Jacques Rivette, Anime parallele. Recensione di Olimpia Sartorelli

” Sì, la nostra generazione sarà quella dei registi, degni di questo nome, che muovono sulla scena illimitata dell’universo le creature del nostro spirito” (1).

Di quella generazione del dopoguerra, così descritta da Jacques Rivette nel 1954, e più comunemente nota come Nouvelle Vague, Rivette è stato uno degli ultimi. Tra gli ultimi rappresentanti a scomparire (il 29 gennaio scorso), dopo François Truffaut, Eric Rohmer, Claude Chabrol, Alain Resnais,  più noti di lui al grande pubblico, e ultimo perché tra tutti il più onirico, nascosto, complesso e intimamente irriverente nel racconto cinematografico.

Originario della  Normandia, terra di nebbie, spiriti e sogni,  giunse a Parigi poco più che ventenne, iniziando a collaborare come critico cinematografico ai Cahiers du Cinéma, storica rivista del cinema francese d’avanguardia, di cui assunse la direzione dal 1963 al 1965, in aperta polemica con Rohmer, a suo giudizio troppo “conservatore”. In parallelo alla sua attività di critico cominciò a realizzare i suoi primi film.

Interessato solo al cinema e a nient’altro, come ricorda Bulle Ogier, una delle attrici da lui più amate, già dal suo primo film (Parigi ci appartiene – Paris nous appartient, 1960) inizia a rappresentare compiutamente il proprio mondo cinematografico nei suoi elementi essenziali, che si ritroveranno diversamente intrecciati  in tutti i suoi film successivi.

Regista dell’interiore e delle passioni, amante dell’immaginario (Cocteau) e del romanzo (Balzac), diede vita nel suo cinema a un mondo profondamente terreno nei paesaggi, nei suoni, nelle abitudini e nei gesti, ma costantemente percorso dall’allusione a un altrove (temporale, magico, psichico, immaginifico, ludico)  che evoca mistero.

Così in  Parigi ci appartiene, la misteriosa morte di un dissidente politico spagnolo, alla quale si allude per tutta la durata del film, senza mai esplicitarla compiutamente,  trascina nell’ombra dei propri intimi desideri e ossessioni, Anne, giovane protagonista insieme al suo amore impossibile Gérard. In Céline e Julie vanno in barca (Céline et Julie vont en bateau, 1974) due amiche per caso condividono il destino di svelare il mistero di una villa dell’infanzia da cui sono irresistibilmente attratte, tra allucinazione e realtà,  in cui una bambina (loro stesse bambine?) rischia la vita. E ancora in Luna Park(Merry-Go-Round,1978) un uomo e una donna inseguono di areoporto in stazione, di casa in casa, tra sogno e veglie forzate, una donna che da’ loro appuntamenti incessantemente mancati.

Nelle sue numerose storie filmate  la realtà messa in scena da Rivette prende sostanza e spessore proprio grazie al costante rinvio al proprio intimo mistero, a una dimensione segreta “meta terrena” che progressivamente si svela ma mai in modo definitivo.A un segreto svelato ne segue un altro da svelare e il racconto filmato conserva in nuce, nell’epilogo tragico o gioioso, l’inizio aperto di una nuova storia.

Dove andranno Céline, Julie e Madline in barca su un fiume di un parco (parigino? O già altrove?) scampate al pericolo mortale del proprio passato? Cosa succederà a Marie e Julien (Storia di Marie e Julien – Histoire de Marie et Julien, 2003) e al loro amore appassionato, rotto l’incantesimo che ha reso inevitabile il loro incontro? E che ne sarà della  “bellascontrosa” (La Bella scontrosa – La Belle Noiseuse, 1991), privata dello sguardo travolgente dell’artista che l’ha svelata a sé stessa?

Per Rivette: “Questo è fondamentalmente il cinema; il legame tra qualcosa di esteriore e qualcosa di molto segreto, che un gesto imprevisto svela senza spiegazione”(2).

Le vicende umane si mostrano nel loro scorrere lento, nel quale lo sguardo di ogni spettatore si perde per trovare un proprio senso, non prestabilito, né indirizzato ma frutto dello stesso fluire imprevisto di immagini, pensieri, emozioni e fantasie.

I tempi lenti dei film di Rivette tendenti al “reale” si esplicitano nelle dodici ore di Out 1: noli me tangere(Out 1: noli me tangere, 1970, di recente restaurato nella sua interezza) o nella lunga attesa tra le fronde nell’agosto parigino di Julie, mentre un gatto si avvicina; nel vagabondare tra ville dismesse, areoporti spaziali e binari senza stazione di Luna Park e nelle soste frequenti della telecamera sui paesaggi, quasi in attesa che qualcosa compaia alla vista e alla mente.

Rivette rifiuterà sempre con determinazione ogni tentativo della critica di ‘interpretare’ in chiave storica, sociologica, politica e psicoanalitica (anche se molto si presterebbe) il proprio cinema. Sosterrà strenuamente e in modo quasi beffardo la legittimità di ogni possibile lettura (anche di quelle più lontane dalla sua idea originaria rispetto al senso del film), rivendicando la necessità che ogni spettatore dialoghi con il film in un corpo a corpo del tutto personale.

Per il regista è necessario che il film si offra ai sensi come organismo vivente:  “Bisogna che circoli, si muova, viva. I film di oggi non hanno abbastanza muscoli, carne e sangue. L’ambizione di ogni regista dovrebbe essere quella di rendere il proprio film un organismo vivente, di fare in modo che cose impreviste  possano prodursi” (3). Non è forse questo anche il fine della psicoanalisi?

Se in Rivette un altrove esiste non è certo metafisco. I vissuti in Rivette sono totalizzanti, s’inscrivono nel corpo, palpitano dallo schermo, sono espressione sensoriale dello spirito non sua antitesi. I legami tra i personaggi dei film  sono “di sangue” (Céline eJulie vanno in barca); la passione non consumata consuma il corpo (La Duchessa di Langeais – Ne touchez pas  à la hache, 2007) e le relazioni d’amore sono vissute “fino all’ultimo respiro” (L’Amore folle – L’Amour Fou,1968; L’Amore in pezzi – L’Amour par terre,1983;Storia diMarie e Julien).

Nella rappresentazione di uno psichico sempre abitato dal corpo le figure femminili sono privilegiate, in virtù del loro doppio legame con la vita terrena e l’aldilà del sentimento.

In Rivette l’eterno femmineo è reso quotidiano, invertendo ogni consueto canone. I personaggi femminili  seducono semplicemente per l’intensità del loro esistere, libere, rovesciando la tradizione di esistere per sedurre. Personaggi femminili di insolita bellezza restano i primi protagonisti dei film di Rivette, le presenze che più di ogni altra forma incarnano la sua idea di cinema. “Solo le donne possono essere extraterrestri, gli uomini non hanno nessun sentore delle forze cosmiche che li oltrepassano”(4), ricorderà il regista. Eppure per la dualità necessaria che attraversa ogni suo film, solo lo sguardo degli uomini, a cominciare da quello di Rivette stesso, potrà mettere in luce l’extra – ordinario del femminile, forza libera di natura spesso ignara a se stessa. Così solo il lento tratto del pittore Frenhofer farà sbocciare la sensualità di Marianne (La Bella scontrosa) e  analogamente solo il gesto “magico” di un avventuriero, interrompendo il walzer fumoso di un dancing affollato, romperà lo specchio dell’apparenza, rivelando la vera natura delle figlie della luna e del sole, alla disperata ricerca di una pietra marina i cui riflessi potrebbero restituirle alla vita umana (Duelle, 1976).

Così si svela che la vita è un sogno e viceversa che il sogno ha bisogno di vivere.

“Il Sogno è l’acquario della notte” (5)ricorda amorosa e sognante una “ticket girl” dello stesso dancing. In Rivette il racconto cinematografico si muove come il linguaggio del sogno, apparentemente casuale, imprevisto, secondo la logica onirica, solo così si può intravedere il “significato latente”, il rovescio delle cose e svelare per lo meno a tratti il mistero, gli “alter ego” di sabbia e serpenti (Luna Park).

Nella ricerca i giochi verbali (numerosissimi i giochi di parole e i “lapsus”) o veri e propri, messi in scena (bambole, disegni,  bauli magici, nascondini, inseguimenti e fughe in Celine e Julie vanno in barca, Luna Park, Chi lo sa? – Va savoir, 2001) rompono lo specchio, aprendo uno squarcio sull’altra parte, sul rovescio delle cose.

Un rovescio che si mostra improvviso ma che va assimilato lentamente nei tempi apparentemente morti del racconto filmato e attraverso la ripetizione quasi rituale (coazione a ripetere?), che riedita in ogni film scene analoghe ma ogni volta leggermente diverse, che covano trasformazioni silenziose (6).

Come il mondo del regista possa rimare con la psicoanalisi è forse, anche in questo, fin troppo evidente. Ricordando però gli intenti di Rivette, l’assonanza più profonda tra  la ricerca psicoanalitica e quella del registra la si rintraccia nella tensione all’altrove, al viaggio in molteplici dimensioni psicofisiche (veglia, sogno, delirio, allucinazione, immaginazione, alienazione)  per rinnovare il senso dell’esperienza vissuta.

Quell’altrove, sempre cangiante nell’umano sentire, a cui Rivette dedicò il suo cinema dai piedi per terra. Corpi e spiriti appassionati, umani e non umani, in bilico tra le infinte dimensioni dell’essere, abiteranno per sempre nei suoi film gli stessi luoghi, ” Alla prima luna piena di primavera, al crepuscolo, tra la notte e il giorno, nel chiuso di una nuvola, sotto l’albero di Noroît (7)” in attesa di rincontrarsi.

(1) in L. Chestel, L’Envers pavé de bonnes inventions, Libération, 30 e 31 gennaio 2016.
(2) in Dominique Paini, Paris appartient au cinéma, tratto da Paris nous appartiennent, PFA distribution, 2004.
(3) A. Diatkine, J. Gester, C. Ghys, D. Peron, G. Schneider, Rivette sans retour, Libération, 30 e 31 gennaio 2016.
(4) in H. Frappat, Avec lui, le féminin était une cosmologie moderne, Libération, 30 e 31 gennaio 2016.
(5) J. Rivette, Duelle, Francia 1976, sceneggiatura di E. de Gregorio, M. Parolini, J. Rivette.
(6) F. Jullien, Cinq concepts proposés à la psychanalyse, Grasset, 2012 Parigi.
(7) J. Rivette, op. cit.

TRAILER

Out 1: noli me tangere http://youtu.be/n_uy9YbVK8Y

Céline e Julie vanno in barca  http://youtu.be/3nJ4RInGt9E

Duelle http://youtu.be/2Oyl-A1_itk

La Bella scontrosa http://youtu.be/A9ox6Tr8S8I

Chi lo sa? http://youtu.be/JErH1_fssuM

Storia di Marie e Julien http://youtu.be/MaCqAYN_5Mo

La Duchessa di Langelais http://youtu.be/mTHoEhfdfVQ

7 marzo 2016