La Grande Bellezza – 2

Regia di Paolo Sorrentino, Francia, Italia, 2013, 142 min

Commento di Celestina Pezzola

La grande bellezza…perduta e ritrovata?

“La bellezza non è altro che lo spaventoso che noi siamo appena in grado si sopportare”. R.M.Rilke

Che altro aggiungere a questo già tanto discusso e ammiratissimo film?

Dopo la sue recente riapparizione in TV, legata alla premiazione per l’Oscar e dopo aver letto l’intervista rilasciata da Sorrentino a Concita De Gregorio sul quotidiano Repubblica, in cui l’autore riflette sulla sua vena malinconica: “Non ero un granché a scrivere, prima. Stavo in una vena grottesca che non era proprio la mia. Poi ho cercato un’ispirazione più vicina, non sono dovuto andare lontano, e ho trovato la malinconia”, aggiungerei alcune considerazioni legate al tema della malinconia, tema già emerso in altri suoi capolavori come “Le conseguenze dell’amore” e in “This must be the place” . Le mie considerazioni sul suo più recente film, che come è ormai noto narra della bellezza della città eterna con i suoi monumenti, le meravigliose fontane e piazze unitamente al senso di caducità che sempre la bellezza evoca, mi ha riportato inevitabilmente a rivedere con uno sguardo diverso i già evidenti concetti di perdita, caducitá e nostalgia che fanno di questo film, a mio avviso, anche un nostalgico omaggio alla città eterna di freudiana memoria, ma anche un omaggio al femminile materno. Il senso di melanconia e di caducità presente in tutto il film, insieme al suo tentativo, mai completamente riuscito, di negarla, mi sembrano il filo rosso di questo splendido lavoro di Sorrentino.
Ne sono un esempio il tentativo di fermare il tempo, un tempo che sembra fermato e significato emotivamente da quella splendida immagine del primo amore al mare, che offre in dono al nostro Jep (Tony Servillo) un fermo-immagine su quel seno femminile di indubbia dolcezza e nutrimento affettivo, che diviene poi, nella mente del protagonista, un ricordo “catalizzatore” di profonde emozioni e commozioni. Protagonista che si commuove raramente in questo ambiente, dove il più delle volte il sarcasmo prende il posto della nostalgia. Al primo corpo-seno della prima ragazza, che sembra regalare una seduzione eterna al protagonista, quasi fino a imprigionarlo, come non associare il fascino descritto ripetutamente da Freud verso la Roma, città eterna e metafora di quel corpo materno così intensamente presente nei suoi ricordi, tanto da fargli rimandare più volte il suo viaggio? Come ricorda Petrella, l’interdizione di entrare a Roma di Freud, coincide con la fase nevrotica che ha a che fare con il fantasma materno edipico. Al corpo del primo amore del protagonista Jep, si succedono corpi di donne da usare senza nessuna emozione, o corpi malati e da curare, coccolare come quello di Ramona (Sabrina Ferilli) o un corpo ridotto grottescamente a quello della donna-nana, unico personaggio femminile sarcastico e disincantato di fronte all’inesorabile scorrere del tempo. Un tempo da riempire, saturare da futili interviste alle quali il più delle volte Jep si sottrae o come nelle recensioni delle performance artistiche, da ridicolizzare. Basti pensare all’intervista con l’artista della body-art e la seconda exhibition paintings della bambina alla quale assiste ammutolito ed incredulo. Non c’è nessuna vera bellezza o emozione in questa arte, mentre la bellezza e la commozione la ritroviamo quando Jep chiede con la trepidazione che può avere un bambino “la chiave” che apre segretamente le porte della galleria-pinacoteca privata nella villa che ospita l’ esibizione della bambina.

Un vero contenitore di bellezze, luogo “intimo e segreto” dove Jep sembra potersi commuovere. Non sono pochi i momenti del film nei quali il protagonista lascia la sua maschera di uomo mondano ed effimero per ritrovare nell’espressione del suo viso momenti di autentica commozione. Ne ritroviamo un altro esempio quando, davanti alle infinite fotografie del terzo artista, che in questa sua performance mi sembra voglia mostrare il tentativo di descrivere il tempo che passa attraverso una serie infinita di fotografie che lo ritrae giorno dopo giorno, nello stesso posto per anni ed anni. Anni che passano veramente, testimoni di un tempo lineare e non ciclico, ripetitivo e sempre uguale a se stesso. Ne sono un chiaro esempio i tratti del bambino che a mano a mano diventa giovane uomo quasi incanutito. Sembra che qui il protagonista possa commuoversi per un istante, quando percepisce autenticamente il passare del tempo che é si un momento doloroso ma che regala anche un senso di pace e commozione. I trenini, dirà più avanti Jep, “girano, girano e non portano da nessuna parte”. Questa stessa commozione si avverte quando il nostro protagonista durante le sue peregrinazioni notturne, quando è finalmente solo con la sua città, per un istante, lungo ed eterno istante, incontra lo sguardo ed il sorriso della splendida Fanny Ardant. Bellezza vera, autentica che non teme il passare del tempo e ancora una volta il nostro protagonista rimane affascinato, quasi calamitato da quel fugace incontro di sguardi, da quel “brillio dello sguardo” (Golinelli) che permette di sentirsi visti e potersi rispecchiare.
Certo sono commozioni fugaci e dal sapore amaro perché ci fanno assaporare la loro perdita, ma sono autentiche al contrario delle noiose ed effimere cene in terrazza. Autentiche come le chiacchierate con la sua colf filippina, unica vera ascoltatrice e nutrice, sempre impegnata a cucinare e tenere con cura la casa.
Il protagonista troppo consapevole del suo vuoto malinconico non riesce a scrivere, pensare; preferisce lasciarsi circondare da tale vuoto che percepire con sofferenza il senso di perdita e caducità che la vita ci riserva.

Accanto all’eterna bellezza di un luogo del passato come accettare l’inesorabile trascorrere del tempo che porta con sé anche la perdita di tale bellezza? Con il suo degrado, rovine, banalizzazioni? Come accettare la grande bellezza femminile materna che seduce ma che inevitabilmente abbandona prima o poi per lasciarci vivere e crescere, essere creativi e forse dunque anche pensare e scrivere un nuovo libro? Il volo delle cicogne nell’ultima scena, che a tratti sembra una scena onirica, non allude forse al tempo della nascita? Nascita di un nuovo libro, nuovo modo di vedere e pensare il mondo, di un nuovo Jep? L’arrivo inaspettato di una nostalgia strutturante (Masciangelo) portatrice di Eros e vita, desiderante ed individuante che affronta il doloroso lavoro della perdita e del lutto dall’oggetto originario, e non più solo una nostalgia mortifera dal sapore profondamente malinconico, dove l’ombra dell’oggetto ricade sull’Io. In mancanza di una nostalgia desiderante, come sostiene Pontalis, si è sempre e affannosamente alla ricerca “di chi o di cosa” possa essere messo in scena per sentirsi esistere.

Come non pensare che quando Jep cammina da solo nelle splendide vie romane, solo con sé stesso, sembra stare esattamente su due livelli, quello strato più superficiale su cui poggia i piedi e al di sotto, come nelle stratificazioni della città eterna, un altrove passato e sepolto a cui la nota metafora archeologica, di Freudiana memoria, allude.
Metafora archeologica che non può non farci pensare alla bellezza del pensare, del pensiero simbolico e creativo che, come ricorda A.Segal, integra il presente con il passato, il vecchio con il nuovo e che Sorrentino simbolizza con grande abilità nel suo ultimo film, ed affronta ammirevolmente attraverso tutto il suo lavoro artistico.

Marzo 2014