Immaturi

Paolo Genovese, I, 2011, 108 min

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Commento di Andrea Marzi

Ho pensato che,in mezzo a tante presentazioni di film ponderosi e impegnativi, poteva sorgere la simpatica occasione per offrire un commento su un film un po’ diverso, un film più allegro e rilassante. Allegro e rilassante? Mah, non saprei, a pensarci bene. Forse un film agrodolce, che suggerisce riflessioni e stimoli emotivi con più leggerezza, in stile commedia all’italiana, un genere che, come ben sappiamo, nasconde talvolta sotto la scorza di umorismo o comicità un’anima densa di contenuti sociologici e antropologici di alto spessore.
Mi pare che quest’opera cinematografica si inserisca in questo filone, magari in punta di piedi, con molta modestia e senza troppe pretese, e tuttavia incarni valenze degne di ascolto e comunque di ascolto da parte nostra, in questa speciale sede dove cerchiamo di dare particolare risalto ad emozioni e stati d’animo all’interno di una cornice critica.
Immaturi parte dall’angoscia di dover rifare l’esame di maturità, che sappiamo essere un tema principe dei sogni del genere umano.
Sappiamo anche che Freud per primo, nella Traumdeutung, coglie alcuni significati precipui in questo genere di sogni tipici. Dice infatti il fondatore della Psicoanalisi:

Chiunque abbia concluso con l’esame di maturità i suoi studi superiori si lamenta dell’ostinazione con cui è perseguitato dal sogno angoscioso di essere stato respinto, di dover ripetere un anno, ecc. Per chi invece possegga un titolo accademico, questo sogno tipico è sostituito da un altro, che gli rinfaccia di non aver superato l’esame di laurea; contro di esso già nel sonno egli vanamente obietta che ormai da anni esercita la professione…Sono i ricordi indelebili delle punizioni inflitteci nell’infanzia per le nostre malefatte che si sono così ridestate nel nostro intimo, in corrispondenza dei due punti cruciali dei nostri studi…e ora sognamo la maturità o l’esame di laurea …ogni qual volta crediamo che l’esito ci punirà perché non abbiamo fatto bene, o non siamo riusciti a fare, una cosa; ogni volta che sentiamo la pressione di una responsabilità…
Freud aggiunge più sotto "un’ulteriore delucidazione": L’angoscioso sogno di esame …avrebbe dunque scelto nel passato un’occasione in cui la grave angoscia si dimostrò ingiustificata e venne contraddetta dal risultato…non temere per domani, pensa all’angoscia che hai provato prima dell’esame di maturità, eppure non è successo nulla..E perciò l’angoscia che attribuiamo al sogno deriverebbe dai residui diurni….Per meglio comprendere questi sogni è necessario raccogliere una serie più estesa di esempi. Recentemente [Freud aggiunge questo capoverso nel 1914] ho avuto la netta impressione che l’obiezione:ma sei già dottore e così via, non soltanto mascheri la consolazione ma accenni anche a un rimprovero. E questo sarebbe: "Sei già così vecchio, così avanti nella vita, e fai sempre di queste sciocchezze, di queste ragazzate".Questo miscuglio di autocritica e consolazione corrisponderebbe al contenuto latente dei sogni d’esame. Pertanto non è più sorprendente che i rimproveri per le "sciocchezze" e le "ragazzate", negli esempi or ora analizzati, si riferissero alla ripetizione di atti sessuali reprensibili…..
Wilhelm Stekel
[aggiunge ancora Freud nel 1925] cui dobbiamo la prima interpretazione del "sogno di maturità", è del parere ch’esso si riferisca costantemente all’esperimento e alla maturità sessuale. La mia esperienza ha potuto spesso confermarlo.
Il sogno d’esame è stato poi ripreso da diversi autori e approfondito ulteriormente ed in vari modi lungo lo sviluppo della psicoanalisi nel ‘900 e oltre. Nell’impossibilità di dilungarci troppo, possiamo citare fra i tanti Sadger, Blum, Schmideberg, Stengel, Flügel, Kafka, Bonaparte, Kanzer, Ward, McLaughling, Sterba, Chasseguet-Smirgel, Cappellato. Molti di questi autori hanno visto in questo genere di sogni un fenomeno di regressione.
Marie Bonaparte per es. sottolinea, come suo contributo principale al tema, che uno dei fattori più di rilievo che precede la costruzione dei sogni d’esame è sicuramente l’effetto traumatico
Kafka invece fa rilevare che oltre alla funzione di rassicurazione che è inerente al sogno di maturità, possono essere ascritti a specifici fattori che influenzano la scelta di questa peculiare forma di esperssione onirica anche certi precoci problemi sul controllo degli impulsi, precoci esperienze di malattia e coi dottori, e anche un’intensa ambivalenza genitoriale rispetto alle conquiste intellettuali del figlio.
Ward, sostenendo il punto di vista di Kanzer, afferma che il paziente può usare il terapeuta per essere aiutato a modificare le proprie tendenze auto punitive. mano mano che l’aggressività diminuisce, il paziente riesce a trasformare l’esaminatore del sogno in un aiuto verso se stesso. Anche Ward sostiene il ruolo aggiuntivo di eventuali esperienze traumatiche e di conflitti intrapsichici nella formazione di questi sogni.
Cappellato (1995) rivisitando il sogno d’esame, e riportandolo saldamente all’interno della relazione analitica, ci dice: "Ritengo che col sogno d’esame esprimano il bisogno di "essere presi per mano" per poter tollerare di vivere la non perfezione, l’errore, non più come scacco masochistico, ma come errore vitale che non consenta l’elaborazione del lutto di ciò che poteva essere e non è stato.
Pertanto penso che il sogno d’esame vada anche preso per quello che appare, cioè che voglia comunicarci che l’analisi si svolge nel costante pericolo di perdere la sua funzione – e ritengo che nel sogno siano espressi anche contenuti inconsci della struttura psichica dell’analista, oniricamente rappresentati dal paziente – proprio nei momenti cruciali in cui il paziente intravede la possibilità di riappropriarsi di suoi aspetti alienati; essa corre sul filo del rasoio di trasformarsi in una scuola che mette al riparo dagli affetti, tanto quanto spesso in passato la scuola doveva per il paziente sostituire gli affetti."
Mc Laughlin suggerisce che il sogno d’esame si possa collocare in un continuum nel quale esso riflette lo sforzo di padroneggiare un’ansia pre esistente. Su questo sfondo psicoanalitico, brevemente accennato, possiamo allora procedere nel presentare il film.

In Immaturi, piacevole film di Paolo Genovese, si racconta la storia di un gruppo di quasi quarantenni costretti a ripetere l’esame di maturità; per stessa ammissione del regista, il lavoro prende spunto da emozioni e tensioni molto personali. Racconta il regista: "Sostenere nuovamente l’esame di maturità è un incubo che mi ha perseguitato per tutta la vita. Anche se dura solamente un’estate, è un momento fondamentale, che segna il passaggio all’età adulta, e come tale si accompagna a una serie di ansie e di paure. Con questo film spero di averle esorcizzate. Di personale ci sono alcune emozioni provate e una nostalgia che mi sono sempre portato dietro. Quanto ai personaggi, ho preferito inventarli, piuttosto che ricorrere all’autobiografia. Parlare di se stessi, in un libro o in un film, è sempre rischioso, perchè una cosa che a te sembra interessante semplicemente perché l’hai vissuta, per gli altri può risultare noiosa".

Qui il sogno di im-maturità si trasforma nel film stesso, si fa materia e materiale per la nostra fruizione. Questa angoscia classica da cui nessuno è immune, come ricordava Freud, diviene fatto: Il film la attualizza, in qualche modo la reifica, la teatralizza, ma rendendola arte la rende fruibile, metabolizzabile, perfino esorcizzabile. Tutto un patrimonio di esperienze che pensiamo possano essere da noi ignorate (o talora a noi estranee) vengono in tal modo riproposte da questa messa in scena del film stesso, e in una maniera tale che possiamo fruirne e goderne, rivivendo stati d’animo, emozioni, pensieri, ansie, vere angosce, soddisfazioni e traguardi psicologici che pensavamo addirittura alieni a noi e che invece ora posso essere colti, rivissuti, compresi.

La carrellata dei personaggi iniziale è già una presentazione utile. Scorrono infatti, nello scorrere delle immagini e delle situazioni, Piero (Luca Bizzarri), dj millantatore, scanzonato ma solo, impaurito dell’impegno relazionale; Giorgio (Bova), NPI in crisi proprio nel suo campo, e in necessità quindi di autoanalisi; Virgilio (Paolo Kessisoglu), dedito alle bugie, falso, una simpatica canaglia ma un po’sordida; Francesca (Ambra), sex addicted, cucina per gli altri, ma è incapace di nutrirsi dei propri sentimenti (si potrebbe parlare qui di formazione reattiva…); la bionda Luisa (Barbora Bobulova), instabile ma ottimista, sulla soglia della consapevolezza della necessità anche di una presenza maschile per crescere la figlia; Lorenzo (Ricky Memphis), secchione angosciato da sempre, e anche lui solo (Memphis che fa il secchione e mammone è già un momento umoristico, per come lo conosciamo -nota 1-); Eleonora (Anita Caprioli) la bionda finale, che arriva a schiarire il quadro confuso, come nelle trame della commedia dell’arte. In più, snocciolati e mischiati con i protagonisti, tutti gli altri e le altre, a fare da bordone o contrappunto ai personaggi in prima linea.
Questa presentazione dei personaggi, attraente, dinamica e piacevole, invita all’identificazione e alla proiezione, due meccanismi di difesa della persona fondamentali per la fruizione cinematografica, certo non senza un pizzico di rischiosità, nell’avvicinarsi a questa congerie di stati d’animo in promessa di ebollizione. Sostiene ancora Genovese: "La verosomiglianza va costantemente curata, proprio perchè in una commedia è fondamentale l’identificazione. In una commedia vuoi sapere come va a finire, ti affezioni ai personaggi, vuoi capire cosa succede. Quindi, se la storia non è verosimile, non scatta il meccanismo di immedesimazione. Ecco perchè ho cercato di raccontare emozioni vere e di ottenere dai miei attori una recitazione mai forzata, mai sopra le righe".
La galleria è così organizzata, gli attrattori tematici e psicologici costruiti per lo spettatore. Ce n’è per tutti i gusti.
Nel momento in cui, dopo la "zingarata" adolescenziale a base di ciambellini, partono le caratterizzazioni e parte il film, potremmo pensare di trovarci di fronte ad una Spoon River in scala minore, non di morti, d’accordo, ma comunque di semi-vivi, angosciati e tormentati; oppure potremmo illuderci di poter assistere ad una replica post-trentennale del "Grande Freddo" di Kasdan; invece, fermo restando il travaglio esistenziale, si costruisce con levità una piccola odissea intrapsichica e interpsichica verso una "maturità" da conquistare e poi conquistata, grazie alla riattivazione della relazione fra pari, all’interrelazione ritrovata.
Certo possiamo trovare nel film debolezze strutturali, di architettura dello "script", o ancora l’assenza, da molti rilevata, di uno spessore temporale dei vari personaggi, che sembrano non avere un passato alle spalle, e così via. Ma non possiamo chiedere ad Immaturi di essere la "Ricerca del Tempo Perduto" versione pellicola, pretendere che sia ciò che non può mai essere.
Tuttavia, in questa apoteosi dell’immaturità dei sentimenti, dove regnano incontrastati la difesa e il blocco evolutivo, si svolgono molte attualizzazioni di angosce, al seguito di quella, macroscopica, che fornisce il pretesto per il film. Un esempio fra i tanti è la gustosa scenetta fra Giorgio (Bova), stavolta in veste professionale, e il bambino alle prese con la nascita del fratellino. Si assiste stavolta alla messa in scena delle angosce, stavolta tutte infantili, innescate dalla rivalità fraterna, che fanno sponda con l’Edipo riaffiorante, e che si spalmano sia sul piccolo paziente, la cui recriminazione non subisce critica ed è del tutto, come si dice, ego sintonica, e dall’altra parte sul futuro padre, sempre più attonito, sconcertato, confuso, nella consapevolezza che lo spazio da concedere al figlio rosicherà obtorto collo il suo- e si vede anche la corrispondenza "da parte di mamma" : la moglie incinta fa le prove eliminando il padre, fantasticando di restare incontrastata monopresenza col figlio. Del padre, sembra dire, si può fare a meno se "chi ti fa più di mamma ti inganna", come recita un vecchio proverbio che, a seconda di come lo si guardi, suona denso di saggezza o di potere castrante.

Si diceva poc’anzi del blocco evolutivo presente in tutti i personaggi.
In effetti, sappiamo che l’ adolescenza, periodo molto complesso e movimentato, oltre che dalla condizione a termine del processo di formazione del corpo sessuato, si caratterizza anche per la profonda, talora tormentata "rielaborazione dell’edipo e per l’ evoluzione delle istanze costitutive dell’apparato psichico (sistema Io/Sé, Super-Io e ideale dell’Io)" (Novelletto, 2000).
Questo periodo così dinamico può realizzarsi all’interno di un arco temporale per così dire ben proporzionato rispetto allo sviluppo precedente del soggetto, ma può rivelare dinamiche anche di anticipazione o di ritardo, senza per questo evocare significati anomali. L’adolescenza tuttavia può anche essere come saltata a piè pari, o può bloccarsi in una perduranza ad infinitum
Quando invece il processo di sviluppo si blocca, e si forma quello che Laufer chiama il "vicolo cieco", si stabilisce una continuativa immaturità, dove appunto le adolescenze divengono "adolescenze interminabili che in certe persone possono diventare egosintoniche, strutturarsi come falso-Sé al punto da essere spacciate come un’identità vera e propria, se non addirittura come un vanto di eterna giovinezza" (Novelletto, 2000)
I nostri maturandi incarnano perfettamente queste essenziali caratteristiche: essi inoltre manifestano "La povertà di simbolizzazione e la carenza d’identità che si osservano in tanti pazienti adulti …sembrano il risultato finale di quegli aspetti primitivi della mente che si osservano nel corso dello sviluppo, ad esempio negli adolescenti traumatizzati" (Novelletto, 1995)
Sono effettivamente in una situazione che appare ben strutturata sul piano dell’adattamento sociale, ma in realtà non è così. La loro esistenza interiore è ancora caotica, incerta, nebulosa, e soprattutto incapace di trovare la strada per far evolvere e integrare tutto questo all’interno di sé, incapaci altresì di riempire di contenuti un’interiorità abbastanza vuota, scarsa di soggettivazione.
D’altronde, i nostri amici Immaturi (ma maturandi) vivono in una società attuale la quale, tristemente ed inquietantemente, propone di continuo ai bambini e agli adolescenti una Weltanschauung impregnata di richieste prestazionali sul piano psichico improntate all’acquisizione di una maturità precoce che è sempre di più una pseudomaturità, impregnata di condizioni ascrivibili a quella sfera psicologica che possiamo denominare narcisistica, e ancora all’onnipotenza e alla diffusione identitaria, quest’ultima magari postmodernamente confusa o frazionata, ma comunque spesso non genuina: tutte condizioni che, in modo paradossale e contraddittorio, dovrebbero essere metabolizzate e appunto maturate proprio nel corso dello sviluppo, per accedere ad una vera maturità del Sé.

I nostri eroi hanno bisogno di un viaggio di maturazione che li porti fuori dalle secche dell’immaturità interiore, esistenziale, psico-sociale.Hanno bisogno di ritrovare se stessi là dove sono rimasti, immobilizzati come nel gioco delle "Belle Statuine" che non a caso si mettono a fare appena si ritrovano. Hanno bisogno di regredire per ritrovare, per rimettere in moto ciò che si è incrostato di ruggine mentale dentro se stessi, inconsapevolmente o quasi.
Il film perciò può a ben ragione essere visto come una interessante metafora del viaggio analitico in cui l’adulto ha bisogno di ritrovare se stesso adolescente e di farlo parlare, di dargli dignità di parola per poter crescere, e ritrovare il suo tempo perduto perché immobile, immobilizzato in una staticità che fa rima perfetta con immaturità.

Il tempo che si muove, ancora una volta, e che mette di fronte a una perdita, per salpare verso un movimento, una dinamica. Nel tempo degli immaturi c’era immobilità, c’era im- come prefisso di negazione, un prefisso privativo che rendeva la vita psichicamente ferma.
Era vivere in un altro tempo, il tempo dell’adolescenza interminabile, del "vicolo cieco" appunto dove sembrava non esserci possibilità di evoluzione, senza separazione alcuna, senza quel senso di nostalgia al contempo irrimediabile e dolcemente struggente a segnare una separazione e una trasformazione. Il nostos degli immaturi, quando si riattiva nel ritrovarsi, nel riprendere contatto con se stessi e cogli altri, cambia segno e serve allora per crescere, è al servizio della perdita; non nega la regressione, anzi la utilizza, la rincorre, se ne imbeve riempiendola a sua volta di dinamica, di movimento mentale, di densità psicologica, fatta di nuovo spessore esistenziale, o almeno della potenzialità di esso

In questa metafora del viaggio analitico, se vogliamo leggerla così (e credo che ne abbiamo facoltà) cogliamo, fra i molti suggerimenti e stimoli alla riflessione analitica, il passaggio dalla separazione alla maturazione, attraverso vari momenti, che spaziano dal superamento edipico tout court (come in Lorenzo/Memphis, per es.), con rilancio della relazionalità di coppia, comunque essa sia, alla risoluzione delle fragili compulsività (la sex addiction di Francesca/Ambra, spacciata, come spesso accade nella realtà quotidiana, per maturità ed evoluzione, per segno di superiorità nei confronti degli altri, ritenuti, loro, magari inebetiti, repressi, imbranati, bloccati, e risolventesi in una relazione più vera, densa di sentimenti e non di fatti ginnici spacciati per sessualità); all’abolizione, ancora, delle falsità, del falso sé (Virgilio, Piero); all’accettazione di una paternità" responsabile e sostenibile", si potrebbe dire (Giorgio).
Suonano particolarmente adatte le parole di Piero qui: "E’ ora di smetterla di lottare con il tempo…" dato che " solo chi ha vent’anni può farti capire che tu non li hai più" .
Lo spazio e il tempo dei maturandi sono pronti per lo sviluppo di una soggettività vera, dove costruire sempre più un’integrazione che lanci un genuino sviluppo del pensiero e della simbolizzazione, abbandonando una "scuola" che aveva forse il ruolo di mettere al riparo dagli affetti o sostituirli addirittura.
Il tempo si rimette in moto solo se si riesce a riagganciare l’adolescenza permanentemente perdurante eppure perduta, ibernata idealisticamente in una dimensione improduttiva e dannosa; se si riesce a riagganciare se stessi là dove si è lasciato il proprio Sé inevoluto o involuto, se ci si concede di vivere la propria adolescenza davvero guardandola a viso aperto, riappropriandosi degli aspetti alienati da essa (magari riversandoli sulla scuola medesima, come per quanto riguarda appunto gli affetti), scoprendone i mascheramenti e le tortuosità, gli elementi vitali da conservare sempre dentro se stessi e le zone che hanno esaurito il loro compito, lanciando verso un’altra epoca della vita, che non espelle ma ingloba la precedente, in una spirale evolutiva che si avvale della trasformazione e non della sospensione del moto, in un lavoro evolutivo che produce pensiero, capacità di soggettivazione e simbolizzazione, vero sviluppo psichico.

In quest’ottica è da cogliere anche l’accensione di nuovi amori (Lorenzo con Luisa), come appunto nascita di nuove relazioni che sembrano recuperare, anch’esse, sémine lontane, lanciate in una terra che non le ha fatte sviluppare ma comunque le ha tenute e conservate, attendendo un’eventuale occasione di crescita e di sviluppo: questi nuovi amori sono al contempo realizzazione di un moto trasformativo ed espressione di esso, evidenza di una dinamica.
Consonante allora la scelta di Born to be alive, vecchio successo di Patrick Hernandez della fine degli anni ’70, da un’idea di Paolo Kessisoglu, quando appunto scorrono immagini dove non si intravede molta vita né tantomeno vitalità, segno di esistenze incartate e mute, ed è una piacevole sorpresa ascoltare che invece siamo nati per essere e restare vivi, per farsi sfiorare dal vento del cambiamento, come accenna anche Alex Britti nei titoli di coda, in forma esplicativa, caso mai non ce ne fossimo accorti.
Ma il film può essere pensato come il personale sogno del regista, come tante volte abbiamo provato a dire, quasi proponendo un gioco fra la platea di noi spettatori. Nel sogno del regista, nel suo personale viaggio analitico fattosi opera filmica, allora, possiamo pensare che quest’ultimo abbia distribuito nei vari personaggi della vicenda parti importanti di sé, parti pensabili come immature, inevolute, o comunque necessitanti di dinamicizzazione psichica, in generale, in modo che esse nel film potessero organizzarsi, recitarsi, direi, trovare parola e immagine, quindi in fondo farsi opera d’arte, e così rendersi utili per la rappresentabilità della problematica del sognatore /regista stesso, che avrebbe potuto usare il suo film come percorso ricostruttivo e evolutivo del proprio Sé. Da questo deriverebbero le sue affermazioni, riportate sopra, circa la verosimiglianza dei personaggi con la realtà, la cautela a parlare di Sé in modo palese, e la centratura operata nel film sulle emozioni e la nostalgia, sentimento di cui si è già detto. Tutte condizioni che sono stete messe in atto per poter creare corrispondenze con se stesso, ma in modo che esse potessero alludere in modo discreto, creare una lingua in al contempo mimetica ma dissimulata per dire in trasparenza, senza rivelare platealmente, senza parcellizare così tanto da impedire identificazioni generali, senza negare le invece ricercate proiezioni del pubblico fruitore. La verosimiglianza, inoltre, aiuterebbe a creare una condensazione fra desiderio di rappresentare se stesso, verosimilmente rispetto a sé, appunto, ma anche a distanziarne il contatto, in modo da tutelarsi dal carico di angoscia eccessivo che avrebbe subito se il parallelismo fosse troppo sfociato in sovrapposizione o addirittura in uguaglianza.

Nota 1-E dire che ha affermato "Non ho preso ispirazione da nessuno" – ha ammesso l’attore – "anche se di Lorenzi ne conosco parecchi. In fondo, non avevo bisogno di modelli, visto che la sceneggiatura è perfetta e bastava semplicemente leggere quello che aveva scritto Paolo Genovese. Il mio personaggio, comunque, un po’ mi somiglia. Non mi ritrovo nel suo ‘bamboccismo’, ma anche io sono un secchione, sono un tipo riflessivo. Vi posso assicurare che sono molto più simile a lui che all’immagine che do di me stesso all’esterno. Mi ritengo una specie di poeta imprigionato nele movenze e nell’atteggiamento di un bullo, un coatto che proviene da un ambiente in cui era necessario imporsi, sgomitare, alzare la voce". [In Carola Proto Gli Immaturi di Paolo Genovese presentano il loro film 13.1.2011 web ]

BIBLIOGRAFIA

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Cappellato L (1995) – Il sogno d’esame, cent’anni dopo. Riv Psicoan, 95,1,29-43
Kafka E. (1979). On Examination Dreams. Psychoanal Q., 48:426-447
Kanzer M.(1949) Repetitive Nightmares after a Battlefield Killing Psychiat. Quarterly Supp. XXIII pp. 120-126
MC Laughlin J. T. (1961) The Analyst and the Hipprocratic Oath J. Am. Psychoanal. Assoc. IX pp. 106-123
Novelletto A (1995) – Trauma interno e trauma esterno. Un approccio psicoanalitico

Relazione presentata al 4o Congresso Internazionale dell’ISAP – Atene, luglio 1995, In Psychomedia, website
Novelletto A (2000) – Psicoanalisi dell’adolescente e dell’adulto. In Psychomedia
Ward C. H. (1961) Some further thoughts on the examination dream Psychiat. 24 324-336

25 ottobre 2011