La macchina del cinema

La macchina del cinema. Di M. Bellocchio (1978) 

LAURAFIMFESTIVAL 2013 – Levanto 16-21 Luglio

www.laurafilmfestival.com

                                                 I dimenticati del Cinema….

Giunto alla sua decima edizione, il piccolo Festival da ‘cultori’ che a ogni fine luglio un’assolata Levanto piena di bagnanti (che neanche lo notano…) dedica a particolari aspetti del cinema, ha presentato quest’anno oltre ai consueti ‘corti’, ai film scelti e alle discussioni, un interessante recupero in collaborazione con RaiMovie e l’Officina Film Club: La macchina del cinema. Si tratta di un documentario relativamente dimenticato, come dimostra purtroppo il mancato restauro e quindi la pessima fruibilità, che Bellocchio realizzò con alcuni collaboratori – Agosti, Petraglia e Rulli – dedicato a una di quelle facce del cinema poco conosciute se non agli addetti ai lavori, su cui il nostro pensiero non si sofferma mai, ossia quel sottobosco cinematografico di emarginati, di dimenticati, appunto, che attraversano come meteore il sogno in celluloide per poi sparire dalla scena, come polverizzati. Attori famosi mai più rivisti, comparse che sperano in una parte che non verrà mai, scene dolenti che si svolgono dietro le quinte, tuta una vita altra che non giunge allo spettatore, e su cui va a posarsi la macchina di presa, misuratamente asciutta e neutrale, di un giovane Bellocchio. Ho avuto il caso e la fortuna di vedere solo l’ultimo di questi documentari, Una vita per il cinema, raro e prezioso documento da non perdersi, per chi avesse la ventura di ritrovarlo.

Perché segnalarlo allo psicoanalista? Ci riguarda in qualche modo?
Credo di sì….Una vita per il cinema, che si apre e si chiude con la dolorosa vicenda di Daniela Rocca, è una narrazione sulla perdita, sulle illusione distrutte, le umiliazioni subite, su destini umani feriti e forse in partenza psichicamente troppo fragili e impreparati per sopportare le regole, talvolta la crudeltà,  della macchina dei sogni. E’ una narrazione, soprattutto, che va oltre il manifesto, al di là del noto e di ciò che appare per indagare senza giudizio, al pari del nostro lavoro, i retroterra sommersi, vergognosi, che nessuno ama rievocare, le cicatrici mai rimarginate, i cadaveri lasciati qua e là nei percorsi della vita. E’, insomma, una narrazione autentica.

Il film si apre con l’intervista, a tratti stentata e struggente, con l’attrice Daniela Rocca. Qualcuno ricorda questo nome? Il suo apice e la sua unica celebrità fu l’indimenticabile parte di Rosalia, assillante moglie di Fefè, il Mastroianni di “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, baffuta e rozza siciliana gelosa alle prese con la giovane e bellissima Sandrelli, da cui il maschio latino fu inevitabilmente sedotto. Eppure, la Rocca era una donna bellissima, ex reginetta di bellezza a Catania appena quindicenne, di cui solo Germi seppe intuire la capacità recitativa e non usarne soltanto il corpo, lanciandola, con questo film del ’61, a un potenziale successo internazionale. Ma la travagliata relazione con lo stesso Germi e in seguito la sua morte, lo scarso successo di alcune altre parti minori, il suo desiderio frustrato dai produttori di diventare lei stessa regista, la fecero scivolare in una depressione da cui non uscirà più; morirà, in condizioni di indigenza, a 58 anni nel ’95. La cinepresa di Bellocchio non indaga tanto la dolorosa storia clinica (i continui ricoveri in cliniche psichiatriche, i tentativi di suicidio) visivamente evidenti nei gesti rallentati e nel fumare compulsivo, quanto sul fil rouge che fa da sfondo al discorso: l’essere dimenticati, buttati via. Nessuno mi ha più chiamata – racconta la Rocca – gli attori mi riconoscono ma non mi salutano…eravamo amici, perché non mi salutano? Nessuno mi cerca più. Completamente sola, incapace di fare nulla al di fuori del mondo dello spettacolo di cui avrebbe accettato qualunque ruolo (“la mia vita è lì…io so essere solo quello”), in un profondo percorso interiore si appassiona alla psiconalisi, legge, scrive libri e poesie che fatica moltissimo a far pubblicare e che restano introvabili. La scrittura, unico sollievo, unica fonte di pace, fa da contraltare all’indigenza degli ultimi anni, sopportata dignitosamente, in un appartamento dove le tagliano la luce. “In fondo a che serve la luce?…”, commenta coi begli occhi rimasti intatti nel loro fascino, come a dire: cosa devo ancora vedere, al di fuori di me stessa?
La scena si sposta poi a un’angusta saletta dove si fanno provini alla ricerca di nuovi attori, soprattutto ragazze, che rispondono a un anonimo annuncio sul giornale. In quello che oggi chiameremmo casting, una patetica fila di umanità in cerca di un colpo di fortuna, di un momento di gloria, a cui viene chiesto invece soltanto di spogliarsi (“sarebbe meglio tutto, anche le mutandine…”).  Si cercano attori per il mercato del porno, in un artigianale salottino dove le ragazze si siedono timide e piene di speranze e ne escono, se accettano e si sbrigano a decidere, con i vestiti lasciati sulle poltrone.
Ci ritroviamo poi alla Festa del Cinema di Roma, in un clima già decadente dopo gli anni d’oro del cinema italiano, con ancora qualche vecchio mostro sacro – la Vitti e Sordi – che mostrano i segni di un’evidente stanchezza nel rituale del ritiro dei premi, mentre ballerine improvvisate si denudano e danzano tra i tavoli, anonime, la loro triste Dolce vita. Qui prende la parola Ciccio Ingrassia, che anziché recitare la saga della gratitudine si lancia in una critica amara e spietata contro corrotti commercialisti che lo avrebbero derubato nella sua attività di produttore….ma l’imbarazzato e sudato politico di turno gli toglie letteralmente il microfono di mano.
Dietro le quinte. Quello che non si vede, un dolore nascosto, ferite che i media tradizionali occultano, per presentare il luccichio della macchina dello spettacolo.
Non è però un video di denuncia, non raccoglie le accuse dei vari protagonisti del sottobosco dei dimenticati, anzi. Avvertiamo in ciascuno di loro un irriducibile amore per il cinema, per la macchina che pure li ha stritolati, esaltati e poi ignorati come la Rocca, truffati come Ingrassia, mercificati come le ragazze ai provini, illusi di una gloria che non ci sarebbe stata. Dichiarano, ed è palpabile, non un grido d’accusa ma un lamento nostalgico, una sorta di resa al destino che, nonostante l’artigianalità e una certa rozzezza tecnica del documentario, la poetica sottesa di Bellocchio rende molto bene: irriducibile amore non corrisposto nonostante le avversità e le umiliazioni.

Altamente simbolica ed evocativa la scena finale: in una fabbrica ligure, migliaia di pellicole vengono a ciclo continuo distrutte e trasformate, oggi diremmo riconvertite, in materiale per statuette. Cumuli e cumuli di celluloide dati al macero…La macchina del Cinema può distruggere i suoi protagonisti, i più fragili e sventurati, ma distrugge e ricrea continuamente anche se stessa. E’ qui, in quella che Pasolini chiamava la sua intrinseca caducità, il fascino che il cinema esercita su di noi, il richiamo magico con cui avvolge anche le sue vittime?

« Io sorrido da sola camminando/nel mondo/ e di questo e di quello/ e di ciò che è parola/ Quando un uomo mi disse:/ ti voglio sposare/voglio avere tuoi figli/ io sorrisi da sola. E quando/la donna panciuta/ -che di strilli risuona-/ parla coi figli e s’accora/ io sorrido da sola/ Un grande cerchio di neri fiori/ appassiti la mia tomba:/ la mia gente sento strillare./ E calando nel ventre di madre natura/ rimiro la gente/ e sorrido da sola ».

                                                                                                             (di Daniela Rocca, poesia giovanile)