Interstellar

di Christopher Nolan, 2014, USA, 169 min

Commento di Amedeo Falci

FIGLI DELLE STELLE.

A visione completata mi è venuta in mente una storiella raccontata da Giorgio Bocca in un suo articolo di tantissimi anni fa. Un capostazione mostra orgoglioso la stazioncina ferroviaria di campagna a suo figlio, e gli spiega come si smista il passaggio dei treni. Il bambino gli chiede “e se due treni viaggiano in senso opposto sullo stesso binario a grande velocità?”. Quello gli risponde “non ci sono problemi… avvertirei i due capotreni con la radio”. Il bambino incalza “e se la radio non funziona?”. Il padre “nessun pericolo… azionerei gli scambi a mano”. Ed il bambino indomito “e se gli scambi sono bloccati?”. Il padre rassicurante “niente paura… mi metterei con una lanterna a segnalare il pericolo”. Ed il piccolo incalzante “e se è notte e buio, e la batteria della lanterna è scarica?”. Ed il padre “beh… allora ci sediamo qui ad aspettare e ci godiamo il più bell’ incidente ferroviario del mondo”.
Ecco che cosa viene da pensare cercando di digerire questo “Interstellar”. Anni di progetti –immagino –, di scritture, di sceneggiature, di produzione, di casting, di revisioni e di riprese, e alla fine tutti a guardare questo impressionante, prevedibile, incidente cinematografico.
Si sa bene che Nolan ama infilarsi in questi intricati nodi di distorsioni di tempo e spazio. Ma nulla di nuovo ed originalmente creativo come il suo innovativo “Memento” (2000). E tutto quello che ne è seguito è solo megaproduzioni e megalomania filmica. A parte “Memento”, salverei soltanto “The prestige” (2002).
Sono ben chiari i riferimenti nobili del film. In primis “2001. Odissea nello spazio” di Kubrick. Poi “Solaris” di Tarkovsky, “Contact” di Zemeckis, “Mission to Mars” di De Palma, “Signs” di Shyamalan, “Armageddon” di Bay, “Gravity” di Cuarón, “Prometheus” di Ridley Scott. Ma il confronto con Kubrick è stritolante. La caduta dell’astronave nel buco nero, è una scenetta da videogame se rapportata al suo modello ispiratore che sarebbe il tema della fuga della Discovery nell’iperspazio (se ricordo bene) con le accecanti luci stroboscopico-psichedeliche. Come è pure esilarante imitazione kubrickiana il tema che alla fine dell’universo e della caduta – a corpo libero!!!!!! – nel buco nero ci si ritrovi ….. a casa. Ma è simpatica la trovata dell’analogon di Hal (il computer di bordo impazzito di “2001…”) sotto forma di un robot ingegnosamente disegnato e articolato, che nella sua forma compatta è esattamente il monolite di Kubrick!!
E poi lo stesso bruttissimo difetto del precedente “Inception”. Film straparlato dove i protagonisti ad ogni istante ti stanno spiegando che cosa succede, altrimenti lo spettatore non ci capirebbe un’acca. Qui idem. Con i protagonisti impegnati in “pistolotti” infiniti e noiosi in cui devono spiegare agli stralunati spettatori come si passa indenni attraverso un buco nero, discettando dei contrasti tra meccanica quantistica e relatività generale, ma soprattutto puntando tutto su complesse questioni di gravità. Insomma un grandioso inciucio sulle teorie del tutto che servono a non far capire allo spettatore come sia ridicolo che questi sciammannati passino e ripassino attraverso il buco nero come se fossero in uno scivolo acquatico dell’ acquapark di Riccione (ammesso che esista).
Tutto può essere reso credibile in un racconto, anche che esistano Frodo, Gandalf e Sauron. Il punto è l’autosufficienza narrativa: che il testo sia completo e coerente nelle sue logiche interne. Ma se si comincia a puntellare un ennesimo remake di una storia già nota con artificiose spiegazioni scientifiche, allora il problema è che il testo di fiction non si autoregge, che fa acqua narrativa da tutte le parti, e si invocano le pezze (pseudo)esplicative di fisica per rendere il tutto credibile.
Il vero incidente ferroviario nel film di Nolan è che mentre in Kubrick c’erano idee e filosofia – in fondo all’universo ci siamo noi, ed in fondo a tutta l’oscurità insondabile e a tutte le luci stroboscopiche dell’universo, c’è sempre l’uomo, che muore e rinasce –, qui niente. Se non un ennesima autocitazione sui paradossi di tempo/spazio/gravità. Ma scusate, allora era molto più interessante (e intelligente), e aveva quasi già detto tutto sui paradossi dei viaggi temporali, la meravigliosa trilogia di Zemeckis “Ritorno al futuro”!
Si sono messi ben due fratelli Nolan per una sceneggiatura così improvvisata. Per dirne una: nel bunker base segreta della NASA, dove si riuniscono gli scienziati, la rampa di lancio del missile è là dietro appena svoltato il corridoio!!! La caduta di Matthew McConaughey lungo il buco nero è girata come uno che si tuffa di piedi dallo scoglio! L’interno delle astronavi e navicelle sembra ricostruito negli studi Mediaset di Cologno Monzese. E Jessica Chastain come fa, nella sceneggiatura, a restare ‘signorina’ fino a 35 anni, e poi a morire circondata da una caterva di figli e nipoti? E alla fine il nostro eroe vecchio-giovane va a recuperare la sua bella su qualche dimensione sconosciuta, con la sua veloce astronave (monoposto?) come fosse con la spider Alfa Romeo duetto de “Il laureato”.
Insomma un plot bello intrecciato sui noti e paradossi dei viaggi temporali. Parti per lo spazio, e invece eri già tornato da tempo, fluttuando in altre dimensioni, proprio dietro la libreria della stanza di tua figlia.
Ma ecco le due novità. Tutto il film prepara l’agnizione finale, che si va svelando poco a poco. Per intenderci allo stile dello Shyamalandi del “Il sesto senso”. Le cose erano lì da sempre, ma solo alla fine le vedi nell’angolatura giusta. Eri tu, babbo, il fantasma che mi mandava messaggi, ed eri già vecchio, e pur sempre giovane, perché venivi dal lontano futuro.
Ma più interessante la seconda novità per un film nolaniano. È l’Amore la dimensione sconosciuta dell’Universo che permette di unificare il pluridimensionalità, meglio di tanti buchi neri. Lo sapevate? E con queste note New Age, chiude il Grande Magazzino.
Film da medio-ricco budget. Con un Nolan che si mette in un genere non suo. Apportandoci il suo trademark costituito dalle note propensioni per i paradossi del tempo, come già detto. Con attori distratti e fuori concentrazione. Matthew McConaughey che per tutta la lavorazione avrà pensato di essere in un film di cow boys in Texas. Anne Hathaway distratta e assente, a chiedersi perché mai non le facciano ancora fare il sequel de “Il diavolo veste Prada”. Michel Caine, che crede sempre di fare il maggiordomo di Batman. Jessica Chastain unica bravina. Ah!, tra parentesi, c’era anche Matt Damon, che passava per caso dal set per un drink, e per caso gli hanno dato una particina.
Film disastroso e divertente. Solo in un momento, felice: quando McConaughey e figli, scoprono un drone che volava a zonzo da una decina d’anni, lo inseguono e catturano, come fosse un ultimo esemplare di un’ aquila in estinzione. Bella foto di un mondo in rottamazione, unico shining di una emozione autentica in tutta la ‘pellicola’.
Morale del film: attenti al buco nero! si entra in iper-gravità, si esce in iper-ridicolo.

Novembre 2014