di penicillina adulterata, che ha provocato e continua a provocare la morte atroce di molti bambini. Martins scopre così una verità insospettata sull’amico d’infanzia e conosce la sua  fidanzata Anna. La donna è debitrice a Lime dell’espatrio clandestino dalla Cecoslovacchia, già invasa dai russi, e per questo gli rimane grata anche di fronte all’evidenza del suo fare traffici loschi a fini di lucro e del suo essere divenuto un individuo perverso e distruttivo.

In una Vienna cupa, barocca, angosciosa, espressionistica, Orson Wells interpreta uno dei personaggi più duri del cinema, restando tuttora in qualche modo un eroe negativo di grande fascino. Atmosfere e taglio delle inquadrature, primi piani di volti diffidenti, la macchina da presa che fruga nei vicoli, davanti ai portoni, sotto i lampioni, e l’indimenticabile motivo suonato alla cetra ossessivamente da Anton Karas, che ci seduce a seguire il racconto e che sembra suggerirci l’eternità del carosello dell’esistenza umana e del mondo, ne fanno un capolovaro indiscusso. 

Anche per chi come la sottoscritta lo ha visto più volte in  epoche diverse della vita, il piacere é impagabile a partire dal trailer, con cui viene introdotta la pellicola, fino ai titoli di coda che ci accompagnano all’uscita dalla sala, insieme ai commenti entusiasti degli spettatori di varie età e all’aria sognante in cui si é stati immersi per la durata del film.

Molti, parlandone, hanno la sensazione di averlo già visto, anche se  ricordano solo ad un certo punto della proiezione che effettivamente lo avevano già visto. In genere la memoria si riattiva di fronte a scene minori: un’amica mi racconta di essersi ricordata della trama solo quando ha rivisto la scena in cui la gattina di Anna (Valli) va ad accoccolarsi ai piedi di Lime (Wells), creduto morto, che riappare per la prima volta nell’incavo di un portone. Altri ricordano il pappagallo che morde Holly (Cotten) in fuga e ogni volta che egli racconterà di essere stato beccato da un pappagallo verrà preso per pazzo o ubriaco, aumentando l’effetto comico della scena. Altri ancora ricordano il bambino antipatico e bugiardo (l’innocenza contaminata e pervertita dalla guerra) che accusa Holly di essere l’assassino del portiere, testimone scomodo. Tutti, o quasi tutti, sembrano invece ricordare la battuta indimenticabile del cinico Lime che cerca di giustificare la sua scelta di stare dalla parte del male per arricchirsi, di delinquere perversamente manipolando la realtà esterna e quella interna e piegandole ai suoi loschi fini.

Tutti noi, appartenenti alla generazione immediatamente seguente gli anni della guerra, ritroviamo gli adulti della nostra infanzia, ne riconoscono la magrezza irripetibile al giorno d’oggi, i gesti, gli abiti, le acconciature. Dal fondo della memoria di ciò che abbiamo visto realmente nell’ìnfanzia e di ciò che abbiamo conosciuto attraverso gli archivi fotografici e i filmati documentari rivediamo le città devastate, semideserte in cui si muovevano i nostri genitori, i nonni, gli zii, respiriamo con verosimiglianza il clima di sospetto di coloro che erano appena usciti dalla guerra, dai regimi totalitari, dalla Shoah.

Guardando il film siamo calati in un’atmosfera che ha tutte le sfumature dei ricordi rimossi, della vicenda edipica che ognuno si porta dentro, il “terzo” che stentiamo sempre ad identificare e a lasciare entrare nell’area della consapevolezza: da qui i ricordi di copertura, i particolari del racconto cinematografico che ci sono rimasti in mente e l’effetto di rimozione continuo a cui questo capolavoro della storia del cinema sembra essere legato nell’immaginario di tutti noi.

Holly insomma diventa ognuno di noi: è ingenuo, naif come i bambini che si affacciano curiosi al mondo adulto, al desiderio, rappresentato dalla bellissima Anna, enigmatica come la sfinge. I miti portanti dell’infanzia e dell’adolescenza sulle figure genitoriali, su coloro che abbiamo amato cedono di fronte all’irrompere della pulsionalità.   

C’é di più, però: c’é il trauma da cui tutti, persone, cose, paesaggi, esseri animati e inanimati sono appena usciti con i loro sentimenti e le loro soggettività. Tutto ci appare all’alba di un mondo in ripresa, pronto a rinascere, a partire dalla distinzione di ciò che è morto e ciò che è vivo (Lime é morto oppure no?), di ciò che é bene e di ciò che é male, e in questo il personaggio di Lime, il terzo uomo appunto, é un’invenzione straordinaria, rappresentante indimenticabile del male, del lato oscuro che alberga in ogni essere umano,  sempre pronto a riemergere. Lime è capace di ogni nefandezza, come l’impensabile uccisione dei bambini, gli innocenti per eccellenza, la parte vitale della psiche, e può contaminare, infettare anche la medicina, il farmaco (la penicillina) che cura e ridà vita. In questo senso lo sceneggiatore e il regista hanno saputo dare una rappresentazione a quell’elemento insondabile, negativo della psiche umana, sempre in lotta contro la vita, elemento fortemente probletatizzato dagli orrori della II guerra mondiale. La scena finale del film è in un cimitero, quello dove Lime è appena stato sepolto, ma non possiamo gioire a pieno della rinascita della vita,  nè sappiamo che percorso dovranno fare i due protagonisti e se vivranno “felici e contenti”, come al termine di ogni fiaba che si rispetti, dando vita ad una coppia che fonda di nuovo il mondo o se i loro cammini continueranno in direzioni opposte.   

Come accade intorno alla voragine che un trauma collettivo come la guerra provoca, restano frammenti di memoria, piccoli particolari/schermo, impressi nelle mente, mentre sfugge la totalità del racconto e del senso profondo di esso.

Nell’atmosfera di un’ Europa traumatizzata, appena emersa dall’orrore della guerra, dal trauma, piomba un improbabile personaggio, un Joseph Cotten giovane come tutti gli altri protagonisti e coprotagonisti del film, naif, bambinesco dall’ affettività ingenua, rudimentale nel perseguire una verità e una giustizia di cui il mondo adulto sembra essersi scordato nelle sue losche manipolazioni della verità e perversioni, un cow boy americano, scrittore di western, non certo un seguace di James Joyce e dello “stream of consciousness”, di cui non sa assolutamente nulla, come appare evidente nella esilarante sequenza della conferenza al circolo di cultura. Una delle scene leggere del film che é un impagabile miscuglio di leggerezza e drammaticità, di ingredienti da thriller e di melò.

Un vero capolavoro del cinema ritrovato.     

Settembre 2016