La pazza gioia

di Paolo Virzì, Italia, 2016, 118 min.

commento di Ambra Cusin

La pazza gioia fa ridere…?

Sono stata a vedere “La pazza gioia” di Virzì e l’ho trovato bellissimo… è vero a tratti ho riso perché nella follia c’è qualcosa di comico, ma fondamentalmente ho sentito non solo tristezza, ma dolore per le due vite, quelle di Beatrice e Donatella. Due storie profondamente diverse, ma due storie che si intrecciano non solo per la vera amicizia che si crea, ma anche e soprattutto per la condivisione di un dolore sotterraneo, sordo, fatto di umiliazioni, della consapevolezza di errori che non si possono riparare più, di responsabilità insostenibili condite con un desiderio di vivere e di gioire che sa solo esplodere e implodere invece che esprimersi.

Beatrice è la solita ex riccona sfaccendata, che non conosce cosa sia la fatica di vivere dei comuni mortali, ma conosce la fatica di andare oltre alle umiliazioni con un sorriso terribile sulle labbra. Sfruttata da uomini senza cuore e senza anima, cresciuta nel lusso della concretezza, ma senza amore, è chiusa in una comunità riabilitativa per bancarotta fraudolenta ed altre amenità. Sembra non sapere cosa sia il denaro e lo spende come farebbe un bambino. E’ assolutamente simpatica e “matta” con il suo girare protetta da un ombrellino giapponese e da uno scialle di vera seta super firmato, dando ordini a destra e sinistra senza muovere un dito. Fa sorridere il suo esibire vestiti e amicizie con Armani e George Clooney, dei quali ha anche il numero di cellulare, così come la  raffinatezza che le esce da tutti i pori, ma si ingarbuglia e si infrange in una povertà di risorse che giorno dopo giorno vanno tragicamente spegnendosi. Fa ridere, ma fa anche compassione… no, forse fa tenerezza. Non riesce a stare zitta: se lo facesse, come accadrà, finirebbe in un doloroso e silenzioso pianto. Le  parole, con cui riempie ogni attimo,  sembrano servire per non sentire il vuoto totale che la abita.

Donatella è una ragazza giovane, madre di un bimbo dato in adozione. E’ disperata. Giudicarla incapace è facilissimo eppure sa insegnarci come ama una madre, forse sbagliando… ma non sbagliano tutte le madri? Avrebbe avuto solo bisogno di sostegno alla funzione genitoriale, come diciamo noi in gergo, ma invece è stata trattata come una criminale. Anche lei sfruttata e gettata via come uno straccio. Il suo dialogo con il bambino vale la visione del film. Forse l’incontro con il bimbo viene descritto in modo buonista… ma ci commuove e io mi sono commossa.

Scappano insieme, come le famosissime Thelma & Louise di una ventina d’anni fa, fuggendo su macchine rubate e mimando le amiche americane la cui fine, come sappiamo,  sarà tragica.  Ma non rivelo il finale del film perché merita andare a vederlo. Merita ridere e piangere seguendo la storia di una gioia pazza, pazza perché senza speranza, perché ricerca disperata di una gioia vera. Una gioia forse meno eccitata, anzi differenziata dall’eccitazione,  ma più profonda, che può maturare solo in un contenitore protettivo. Quel contenitore  ricco di rispetto che a me è sembrato trasparire da un personale curante che appare assolutamente comico, ma che trasmette un sincero interesse per le persone.

Donatella e Beatrice si aiutano, Donatella, che appare più fragile, in realtà riesce a tenere i piedi per terra, mentre Beatrice, come un palloncino gonfiato, vola alta con delle scene esilaranti: in banca, al ristorante, per strada mentre si fa rimorchiare da quattro balordi. Ma al momento opportuno sa difendere l’amica e sa descriverne le qualità profonde. E le sue parole saranno fondamentali. E’ un film che libera dal pregiudizio.

Commento psicoanalitico? Non voglio costringere Donatella e Beatrice in una interpretazione… per tutto il film ci hanno fatto capire che vogliono essere libere di sperimentarsi e forse anche di sbagliare, non sarò io a costringerle in una diagnosi che toglierebbe loro la freschezza della “pazza gioia”!

Commento di Rossella Valdrè

–        Donatella: Sono stata una bambina triste

–        Beatrice: Anche io…..

Sedute abbracciate sul muretto, è forse il momento più toccante, poetico ed emotivamente più vero del film: verso la fine della loro fuga verso “la pazza gioia” le due donne, reduci ferite, ciascuna a modo proprio, di errori e di una vita difficile, smettono di giocare alle matte per risalire alla radice, alla fonte di ogni sofferenza psichica. La tristezza, una tristezza antica. Virzì – che non delude in questa attesa e difficile prova dopo il successo de Il capitale umano, scegliendo ‘volutamente’ di tornare alla sua Toscana e a un piccolo film(*) – si rivela attento a un aspetto a cui sono sempre molto sensibile, nel mio scrivere di psicoanalisi e qualche forma di arte, e che qui avrebbe rovinato la poetica del film: farne un caso, anzi due, casi clinici.

E’ l’inspiegabile tristezza infantile, i ‘pianti in ascensore’, a scuola, una madre che non ti guarda, al fondo, alla radice di quello che poi diventerà, a seconda dei casi, un comportamento autolesivo, o esplosivo, o deviante, a cui la psichiatria sarà costretta a dare un nome, il confine sempre angusto di una definizione, un farmaco che sedi o che attivi.  La tristezza diventerà così depressione, e le due donne lo sanno bene, che il loro destino è ormai segnato in un percorso di cure, di definizioni, che la loro ingenua e folle fuga non è stata che una rocambolesca parentesi destinata a farle conoscere, unica vera libertà la loro incredibile amicizia.

Pur preciso nei riferimenti clinici (corretta e misurata, dunque, l’eventuale consultazione con psichiatri), e senza mai scivolare nella caricatura, Virzì non ne abusa, ma ne fa sfondo e cornice di una vicenda la cui cifra è squisitamente poetica, intimamente umana, affettiva, a tratti divertente, sospesa tra l’ironia e la melanconia, mai banale, mai tragica. L’equilibrio, in questa delicata parabola tutta al femminile scritta in collaborazione con Francesca Archibugi (regista sensibile a questi temi), appare dunque del tutto riuscito.

Questo “Thelma e Louise” (riferimento del tutto esplicito e voluto) all’italiana, road-movie limitato alla campagna Toscana, calorosa vicenda di due donne in fuga non qui da mariti violenti, ma da storie personali dolorose e irrisolte, da un lato, e dalla Comunità Terapeutica in cui sono costrette a vivere, dall’altro, deve tutta la sua efficacia non tanto all’esilità della storia, quanto alla presenza scenica delle due protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, entrambe in stato di grazia.

E’, infatti, in Comunità, a Pistoia, dove sono entrambe costrette a risiedere in seguito di provvedimenti giudiziari, che Beatrice Morandini Valdirama (nome altisonante, tristemente stonato con la sua condizione, che ne richiama i natali nobili) e la giovane smarrita Donatella si incontrano; e non potrebbero essere più diverse. Beatrice è una donna ricca (ricorda a tratti la Carla de Il capitale umano), sposata a un noto avvocato, di cui intuiamo una vita vuota, una madre fredda, che a un certo punto rompe le regole del suo guscio di vetro con un’avventura amorosa con un poco di buono, a cui regala tutti i soldi, dilapidando così il patrimonio di famiglia. Da allora, non è più una di loro e il solo vederla imbarazza tutti. Episodio maniacale, dirà la psichiatria. Una ribellione, un masochistico tentativo di rottura e forse di ricerca d’amore, dice il vissuto di Beatrice ancora non rassegnata a questo abbandono.

Donatella, ex tossicomane, ex ballerina cubista nei locali della Versilia, è una ragazza deprivata, il corpo magro segnato da tatuaggi dove ha scritto la sua povera vita: ha tentato di uccidere se stessa con il suo bambino che, per “inadeguatezza genitoriale”, i Servizi Sociali hanno dato in adozione a una famiglia. Beatrice e Donatella hanno perso tutto: uomini che le hanno ingannate, famiglie che non le hanno sostenute, il passato-una persecuzione, il futuro-una vaga nebulosa, affidato a cure e percorsi che non accettano, ad un internamento in Comunità che, pur affettivo e del tutto adeguato, è sulle prime percepito come una cattività. Da storie tanto diverse, provenienze tanto distanti, Beatrice e Donatella diventano l’una lo specchio dell’altra, l’amica scelta, prediletta, la compagna di avventura, l’alter-ego e la parte scissa del sé che, sola in un mondo indecifrabile, misteriosamente può capire. Una magica, spontanea empatia si innesca immediatamente: inizia così, a caso e del tutto senza un progetto, la loro maldestra fuga, la parte centrale, più bella del film.

Rincorrendo autobus, rubando dove possono, con dolorose e inutili incursioni nei loro passati (Beatrice nella casa coniugale e dalla madre, e Donatella tentando di rivedere entrambi i genitori), con patetici tentativi di ritrovare gli uomini che le hanno abbandonate, le due amiche non si fermano mai, corrono sudate ed ebbre di vita mescolando momenti di disperazione ad attimi di autentica gioia, la loro pazza gioia, e lo spettatore non può non seguirle identificato col loro affannato, ingenuo desiderio di risarcimento e libertà.

Di cosa sono, nel profondo, colpevoli? Può un tribunale umano giudicare, condannare?

Alla speculazione, tuttavia, il film preferisce la cifra poetica, il coinvolgimento commovente di un realismo umano efficace e toccante: pasticcione, inopportune, violente, tenere e folli, le due donne a tratti ci incantano e ‘tifiamo’ per le loro peripezie, due bambine grandi in corsa per la Versilia con l’abito rovinato della festa. Non è mai facile fare un film non sulla psichiatria, cosa che risulterebbe datata, ma che comprenda, abbia per cornice l’ambiente psichiatrico; il terreno è scivoloso (ideologia, contro-ideologie) e i rischi non pochi: credo che l’operazione di Virzì sia riuscita perché non tenta giudizi, non avanza moralismi ma usa direi letterariamente, narrativamente la vicenda psichiatrica come uno dei possibili percorsi umani, uno dei contenitori della sofferenza e degli sbagli, in cui tutti, il povero come il ricco, possiamo incorrere. Regista attento al sociale, finemente ci suggerisce una verità che noi addetti ai lavori conosciamo: se ne Il capitale umano non c’era salvezza alle odiose differenze di classe, la follia, invece, è democratica.

Particolarmente riuscito, a mio avviso, il personaggio di Beatrice: poiché nessun regista sembra sapere fare recitare, direi incarnare i personaggi alla Bruni Tedeschi come Virzì (ricordiamo Premio miglior attrice per film straniero al Tribeca Film Festival 2014), la ritroviamo qui nella sua perfomance migliore, straordinariamente buffa e simpatica con le sue battute inadeguate, la sua logorrea instancabile, nel suo fare la matta con quel fondo di verità che chi ha lavorato con pazienti gravi sa esistere anche nelle loro espressioni più incomprensibili e confuse.

Il film mi ha riportata a un ricordo personale, a circa quindici anni fa quando ero responsabile di una Comunità Terapeutica proprio nei luoghi del film, a Lucca, molto simile come ambienti ed atmosfere. C’era più dolore, nel reale dei miei ricordi, più impotenza, più violenza nelle fughe e negli attacchi. Meno speranza….

Se devo, infatti, trovare un limite a questo film quasi perfetto, sta forse in un’assenza di coraggio che invece Thelma e Louise aveva avuto, evitando il finale un po’ buonista che qui chiude invece, pur senza enfasi o eccessi, chiude la parabola del film.  La vicenda. Beatrice e Donatella non possono che essere ritrovate, lo vogliono forse nel fondo di se stesse, che qualcuno si prenda cura, che finalmente le abbracci, facendo sfumare la loro fuga in un bizzarro e infantile tentativo di libertà rubata, privo di progettualità e pensiero, fatto di pura sensorialità e desiderio: le due bambine tristi con l’abito sgualcito della festa devono tornare indietro. Il ritorno in Comunità non è semplice ritorno fisico, ovviamente, ma comporta un’integrazione, un preciso percorso psichico dentro di loro: Donatella rivede il suo bambino, ma riesce a lasciarlo andare alla sua nuova vita, riesce a salutarlo e dunque a farne un lutto non persecutorio, e Beatrice dismette l’abito della nobildonna maniacale, per prendere infine contatto con la sua tristezza, la parte di sé tenuta a bada sotto quella masquerade che ci ha divertito per tutto il film.

A salvarle dal baratro, però, ed è il valore aggiunto del film, non sono stati né psichiatri né medicine né ricoveri coatti. A salvarle è stata la loro amicizia. Quel legame unico e prezioso, la loro folle corsa, la complicità, quell’empatia animalesca di chi sente subito cosa c’è nell’altro e che quell’altro – lui e solo lui – sarà il nostro compagno. La pazza gioia è in fondo un inno all’amicizia (“cosa farei se non avessi te”, si dicono) unica isola di possibile senso e contatto autentico in un mondo di rapporti fasulli e tradimenti, di abbandoni e inganni, unico rimedio che non ci umilierà, che non ci vuole perfetti e diversi, con le nostre fragilità, le nostre ferite e i nostri errori.

                          “Alcune persone si rifugiano in chiesa. Altre nella poesia. Io nei miei amici”

                                                                                                            Virginia Woolf

(*) Comunicazione personale da Fabrizio Gifuni, alla presentazione de ‘Il capitale umano’ all’European Psycoanalytic Film Festival, Londra, 2015

Maggio 2016