La ragazza senza nome

Di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne, Belgio, 2016, 113 min.

Commento di Chiara Rosso

La protagonista di questo film girato in Belgio nella banlieu di Liegi, è Jenny (Adèle Haenel) una giovane dottoressa quasi al termine della  sostituzione di un anziano medico generico ed in procinto di assumere un incarico prestigioso. Attenta e preparata oltre che empatica nei confronti  dei suoi pazienti, è affiancata da uno stagista silenzioso a cui rimprovera di non sapere ‘controllare le sue emozioni’ in occasione di un’emergenza in ambulatorio . Una sera lo dissuade dal voler aprire la porta dell’ambulatorio a chi sta suonando, ben oltre l’orario di chiusura. L’indomani apprenderà che si trattava di una ragazza in fuga in cerca di aiuto e trovata poi morta  in un cantiere vicino.

Questo evento sconvolgerà la sua vita facendole rinunciare all’incarico prestigioso e portandola ad indagare sull’identità della ragazza, un’identità inizialmente sconosciuta anche alla polizia. Il film, non privo di un certo suspense, assume le tinte di una detective story, caratteristica insolita per i fratelli Dardenne. Il conflitto morale  della protagonista assume proporzioni sempre maggiori intrecciandosi al coinvolgimento di altri personaggi del film. Jenny è una figura complessa, molto autocritica e dal comportamento ‘limpido e spartano’  come scrive un critico. Proprio questa sua caratteristica fa risaltare l’ipocrisia e la superficialità di alcuni personaggi con cui si confronta.  Il film dei fratelli Dardenne è stato presentato a Cannes nel 2016 ottenendo due Palme d’Oro ma pare che a seguito di feroci critiche sia stato modificato rispetto alla sua struttura originale ( 7 minuti in meno, alcune scene tagliate e rimontate). Un film scomodo?

Questo film dallo stile asciutto e intenso, e che mi è molto piaciuto, è foriero di suggestioni  che proverò a metter su carta.  Ognuno di noi, come anello di una  catena immaginaria occupa uno posto nello spazio, nel tempo e nelle emozioni. Il posto di Jenny sembra essere quello delle emozioni a 360 gradi. Emozioni intense, controllate e nello stesso tempo debordanti nella relazione coll’altro. Jenny richiama lo stagista ‘al controllo’, mentre lei impeccabile nella sua professionalità si accorgerà di quanto poco governi le proprie emozioni. Il gigantesco senso di colpa che si sviluppa alla scoperta delle conseguenze del suo gesto di omissione nei confronti della sconosciuta, finisce per dominare completamente la sua esistenza. La domanda è: fino a che punto si può uscire dalla propria collocazione? Il paradosso è che se sul piano professionale Jenny si è comportata adeguatamente non rispondendo alla chiamata extra come da protocollo, l’autoaccusa che ella muove nei propri confronti è implacabile. A partire dalla fredda visione delle registrazioni video riprese dalle telecamere di sicurezza,  la missione di Jenny diventa  scoprire l’identità della sconosciuta che ha  assunto ormai una nuova vita nel suo cuore e nella sua esistenza. In una fase iniziale la polizia l’interroga brevemente per poi escluderla dalle indagini, ma la partecipazione emotiva e concreta di Jenny la porta ben presto a travalicare il suo ruolo e ad esporsi  a situazioni di rischio. Questo è anche un film sull’eccesso: un eccesso di bravura  sul piano professionale che suscita l’ammirazione dello spettatore pur generando un certo fastidio per tanta perfezione.  Jenny eccede nell’ indagine privata rischiando di intralciare quella ufficiale;  la polizia la redarguisce invano poiché si è ormai lanciata in una crociata solitaria con l’obiettivo è di redimere sé stessa e nel contempo di ‘salvare’ i vari personaggi con cui  si relaziona. Il colmo è che questo eccesso che la porta più volte  sull’orlo di una catastrofe interna ed esterna trova uno sbocco catartico: scongiurata la tragedia, è il dramma a occupare la scena. La temerarietà  finisce per pagare:  la protagonista convince lo stagista  redarguito a non abbandonare gli studi, riesce a ricostruire la storia di quanto accaduto unendo doti investigative a qualità diagnostiche (la pulsazione accelerata della tempia  di un ragazzo diventa la spia di un segreto)  e infine raccoglie la confessione di colui  che ha causato la morte della ragazza.

Potremmo definirlo un film sul paradosso e sull’eccesso ma c’è un segreto nel cuore del paradosso che giustifica l’eccesso e cattura lo sguardo dello psicoanalista. Si tratta dei sentimenti negativi, dell’odio, dell’ambivalenza: del resto l’odio è più antico dell’amore, osservava Freud in Pulsioni e loro destini (1915). Lo scioglimento catartico di un’ indagine intrapsichica e poliziesca per Jenny parte dall’ammissione di colpa sottesa dal senso di colpa. La doppia verità nascosta nel comportamento di Jenny e dei personaggi al centro di uno sviluppo drammatico si svela solo verso la fine gettando una nuova luce sulla trama. E’ vero che la dottoressa non ha permesso allo stagista di aprire la porta nel rispetto del protocollo ma in realtà lo ha fatto per il solo gusto di contrastarlo, come lei  stessa riesce ad ammettere. Nel colloquio conclusivo del film, la sorella della sconosciuta confessa di aver desiderato la scomparsa  di quest’ultima a causa della gelosia e così via per gli altri personaggi, e dunque la catarsi è proprio questa. Il riconoscimento della colpa e l’ammissione dell’odio aprono la strada a una possibile espiazione e pacificazione: in poche parole, all’amore.

Novembre 2016