La prima neve

Andrea Segre, Italia, 2013, 106 min.

La prima neve

E’ quella che tutti in valle aspettano.

E’ quella che trasforma i colori, le forme, i contorni.

Questo ultimo film di Andrea Segre, di grande attualità, narra la storia di un incontro tra il migrante Dani, un giovane uomo scappato dalla guerra in Togo e rimasto vedovo durante il viaggio, e Michele, un bambino che vive nelle valli trentine, la valle dei Mocheni, rimasto recentemente orfano di padre. L’incontro, vero momento trasformativo, è facilitato dal nonno di Michele, falegname che conosce le regole della natura del bosco e della montagna e riconosce nei due personaggi uno stesso “odore” di sofferenza, di perdita, di lutto traumatico.

Nel teatro del bosco, con i suoi silenzi e i suoi pericoli, i due protagonisti, come due animali feriti, cominciano a fiutarsi e annusarsi iniziando lentamente e gradualmente a mettere in parole le loro reciproche sofferenze rimaste fino a allora silenti e inesplorate. Come dice il regista è un film che racconta “un incontro tra un padre che non riesce a essere padre e un figlio che non può essere figlio”, ma che attraverso l’integrazione di queste complementari solitudini diverrà incontro trasformativo e generativo. 

Segre torna a stupirci con questo suo secondo film. Da buon documentarista esalta i particolari della natura regalandoci una bellissima fotografia della montagna d’autunno, insieme ai tempi lenti che scandiscono lo scorrere delle giornate in un desolato paesino nelle valli trentine, la valle dei Mocheni. Come già con la sua opera prima “Io sono Li”,  il  regista ci regala fotogrammi di un ambiente di provincia immerso in una natura che ne è ancora l’indiscussa protagonista. E’ sempre la natura che detta leggi che a volte ci deludono o spaventano, altre ci rassicurano.

Potremmo dire che “La prima neve” appare un film che esplora i tempi e le modalità dell’incontro tra Dani, giovane uomo migrante e  rimasto  vedovo durante la fuga in Italia, solo con la sua bimba appena nata e Michele, bambino della valle reduce dalla perdita del padre durante un incidente in montagna.

Un film che esplora le modalità di un incontro, ma anche quelle del lavoro del lutto potremmo dire noi psicoanalisti. Lavoro che si sviluppa gradualmente. Più che un avvenimento, si tratta di un affetto e di un vissuto, di un processo e di un lavoro. Lavoro psichico o dell’Io che Freud chiama il lavoro del lutto. I fili che tessono la trama del film sono quelli della perdita traumatica, del lutto e della difficile elaborazione di questi eventi per ogni mente umana. Eventi che intrecciano le storie, i silenzi e le solitudini che accompagnano inevitabilmente la storia dei protagonisti e delle persone a loro vicine.

Ciò che colpisce è la capacità del regista di avvicinarsi e inoltrarsi nei sentimenti taciuti dei vari protagonisti. Il dolore muto che non trova espressione nell’adulto Dani, lasciandolo quasi paralizzato. “Gli alberi non parlano”, dirà Dani all’inizio del film mentre sembra invocare, quasi attraverso una preghiera l’aiuto della moglie morta. Paralizzato e muto come un pezzo di legno, rispetto al trauma e al dolore che diventa invece rabbia verso la madre nel ragazzino Michele rimasto orfano del padre.  La rabbia e le trasgressioni attuate dal piccolo Michele alimentano sempre più ciò che non è elaborato, ma che torna nei sogni a far paura, come l’inquietante grande orso avido di miele. Fino a diventare un incubo ricorrente, che ripropone ciò che risulta difficile da elaborare.

Come sempre nei lutti, troviamo sia il dolore per la perdita della persona cara, sia la rabbia per essere stati lasciati soli e la colpa per non essere riusciti a salvare la persona amata. La cornice della messa in scena di tutti questi variegati affetti è un bosco dagli splendidi colori autunnali (in via di trasformazione dunque e vero contenitore dell’incontro) che fa presagire l’arrivo dell’inverno. Bosco, quale teatro psichico, che ci riporta alla vitalità della natura e al bisogno umano di trovarvi un luogo che accolga, protegga e possa avvolgerci in un abbraccio di colori e odori ancestrali, come quello delle radici degli alberi che si intravedono insieme al giallo e  rosso delle foglie d’autunno che dipingono quell’humus ricco di fertilità affettiva. Bosco quale teatro delle trasgressioni di Michele quando scappa dopo aver marinato la  scuola, o ancora di più, quando lo percorre con la moto del padre, chiusa da mesi in garage. Dopo questo gesto liberatorio trova nuovamente rifugio tra i rami di un albero secolare, quasi un abbraccio materno in grado di contenere e sostenere questi suoi primi moti di rabbia, trasgressione e separazione dalla figura materna e dal destino crudele che gli ha portato via per sempre il padre.

E’ stupenda la figura del nonno di Michele che ubbidisce solo alle regole del bosco. “Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme”, ci insegna. Egli è l’unica figura che promuove il vero incontro non solo tra i due protagonisti, ma tra l’uomo Dani (solo con il suo dolore muto e con la figlioletta di un anno, alla quale non sa parlare) ed il suo altro se stesso sofferente e desideroso di un cambiamento. Il nonno sembra l’unica figura adulta che sa ascoltare, senza fare troppe domande, una sorta di saggio barista come descritto nel lavoro di Stefano Bolognini nel suo articolo intitolato Il bar nel deserto. E’ una figura dall’antica saggezza che con il suo silenzio e il suo pacato e preciso modo di stare a contatto con la natura, lavorando il legno e costruendo arnie per raccogliere il miele, diventa  l’unico personaggio capace di raccogliere ed accogliere il dolore dei due protagonisti.

Gli altri personaggi, dalla madre allo zio (interpretato da un bravissimo Battiston), sembrano figure fraterne, troppo fragili per poter aiutare il bambino Michele. Grazie al nonno, invece, sarà evitata un’ennesima tragica separazione. Con il dono che fa al nonno-falegname (un vaso di legno per contenere il miele) Dani dimostra di aver accolto le parole del nonno, di averle introiettate ed è a questo punto che qualcosa di trasformativo avviene dentro di lui. La vera comprensione che il legno e il miele, che hanno lo stesso odore, devono stare insieme. Esattamente come i padri con i figli. 

Il nonno rappresenta un vecchio saggio e artigiano (penso alla figura dell’analista come artigiano della mente di cui ci ha parlato Goretti), capace di modulare affetti, dolore, tempi dell’attesa, quella che nessuno sembra più in grado di tollerare. “Ci vuole tempo, gli passerà” dice il nonno alla madre di Michele, impegnato più degli altri nel doloroso lavoro del lutto che il sogno dell’ orso e del padre rinnova nelle fredde notti d’autunno.

Tempi lunghi quelli del lavoro che il lutto ci impone, ben rappresentati dai tempi volutamente lunghi del film. Silenzi, solitudini e impossibilità a comunicare il dolore si intrecciano nelle vite dei due protagonisti che riusciranno infine ad evitare di vivere una nuova e faticosa separazione.

Dani, all’inizio del film, in una sorta di preghiera, chiede aiuto alla moglie Layla, perchè non sa dove andare e che cosa fare senza di lei e non sa cosa decidere per la figlia, se abbandonarla e scappare o rimanere a fare il padre, afferma disperato: “non so dove andare, cosa fare e gli alberi non parlano”.

Così come il suo cuore, ridotto a un pezzo di legno, non sa parlare a se stesso e alla figlia di un anno.

Dopo l’incontro con Michele e il nonno, riuscirà a scolpire il suo dolore in una statua di legno che rappresenta la moglie e tornare così alla vita degli affetti e delle parole.

Come ci ricorda W.Shakespeare nel Macbeth:

“Date parole al dolore. Il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso di spezzarsi”.

E il cuore di Dani torna a parlare.

Ottobre 2013