Il Viaggio – The Journey

Recensione di Giuseppe Riefolo

Il Viaggio – The Journey

Regia di Nick Hamm, Gran Bretagna, 2016, 94’

Trailer:

 

“Voglio che tu venga qui, così possiamo parlare”

(Haruf, 2017)

Trama

Il film racconta la storia, fuori dall’ordinario, di due nemici irriducibili nell’Irlanda del Nord di fine anni ‘90. Si tratta di Martin McGuinness, leader e figura di primo piano del Sinn Féin, braccio politico dell’IRA, e del reverendo Ian Paisley, leader del Democratic Unionist Party (DUP). I due sono costretti a intraprendere un breve viaggio insieme in automobile, durante il quale avverranno importanti trasformazioni nel loro rapporto che cambieranno il corso della Storia.

In un campo comune

“Io e lei non abbiamo niente in comune!”. Lo dice Ian Paisley, sprezzante, verso la metà del film, proprio nel momento in cui lui e Martin condividono profondamente la paura che nel bosco accada qualcosa di minaccioso per entrambi. Rumori di sterpaglie, poi uno sparo e un tonfo. Insieme hanno paura a muoversi nel campo, questa volta non solo condiviso, ma comune. Scoprono un cervo ferito a morte. Martin McGuinnes, il terrorista, solleva un sasso per finire il cervo ma, evidentemente, se ora si trova lì a cercare un impossibile accordo con il suo nemico, qualcosa deve essere cambiato e lui forse non è più la stessa persona di un tempo: “Abbiamo combattutto per più di trent’anni e non ha funzionato!”. Infatti, questa volta, non si tratta più di far valere in modo simmetrico la dimensione concreta della reciproca forza, ma i due si trovano costretti a una posizione che impone un confronto che punta sulla necessità inderogabile, a un certo punto della tua vita, che le tue ragioni possano finalmente essere ascoltate. Altrimenti continuerai a uccidere per trovare soluzioni: “Me ne occupo dal 1972!”. Ian e Martin da anni cercavano di distruggersi a vicenda, ma ora che sono nella stessa auto, per forza dovranno parlare. Ho pensato che è il dispositivo potente delle psicoterapie: due persone che condividono una stessa situazione, che li costringerà a far uso non più della propria forza, ma della reciproca umanità.

Ci si perde.

Ian e Martin arrivano a una chiesa abbandonata, un luogo sperduto di cui nessuno dei due sapeva l’esistenza, dove trovano configurazioni dissociate del proprio Sé: Ian nelle vetrate delle ampie finestre trova Il Libro dei Martiri che per lui è stato il Vangelo. Anche Martin trova che Il libro dei Martiri lo riguarda perché entrambi hanno pagato sangue per i loro progetti. Questa volta, il viaggio che li costringe insieme crea un’insospettabile intersezione e il martirio diviene non più la cifra della tua esclusione, ma il costo alto per essere accettati da un altro che non sospetta la tua umanità. Il processo, a questo punto, è intenso e, sempre fuori dalla cornice imposta dalla Mercedes, Martin e Ian si trovano a camminare in un piccolo cimitero. Qui Martin recupera un ricordo antico: “Quando ci fu l’attentato, alla TV fecero vedere i morti e ricordo che con mia figlia – allora aveva dieci anni – vedemmo un padre che portava in braccio la figlia morta, recuperata dalle rovine. Mia figlia mi chiese: “Papà perché quella gente uccide?”; io non sapevo cosa rispondere, ma le dissi che era la guerra! La voce, nel ricordo, si spezza in un singhiozzo e Martin si trova a piangere, mentre, sprezzante e trionfante, Ian lo accusa di “lacrime di coccodrillo”, non potendo credere che quell’uomo ora sia così diverso.

Tutto il film è stato per me, una riflessione sul cambiamento che s’incide nel tempo che passa. Gli analisti danno scarsa importanza alla dimensione del tempo, ma fondano il proprio lavoro sul cambiamento strutturale che chiamano “trasformazioni”. Ho rivisto, quindi, la scena di Martin che parla alla figlia e l’ho immaginato portarle la profonda sfiducia e rabbia perché qualcuno ti aiuti. Nella scena del film questa configurazione è rappresentata da Ian che, nonostante le lacrime, continua a ribadire l’impossibilità, anzi la paura, che le emozioni possano essere trasformative. Ma questa volta un altro vede le tue lacrime e mi sono chiesto se, tanti anni fa, Martin abbia pianto davanti alla domanda della figlia. La bellezza dei processi di cura è che, nella particolare situazione dell’incontro analitico, se le cose vanno bene, “la terapia consisterebbe nel completamento di un atto psichico precedentemente incompiuto” (Freud, 1892-95, 435). Ovvero, devono poter accadere, realmente, condizioni rimaste sospese, perché allora non c’erano le condizioni perché potessero accadere. Il film ci dice che bisogna tenersi continuamente in viaggio perché “é’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate” (Haruf, 2017, 117).

Il gioco del pulpito

Ian, dopo aver trovato il Libro dei Martiri nelle vetrate colorate, trova il pulpito che sembra lì per accoglierlo. Io so che era lì proprio per lui perché quell’esperienza antica di essere ascoltato senza dover ascoltare lui la chiama “parlare dal pulpito”. Ho pensato che fra Ian sul pulpito e Martin che è giù nel posto del pubblico, questa volta c’è un’altra scena che per lungo tempo era stata tenuta rigorosamente dissociata, ma che ora si ripresenta. È la telefonata che Ian ha con la moglie e poi la curiosità di Martin sul loro incontro, che consegna un tono intimo all’oratore. Ian racconta del suo primo incontro con la moglie che, sulla soglia di un negozio di biscotti, lo ascoltava mentre parlava alla folla in una piazza di Belfast. Questa volta scopriamo che il gelido Ian non badava al proprio discorso, ma a come potesse essere sentito e visto da quella ragazza che desiderava lo ammirasse. Nella chiesa sperduta e abbandonata in una foresta persa, Ian, mentre è sul pulpito a recuperare l’antico eccitamento dell’essere ascoltato, riscopre l’intensa bellezza di poter ascoltare Martin.

Ho pensato che la passeggiata dei due uomini per la foresta, il loro perdersi in una chiesa e in un cimitero sia il Kairos (Stern, 2004) delle loro storie. Ian lo coglie in modo netto scorgendo, dal pulpito, Martin che sorride: “Perché ride di quello che le ho detto?”; “Perché per la prima volta ha detto noi e non io!”.

Una Mercedes (con un autista)

Ho seguito il film come se fosse la scena di un’intensa seduta con un mio paziente difficile ed io potevo riconoscermi in Martin e sentire Ian come un paziente ostico. Proprio per questo mi trovavo a considerare come in questi casi, che gli psichiatri e gli stessi psicoanalisti chiamano “pazienti non-collaborativi” (Riefolo, 2001) o “ungrateful patients” (Gabbard, 2000), non sia importante il contenuto del discorso, ma che succeda comunque qualcosa perché “so per esperienza che per il paziente essere all’unisono è più importante di una verità su di lui” (Ferro, 2002, 66). Soprattutto in questi casi bisogna aver fede (Neri, 2008) che “il paziente … è l’unico collaboratore su cui potete veramente contare” (Bion, 1983, 52). È importante che un paziente che “non collabora”, per quanto ribadisca sin dall’inizio che non abbia alcuna voglia di parlare con noi, alla fine, comunque sia lì presente e, per qualche motivo che lui pensa concreto, abbia accettato di salire in Mercedes con noi.

A questi livelli di relazione, si tratta solo di esserci o non esserci. Quando ci sei, poi, inevitabilmente il campo si abiterà delle reciproche presenze e le interazioni saranno inevitabili: “Non ho campo al mio cellulare. Lei ha campo? Le ho chiesto se ha campo e non di darmi il suo cazzo di telefonino!”. Poi a Ian arriva la telefonata della moglie: “Ciao, cara. Sì … sono in compagnia … no … nessuno di importante”. Quindi Ian non può più negare, nei fatti, che non può aiutare Martin: “Può prestarmi il suo cellulare … solo una piccola telefonata … mi serve!”; “Non le darò mai il mio cellulare!”; “Ma almeno se me lo presta per mandare un messaggio … devo avvisare dove sono!”.

Essere nello stesso spazio, che gli analisti chiamano la presenza di un setting, ti permette di ascoltare la telefonata di Ian con la moglie. Se non ci fosse quella situazione precisa di setting, ascoltare quella telefonata risulterebbe intrusivo e violento, ma l’appartenenza ad una situazione definita e condivisa rende ovvio che tu possa ascoltare e, quella che nella realtà sarebbe una comunicazione privata diventa, per forza di cose, una presentazione ad un altro di una tua dimensione intima che autorizza la curiosità dell’altro: “Mi stavo chiedendo come può aver conosciuto sua moglie visto che lei non ama ballare e non andrebbe mai in un bar a bere perché le considera situazioni di perdizione!

Le condizioni del cambiamento

Per ogni paziente (per ciascuno di noi), è naturale che il cambiamento sia sentito prima di tutto una sconfitta, perché realmente lo é. Significa che tutto quello che hai costruito prima non vale più e le sole possibilità di non spezzare la tua vita sono la dissociazione o il cambiamento: “Ho una sola condizione da proporle. Vorrei che lei, ora, in una situazione privata, dove nessuno saprà mai di quello che ci succede, chieda perdono per tutte le vite che sono state uccise per colpa sua e della sua organizzazione. Nessuno lo saprà mai, ma lei lo avrà fatto in mia presenza e questo è quello che conta: che lei si sia pentito ed abbia chiesto perdono!”.

Gli analisti sanno che la coazione a ripetere è la base sicura della nostra vita che proponiamo continuamente finché, proprio per mantenerci vivi, sentiamo che bisogna cambiare. Alla fine “la personalità umana possiede, in presenza delle giuste condizioni relazionali, la straordinaria capacità di negoziare simultaneamente continuità e cambiamento” (Bromberg, 1998, 205). Per questo Martin non può accettare la proposta di Ian. Martin è profondamente un analista: “Potrei accettare la sua proposta, tanto nessuno lo verrebbe mai a sapere ed otterrei quello che sin dall’inizio volevo ottenere. Lei sarebbe il Primo Ministro ed io il suo Vice e forse la nostra gente godrebbe un periodo di pace. Ma non posso accettare che questa decisione si fondi su uno che vince e uno che subisce perché, invece, questa volta il nostro accordo dice che vinciamo entrambi. Per questo non posso accettare la sua proposta. Mi dispiace”.

“Incominciai a entrare in un mondo nel quale non ero mai stato”

(Hrabal, 1965)

Aprile 2017