“It” di A. Muschietti. Recensione di Angelo Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: It – Capitolo 1, Il Club dei Perdenti.

Dati sul film: regia di Andy Muschietti, USA, Canada, 2017, 135’.

Genere: drammatico/horror

“It: la memoria è  sognante, la magia esiste”

 

                                  “(…) il sacrificio della memoria e del desiderio conduce

alla crescita della ‘memoria’ sognante, che è una parte

dell’esperienza della realtà psicoanalitica”.

(W.R. Bion, 1971)

 

“(…) Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia,

e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste”.

(S. King, 1986)

 

Siamo nel 1989, in una giornata d’autunno, a Derry, piccola e sonnolenta cittadina nel Maine. Una tremenda alluvione ha allagato le strade, e per il piccolo Georgie Denbrough questa è un’ottima occasione per provare la barchetta di carta che ha costruito per lui il fratello Bill. Georgie esce nella pioggia con il suo impermeabile giallo, e si diverte a correre inseguendo la sua barchetta di carta trascinata dai rivoli d’acqua verso i canali di scolo, finché finisce in un tombino. Georgie si china per riprendersela, e dal fondo del tombino spuntano i vispi occhi azzurri di un clown da circo, che si presenta come Pennywise ed gli offre un palloncino. Georgie tende la mano, vorrebbe riprendersi la barchetta,  ma va incontro al peggio.

Bill, disperato, vuole a tutti costi scoprire cosa sia accaduto al fratello e, insieme ai suoi amici del cuore, comincia a dare la caccia al clown assassino, portando alla luce, nello svolgersi della vicenda, forze maligne nascoste nell’oscurità.

Questa ultima fatica dello statunitense Andy Muschietti mi ha fatto pensare da subito alll’aggettivo “esegetico”, riferito solitamente ai testi sacri. Riflettendoci, l’associazione a tale aggettivo mi è parsa comprensibile, poiché il film è un vero, sentito, autentico omaggio al grande e corale romanzo omonimo di Stephen King, pubblicato nel 1986. Il libro di King è infatti una sorta di Summa Theologica contemporanea, forse la più rappresentativa, del genere “Perturbante” in letteratura. King vi si dedica ininterrottamente per quattro anni, arrivando a scrivere più di milleduecento pagine, nelle quali descrive in modo denso ed evocativo i fantasmi e i mostri che maggiormente possono inquietare un bambino, e di cui il film di Muschietti racconta la prima parte, aiutato dagli ottimi sceneggiatori Cary Fukunaga, Chase Palmer e Gary Dauberman, dal montaggio fluido e coinvolgente di Jason Ballantine, nonché dalla fotografia, sobria e delicata, di Chung-hoon Chung. Leggendo il romanzo, a tratti sembra che la scrittura abbia per King il significato di un esorcismo delle sue stesse angosce, che pescano profondamente nell’idea stessa di crescita come trauma, come processo iniziatico molto doloroso (l’infanzia e l’adolescenza dello scrittore sono state in verità attraversate da tragiche vicende di abbandono e di morte). Nel romanzo è evidentissima l’ispirazione a Lovecraft e alla sua poetica neogotica, una poetica che si pone in continuità con quella di Poe, e la sviluppa all’interno di un’orizzonte che potremmo definire antesignano di un esistenzialismo filosofico declinato in ambito letterario. Sia in King sia in Lovecraft il “male di vivere” diventa infatti “immanenza” eterna che abita il quotidiano di soffitte e cantine delle case della provincia americana e da lì perseguita l’uomo. Un “Unheimlich” immanente quindi, spinoziano, che si manifesta come “familiare” e che si fa improvvisamente estraneo, vero “mostro della porta accanto”. Nel caso di “It” è un’intera città, Derry, ad essere posseduta dal “monstrum”.

 

Il film di Muschietti riprende tutta questa poetica, e compie il miracolo di una trasposizione (anche qui userei il termine di stampo religioso di “trasfigurazione”) di tanto e denso materiale immaginifico all’interno di una pellicola di più di due ore. Costretto da tale tempistica, nonché dai limiti intrinseci di business delle case di produzione (New Line e Warner Bros.), Muschietti riesce comunque a rimanere esegeticamente fedele al testo, trasmettendo emozioni e intenti profondi provenienti da un autore che da sempre pone al centro della sua poetica l’infanzia e il dolore per la sua perdita durante il percorso di crescita e di soggettivazione adolescenziale. Uno degli ingredienti fondamentali del Perturbante nell’accezione freudiana consiste, com’è noto, nel suo attingere i principali motivi che lo ispirano, all’infanzia come motore della sessualità e della relazionalità adulta, e in questo senso il romanzo di King è assolutamente ascrivibile al Perturbante. Infatti, il cuore narrativo dell’intero romanzo, così come del film di Muschietti, può essere agevolmente rappresentato dalla metafora dell’”iniziazione”, del “rito di passaggio” dall’infanzia all’età adulta, una ritualità che passa attraverso il dolore del lutto e del “ritorno del rimosso” infantile nell’età adulta. “It” è infatti costruito su due piani temporali paralleli e non lineari: il 1957, cioè l’infanzia dei protagonisti, che poi ritroviamo nel 1984, quando sono diventati grandi. Muschietti, saggiamente, ambienta il film nel 1989, per poi farci pensare ad una prossima pellicola che ambienterà ai giorni nostri. Il film declina molto bene sul piano espressivo-estetico, con grande attenzione al rapporto tra “mondo dei bambini” e “mondo degli adulti”, il tema dell’abbandono e delle disfunzionalità familiari, tutti aspetti peraltro ricorrenti anche nella copiosa produzione letteraria di King.

 

Per tutti questi motivi, tanto il film quanto il romanzo contengono valenze e vettori di senso che possono molto interessare lo psicoanalista. Ho citato, infatti, il Bion di “Attenzione e interpretazione” in esergo, a fianco della dedica iniziale di “It”, non a caso. Il film contiene molte suggestioni che probabilmente avrebbero incuriosito Bion, soprattutto il Bion della cosiddetta “fase estetica”, a partire dalla dedica iniziale del romanzo che King indirizza ai suoi figli, Naomi Rachel, Joseph Hillstrom e Owen Philip, esortandoli ad una sorta di “visione binoculare”, in cui “bugia” e “verità” assumono una valenza conoscitiva di natura “oscillatoria”, appunto “binoculare”, attraverso il veicolo del genere romanzesco. “Il romanzesco è la verità dentro la bugia” (King, 1986), tema, quello della “bugia”, come si sa, molto caro a Bion, i cui riferimenti a poeti e letterati come portatori inconsapevoli di verità, sono molteplici nella sua opera.

 

Sul piano tecnico, dell’allestimento, e dell’architettura filmica complessiva, il “miracolo” di Muschietti è soprattutto incentivato da un casting magistrale, mirabilmente condotto da Rich Delia, nel quale risplende di una luce particolare il personaggio di Beverly Marsh (una Sophia Lillis che certamente ne farà di strada, perbacco), la ragazzina dai capelli rossi, suo malgrado immersa in una relazione incestuale con un padre che fa diventare la “confusione delle lingue tra adulto e bambino” (Ferenczi, 1932) il suo principale strumento di comunicazione perversa. Muschietti ci accompagna all’interno di un “gruppo dei pari” (il club dei Perdenti) che diventa l’unica àncora di salvataggio di Beverly ma anche degli altri giovani amici uniti nella lotta contro Pennywise, rappresentazione polimorfa del vuoto affettivo che circonda la crescita di questi ragazzi. Pennywise (interpretato da un Bill Skarsgård incredibilmente capace di personificare il demoniaco semplicemente attraverso uno sguardo), è infatti una perfetta rappresentazione, raramente visibile in un film, di quello che potremmo chiamare il “furto della soggettivazione” di un individuo fragile come può essere appunto un preadolescente, da parte di un ambiente “adulto” incapace di ascoltare, di accompagnare la crescita, di nutrirla attraverso i giusti dosaggi di “verità” e di “bugia”.

 

Ottobre 2017