La ragazza del treno

di Tate Taylor, USA, 2016, 112 min

Commento di Rossella Valdré

Fa parte dei peccati, desiderare la vita degli altri?

Quando non se ne ha più una propria, sembra una sponda a cui ancorarsi, come a cercare identificazioni possibili, costruire mondi immaginari entro cui sopravvivere. E’ quello che fa Rachel, ogni giorno, in treno dalla periferia di New York per andare e tornare dal lavoro: sempre lo stesso tragitto, ogni giorno, ma per Rachel non è noioso. Passando davanti a una certa casa bianca, una bella villetta armoniosa dall’esterno dove abita una giovane coppia, Rachel ha inventato una vita, una storia, ha costruito un mondo: il mondo di quella coppia. Lei, la donna, è diventata la bionda Megan e lui, l’innamorato marito Scott. Identificandosi profondamente – lei da poco malamente divorziata da Tom – in una coppia che immagina, anzi che pretende essere felice, è come se Rachel da un lato riparasse, o tentasse di riparare, il suo enorme irrisolto lutto, e dall’altro vivesse letteralmente nei panni della donna cui ha dato nome Mogan. Le sembra di conoscerla; la conosce.

Tratto del bestseller di Paula Hawkins “The Girl on the Train” (2015), mentre il libro che procede, con impianto a stile contemporaneo (si pensi a “L’amore bugiardo”, come esempio tra i più noti e recenti) a voci alternate dove in ogni capitolo “parla” un personaggio, riesce a mantenere la fedeltà psicologica (e a tratti, persino psicoanalitica) dell’inizio, il film cede purtroppo al richiamo del botteghino del thriller, sacrificando così il pregio maggiore della vicenda.

E’ sempre difficile trasporre sensazioni e pensieri dei personaggi dalla pagina scritta allo schermo quando ci si mette di mezzo il delitto e la suspense; il film è godibile, ben confezionato, ma perde l’introspezione che il personaggio di Rachel, assolutamente centrale, avrebbe a mio avviso meritato. Torniamo a Rachel, ai suoi occhi fissi al finestrino. Perché è proprio quella casa a interessarla tanto, ad avvincerla? Non è casuale: prima di divorziare, lei e Tom vivevano nella villetta a fianco, e quindi Rachel conosce, respira quel quartiere, non si rassegna (o così sembra) all’abbandono di Tom per Anna, la giovanissima con cui ora vive e da cui ha avuto una bambina. Poiché le donne, pensa Rachel, servono solo se belle e capaci di far figli, non possedendo nessuna delle due qualità, io sono inutile, ha finito per dirsi Rachel. La sua è diventata così una lenta deriva: è questa, fotografata nel film (e affidata alla troppo attraente Emily Blunt per essere credibile), insieme allo scorrere del treno, la parte più bella del film; soffermarvisi, ne avrebbe fatto un film autenticamente drammatico, un ritratto femminile e, come vedremo, uno spaccato senza pietà sulla famiglia; ma di questa deriva abbiamo solo i risvegli senza memoria di Rachel ubriaca, la perdita del lavoro (per cui finge di andare in ufficio, prendendo il treno e tornando indietro), la generale sciatteria.

Non è solo una generica nostalgia che le fa scrutare la villetta a fianco, è qualcosa di più; brevi flashback riportano alla sua vita con Tom, imbarazzato alle feste perché lei beveva troppo, che perse il lavoro per c causa di una moglie cosi imbarazzante. Insomma, l’inadeguata, l’emarginata, era Rachel. Sulle prime sembra una specie di ‘stalker’ al femminile: Rachel si avvicina alla casa di Tom e Anna, li guarda spaventando Anna e passando per una pazza che li vuole molestare, con la stessa intensità con cui dal treno osserva, ruba la vita degli immaginari Megan e Scott.

Una sera, una delle tante in cui Rachel scende per avvicinarsi alla villetta, il buio invade la scena e quando si risveglia la mattina, non ricorda più nulla, coperta di sangue: a pochi metri, il corpo della donna a cui aveva dato nome Megan è stato trovato morto. Cosa ci faceva Rachel lì, visto che non ci vive più? Perche molesta l’ex marito? Ubriaca la sera prima, non ricorda nulla se non che qualcuno l’ha colpita sulla testa; e ricorda inoltre che la donna che ormai continuiamo a chiamare Megan (perché cosi la chiama il libro rispettando il mondo interno di Rachel) aveva un amante, e dunque un altro possibile sospettato.

Questa parte centrale del film, necessaria al thriller è, tuttavia, l’aspetto meno interessante; la ricerca del colpevole in sé non si rivela molto difficile e, come l’inizio era stato psicologicamente promettente, la parte finale recupera un certo valore non di colpo di scena, ma di spessore psicologico. Intanto, col prosieguo delle indagini, Rachel inizia a stare meglio. A guarirla è il più antico dei rimedi: avere uno scopo. Non era ‘stalking’ il suo, e non è certo un’omicida, nel suo frugare nella vita dell’ex marito c’era qualcosa in più, che vagamente lo spettatore attento percepisce: lo scopo di capire. Sembrava tutto troppo semplice in quel mondo scissionale: un Tom perfetto vittima di una moglie ubriacona, la coppia a fianco anche loro perfetti ma la moglie ha un amante e viene uccisa. Lucida, Rachel comincia ad indagare, dentro e fuori di sé. Scopre che l’amante dell’uccisa Megan era uno psicoterapeuta (!), e un po’ per indagare su Megan, un po’ per indagare su sé (non mancando mai la doppia identificazione Rachel/Megan) si rivolge a lui; non implicato nel delitto, diventa uno dei tasselli con cui Rachel riprende il suo recupero.

 “Comincio a credere che non esista una soluzione. L’ho imparato dalla psicoterapia: i buchi della vita non si chiudono più. Devi crescere intorno a loro, come le radici che affondano nel cemento, e devi rimodellarti intorno alle crepe” (p. 99).

Recupero che inizia con la consapevolezza che le villette a schiera non sono contenitori di felicità coniugale, che l’idealizzazione deve cedere il posto alla realtà, e non alla bottiglia. Chi ha ucciso Megan è lo stesso che aveva ucciso psichicamente lei, suo marito Tom. Se il film accentua la rivelazione del sadico finale, noi possiamo riconoscere la profonda e non infrequente verità psichica in tanti di questi ‘femminicidi’ che non fanno cronaca: non era Rachel ad aver fatto perdere il lavoro a Tom, ma le sue avventure sessuali, la aveva lentamente uccisa mortificandone l’autostima, tradendola con la futura Anna, facendo leva sulla sua fragilità. Si era liberato della scomoda Megan, anche lei sedotta, e si sarebbe un domani liberato di Anna.

Se volgiamo, la vicenda della Hawkins è certamente di ‘taglio’ femminista, o almeno femminile; mettendo da parte la caccia al colpevole e il ‘giallo’, la scena si chiude con due donne liberate, assolta Rachel che lo uccide ‘per legittima difesa’, due donne che non lo piangono. Una è già morta, l’altra stava morendo, un sadico perverso in meno sulla terra.

Se questo è forse il finale cinematografico, ritorniamo al titolo del film e del libro: la ragazza del treno è tornata sul treno, quello è il suo posto. Ma è un posto diverso. Il finale recupera, a mio avviso, le molte debolezze del film: Rachel siede sul treno da e per New York, l’aspetto ordinato, le illusioni abbandonate, si immagina abbia un nuovo lavoro, lunga la strada davanti a sé, ma non è un treno che passa davanti a quel tragitto: lei che credeva nella coppia felice è stata proprio lei a smascherarne gli inganni e a demolirla.

E’ il treno di “un’altra direzione”; fuori dal finestrino, alberi e boschi, la natura presente e muta.

Novembre 2016