Io e te

Bernardo Bertolucci, Italia, 2012, 96 min.

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Commento di Pietro Roberto Goisis

A volte mi capita di sentirmi un uomo fortunato e quando mi succede, non ho difficoltà ad ammetterlo, senza timori scaramantici o invidie.
L’ultima volta mi è successo sabato 13 ottobre scorso a Roma, durante i due giorni del 10° Convegno Nazionale AGIPsA (“Psicoanalisi e Adolescenza”) che riunisce le associazioni italiane di psicoterapia psicoanalitica dell’adolescenza. La sera, grazie all’impegno e alla disponibilità di molte persone (Bernardo Bertolucci, Nicolò Ammaniti, Mario Gianani, Anna Boccaccio, la Fondazione BNL, Laura Delli Colli, Massimo Ammaniti, Giovanna Montinari, Elena Baratti), abbiamo potuto assistere alla proiezione, privata e riservata, dell’ultimo film di Bernardo Bertolucci, Io e te.
A me era stato chiesto di commentare il film e animare una discussione.
Ero felice come un bambino felice: parlavo di cinema, psicoanalisi e adolescenza (tre grandi passioni). Avrebbe dovuto esserci anche Bertolucci Poi il regista, all’ultimo, ha dovuto rinunciare. Forse ho addirittura avuto più spazio di quello che mi spettava…
In realtà mi sono anche molto dispiaciuto per l’assenza del regista, quello che principalmente, con il suo film, ha fatto sì che io potessi sentirmi così contento. Bertolucci avrebbe meritato ascoltare i nostri commenti e ricevere il nostro apprezzamento. Allora, appena finita la proiezione, mentre iniziavo il mio intervento, ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere una recensione e che sarebbe stato bello fargliela leggere.
Così è nata questa…

LETTERA A UN ADOLESCENTE…DI 70 ANNI

Caro Bernardo,
mi permetto di darti del “tu”, così come faccio con i miei pazienti adolescenti. E di scriverti questa lettera, come spesso mi accade con loro alla fine di un percorso di consultazione e di conoscenza di loro, e del loro mondo interno, effettuato tramite colloqui e test psicologici.
E’ quella che noi chiamiamo “restituzione”, un momento molto intenso e delicato.
Quella sera, vedendo il film, emozionandomi con gioia alla sua visione, non potevo non pensare che da lì a qualche minuto avrei dovuto parlarne con il pubblico e con te. Era la prima volta che mi capitava di commentare un film senza averlo mai visto. Mi è piaciuto tantissimo, mi è sembrato un po’ di essere nel mio studio quando incontro per la prima volta un paziente nuovo, immerso in uno stato emozionale commisto di ansia, attesa, incertezza, eccitamento e curiosità. L’incontro con l’altro è una delle ragioni fondamentali della nostra vita e del lavoro.
Ecco, quindi, la mia “restituzione” dell’incontro con il film e del nostro mancato incontro.
Voglio subito dirti che questo film diventerà sicuramente un tormentone dei nostri cineforum e di tutte le occasioni nelle quali sarà necessario e opportuno vedere un film sull’adolescenza (tipo I 400 colpi o Il tempo delle mele…). Non so se ne sarai contento. Spero di sì…
È sempre difficile vedere un film tratto da un libro, specie se si è letto ed è popolare. Il rischio è principalmente quello di fare confronti o di cercare di trovare il libro, o, al contrario, le differenze nel film. Io e te diventa, invece e per fortuna, e senza nulla togliere a Nicolò, “un film di Bertolucci”, ancora prima di prendere delle strade diverse nello svolgimento e nel finale. In realtà, mi sembra che la differenziazione inizi già dai titoli di testa, da quel a Giuseppe che testimonia e evidenzia un momento di grande dolore che ha seguito di poco la presentazione del film al Festival di Cannes, e che è una delle cifre del racconto. Nei titoli appare anche un suggestivo gioco grafico che fa sì che l’io e il te si sovrappongano e si scambino, come poi sembra avvenire nella storia, come se fosse un segnale di reciprocità e di scambio tra le due persone raccontate nel film. Il dolore circola in questo film, è un dolore lontano, antico e recente. Difficile da gestire. Necessariamente da rielaborare.
Avrei subito una domanda da fare: perché hai deciso di girare questa storia e perché ti ha affascinato questo libro (che peraltro, come disse mia moglie dopo averlo letto appena uscito, sembrava già una sceneggiatura bell’è pronta…)? Mi sono risposto con il titolo della lettera che ti sto scrivendo. Credo che l’adolescenza dei protagonisti, infatti, non sia casuale…una specie di “seconda nascita”, come il tuo ritorno al cinema e alla regia.
Credo sia abbastanza nota la tua vicinanza (al) e frequentazione (del) mondo psicoanalitico, cosa che non hai mai nascosto, né esibito. Però forse non tutti sanno che questa contiguità ha fatto sì che tu fossi nominato Presidente Onorario dell’European Psychoanalytical Film Festival che dal 2001, con l’abile regia e organizzazione di Andrea Sabbadini, si svolge ogni due anni a Londra e che ti fosse attribuito nel 2006 (ero presente nei due casi, sai?!?) il Premio Musatti dalla Società Psicoanalitica Italiana. Con queste premesse, mi pare così chiaro perché lo psicoanalista nella prima scena del film sia in carrozzina…la “tua sedia elettrica”. Sei tu che incontri e parli con Lorenzo! Con quella faccia che entra ed esce dalla luce e dall’ombra, come un vero psicoanalista, che un po’ appare, un po’ si ritrae, un po’ illumina, un po’ lascia lavorare il suo paziente, rimanendo in penombra. Anche tu, dopo la prima scena, hai lasciato spazio a Lorenzo e a Olivia, alla loro straordinaria prova attoriale, che è sicuramente farina del loro sacco, ma si è manifestata grazie al tuo lavoro con loro. Dirigere i ragazzi (e i bambini) è un’arte. Luigi Comencini riprendeva i bambini con la camera alla loro altezza. Bisogna capirli, saperli cogliere, valorizzare, rispettare, aiutare e lasciar molto fare. È una presenza per sottrazione, a distanza, discreta. Credo che in questa arte ci siano molti aspetti della relazione terapeutica. Ho visto Jacopo e Tea fuori dai panni di Lorenzo e Olivia: sono due pulcini, due ragazzi “normali”. Nel film diventano dei leoni e degli attori magistrali. Grazie anche a te…
Ho come l’impressione che nel girare il film tu ti sia anche divertito e abbia voluto giocare a “fare il regista”. Mi sembra, infatti, di aver colto un gusto per l’immagine e la fotografia, con molte scene suggestive e simboliche, alcune citazioni, qualche remake, delle riprese di angolature e posizioni già viste in altri tuoi film. È stato anche un ripasso? se mi consenti…
E anche una straordinaria citazione e rassegna di tutto ciò che l’adolescenza e la mente ci offrono. Ecco quindi alternanze di musiche e atmosfere, scale a spirale, tende che coprono trasparenze, porte a vetri che lasciano passare immagini e suoni, chiavi duplicate, uno scambio da scenario edipico tra Lorenzo e la mamma al ristorante, un sogno rappresentato come un Fellini dei giorni nostri o come una scena teatrale o un Grande Fratello della psiche, porte che si aprono e si chiudono, nascondigli, specchi e rispecchiamenti, sguardi, nudità e pudori, isolamenti e solitudini, scatole dei ricordi abbandonate e ritrovate, immagini dal basso, posizioni sottosopra. Cose forse note e risapute, ma quanta modernità c’è nelle tue riprese e nelle tue soggettive. E serenità.
Inoltre, hai capito, a mio avviso, una cosa fondamentale di Lorenzo: lui si nasconde e si mimetizza, perché ha degli aspetti da personalità “come se” e “falso sé”. È incuriosito dai camaleonti e dagli insetti stecco, si nasconde dietro la sua tavola da snowboard o il cappuccio della felpa, si isola dentro le sue cuffiette, con quella musica che riempie la sala quando lui le indossa, e diventa quasi soffusa e intima negli altri momenti. Contemporaneamente irrompe sugli schermi, finalmente, un adolescente brufoloso e con qualche sporadico pelo sulla faccia, non bello da fotoromanzo e discoteca, ma intenso e vero.
Ho notato che l’hai rappresentato come molto preciso, minuzioso, attento ai numeri e alle cose giuste da comprare (sette), così come attento a disporle in ordine. Noi sappiamo che dietro alla meticolosità (all’ossessione) spesso si cela un caos interno poco gestibile e controllabile. Alcuni le chiamano pulsioni, altri ormoni, altri immaturità neuronale. Certamente spaventano e minacciano l’integrità psichica.
Cosa c’è di meglio, allora, che chiudersi in una cantina, scomparire al mondo…e a se stessi?
Certo, saprai bene anche tu che “sotto” ci stanno le cose nascoste, il nostro inconscio, i misteri e le inquietudini della nostra mente. Che fanno paura. Anche Lorenzo ha paura. La notte lo vediamo insonne, attento ai rumori, bisognoso di protezione che trova e attribuisce a un cane di ceramica scovato nella meravigliosa e affascinante cantina, ormai suo rifugio e casa.
Chi ha avuto l’idea del formicaio? Cosa c’è di meglio per mostrare il bisogno di ordine e precisione di Lorenzo, la sua necessità di guardare alla vita come se non lo riguardasse, come un entomologo dotato, non soltanto metaforicamente, di una lente di ingrandimento?
Anche Lorenzo gioca, sperimenta, si confronta con se stesso, come quando lo vediamo agitare vorticosamente una lattina di Coca Cola, pronto ad aprirla, facendoci immaginare chissà quali disastri e spruzzi…e lo scopriamo farsela sgorgare in bocca senza un solo schizzo.
Sempre un modo di gestire gli impulsi o un rimando all’esplosività della sessualità adolescenziale? Che ne dici? È un’ipotesi plausibile?
Fino a che la realtà, nella sua imprevedibilità, ma anche nella sua ineludibilità, davvero gli precipita addosso. Nei panni di Olivia, la sorellastra dimenticata e sconosciuta, adulta e ribelle, affascinante e sensuale, malata e saggia, conturbante in tutti i sensi, potremmo dire.
Ci prova Lorenzo a non farsi turbare e coinvolgere; cerca di lasciarla fuori dalla cantina, prova a non “vederla” e considerarla; legge indefessamente, ascolta la musica, si organizza per non pensare; prova anche i sonniferi che ha portato alla sorella sottraendoli alla nonna; tenta di tacitare le emozioni con abbondanti dosi di Nutella. Ci prova in ogni modo.
Ho avuto un sobbalzo, a un certo punto, vedendo la scena nella quale Lorenzo cerca di “annegare i suoi pensieri” nel lavandino. Così Sandra, una mia paziente, mi aveva descritto una scena analoga: “A un certo punto, senza rendermene neanche conto, ho iniziato anch’io ad avere fantasie diverse. Mi ero messa in testa che volere è potere. E che quindi, io sarei riuscita a respirare dentro l’acqua. Se i pesci potevano farlo, potevo farlo anch’io, tanto ero mezza bimba e mezza cyborg. E così riempivo il lavandino del bagno, mi raccoglievo i capelli e buttavo giù la faccia. Il trucco era respirare talmente piano e talmente poco, da inspirare solo l’ossigeno che era dentro l’acqua e non l’acqua. A volte mi sembrava anche di riuscirci. Mi allenavo tutte le volte che potevo. Aspettavo che mio fratello e mio padre uscissero di casa e mentre mamma puliva la cucina io imparavo a respirare nell’acqua, ovviamente di nascosto. Senza dirlo mai a nessuno. E ci provavo anche in piscina e tutte le volte che andavamo al mare”. Cosa non si inventa per sopravvivere al dolore, a volte… spesso inutilmente.
Attraverso la sofferenza di Olivia, una persona che non gli è totalmente estranea (anzi…“tuo padre…no, nostro…”), lui deve prendere contatto con la propria. Non è un percorso facile, come quello di ogni terapia, come quello di ogni cammino di esplorazione dentro di noi. Passa attraverso litigi, scontri, rabbie, timori (“non l’avrò mica uccisa?”), prove, tentativi, fallimenti e successi. Hai avuto paura Bernardo? è stato difficile uscire dalla tua cantina? dal tuo formicaio? Che sollievo quando nel film il formicaio si rompe, Lorenzo non si arrabbia neppure, finalmente la cantina assume davvero gli aspetti della mente incasinata di ogni adolescente. Le formiche possono vivere fuori dal formicaio, libere, addirittura fuori dalla cantina, fuori dalla finestra angusta di quel sotterraneo rifugio e prigione.
Mi è piaciuto vedere come l’interscambio imprescindibile tra “dentro e fuori” sia stato reso attraverso delle immagini ripetitive e silenziose che mostravano il palazzo e la finestra della cantina riprese dall’esterno, anonime, quasi senza vita, impensabili nei misteri che celavano.
Poteva uscirne un film cupo, seppur affascinante, alla Blade Runner tanto per intenderci, l’ambientazione lo metteva in conto. Così non è stato. Probabilmente l’adolescente che è in te ha permesso di mantenere un tono sereno, uno sguardo ironico e divertente a tratti; spesso si sorride, si ride pure; si respira una leggerezza che garantisce armonia e benessere, piacere nella visione, ma profondità e complessità nelle emozioni. Si sta bene con Io e te!
Piano, piano, poi, il film cambia tono, Lorenzo cambia, Olivia faticosamente sembra farcela.
Il tempo che passa, il loro faticoso, ma sempre più intimo, incontro li aiuta.
Anche le telefonate con la mamma cambiano tono, sembra quasi una normale conversazione tra adulti consenzienti e armonici.
A proposito di genitori e di adulti nel film. Ecco, una critica! In tanta positiva considerazione ci vuole anche un aspetto critico…Non ti sembra che la rappresentazione dei genitori assuma degli stereotipi un po’ scontati? Assenti, intrusivi, incapaci di comprendere, distanti, più o meno inconsciamente distratti e lontani dalla benché minima percezione di quanto stia accadendo ai propri figli. Forse dovremmo imparare a considerare in maniera più articolata la vicenda che sta dietro a dei genitori che non riescono a sintonizzarsi con i propri figli, cosa, in effetti, ben difficile da realizzare. Comunque, così è nel racconto, e, ancora una volta, nel film, (nel quale soprattutto vediamo una madre lasciata troppo sola…) dove i ragazzi devono proprio cavarsela da soli. Riuscendoci, anche e in qualche modo.
Così, nel sogno e nella realtà di una notte oscura, i due fratelli possono tornare a casa, possono “usare” il frigorifero di casa e trovare del buon cibo familiare. Sembra davvero possibile tornare alla vita e alla gioia. Rivivendo le cose passate in un’ottica diversa (ecco lo psicoanalista che ritorna…), attraverso un gioco di vestiti vecchi da indossare, non più mimetismo, ma identificazioni di prova, tramite confronti di opinioni (“senza punti di vista non litigheremmo…”), cercando atteggiamenti buddisti non realizzabili, ballando e assistendo, ascoltando una canzone struggente come Ragazzo solo, ragazza sola, versione italiana con parole di Mogol, interpretata da David Bowie, di Sound Control di Space Oddity.
“Non nasconderti troppo, Lorenzo!”, gli dice Olivia alla fine del film.
“Non drogarti troppo, Olivia!”, potrebbe risponderle Lorenzo.
Così i due fratelli, timorosamente, sostenendosi a vicenda, escono dalla cantina e tornano sulla strada. Si abbracciano e si salutano. Ognuno va per la sua strada. A noi rimane il fermo immagine del meraviglioso sorriso di Lorenzo, e una strada che, a differenza di The Dreamers, si prepara a una giornata di vita quotidiana e non alla guerriglia urbana tra molotov e manifestazioni.

Qual è la versione dello psicoanalista?
Ci sono almeno una scena e un pensiero che ancora più di altri hanno colpito la mia immaginazione e la mia sensibilità e mi hanno fatto trovare dei paralleli tra il film e la nostra professione. La prima è quando Lorenzo decide, più o meno volontariamente, di accettare Olivia nella “sua”cantina; i due iniziano a disporre diversamente mobili, tappeti e suppellettili. Sembrano impegnati a costruire insieme lo spazio del loro incontro e del loro percorso, in un processo di co-costruzione che da molti è considerato come uno dei cardini del lavoro terapeutico, davvero come semplicemente “due persone che parlano in una stanza”.
Il pensiero, invece, è nato dalla considerazione che tu, tramite Lorenzo, ci hai mostrato almeno tre differenti tentativi di curarsi; andando dallo psicoanalista, rifugiandosi in cantina e infine tramite l’incontro con Olivia, nella relazione con lei. In realtà, mi sono chiesto, “chi davvero ha curato chi?”. Così come noi stessi spesso ci accorgiamo che l’incontro con l’altro (il paziente come miglior collega…) oltre a modificare la sua soggettività, alla stessa stregua cambia e migliora anche noi stessi.

Mi immagino alcune critiche. Diranno che c’è troppo ottimismo nel film (a proposito….quanto hai dovuto discutere con Nicolò per dare un finale differente al film?!?), che non è realistico, che la vita è molto meno tenera, e così via. Io credo, invece, che nel finale che rimane aperto (in realtà, quanti scommetterebbero sull’astinenza di Olivia, dopo quel pacchetto di sigarette imbottito…?), ma soprattutto nel crescendo di emozioni, di gioco complice e di affetti che la storia ci offre, tu abbia saputo cogliere un aspetto fondamentale della vicenda adolescenziale: la grande forza interna verso la autodeterminazione e la risoluzione dei propri inceppi esistenziali, quella resilienza e quella potenza alla quale anche noi terapeuti dovremmo saperci alleare per aiutare davvero i ragazzi a riprendere il loro cammino di vita.

Posso dire, così, alla fine, quale credo sia la ragione della tua passione e interesse per gli adolescenti? Hai detto che forse ha a che fare con la loro capacità di dire sempre quello che pensano, come gli anziani. Io penso che sia anche un modo, un piccolo trucco, con il quale continuare a coltivare dentro di te, dentro di noi, la freschezza e la naturalezza che quella stagione della vita ci permette di vivere e sperimentare. “Stare” con gli adolescenti, frequentarli, studiarli, aiutarli, rappresentarli, dirigerli, in qualunque modo li si avvicini, ci impedisce di prenderci troppo sul serio…e di invecchiare per davvero dentro di noi!
Non credi?
Quindi ti ringrazio Bernardo per questo regalo che ci hai fatto, per averci fatto pensare, ma soprattutto emozionare.
Così, come alla fine di ogni seduta saluto i miei pazienti con quel “ci vediamo e ne parliamo la prossima volta…”, alla stessa stregua ora dico a te: “ci vediamo al prossimo film!”.
Con affetto
Roberto

 

Ragazzo solo, ragazza sola

 

La mia mente ha preso il volo

Un pensiero, uno solo

Io cammino mentre dorme la città

 

Ottobre 2012 

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