La volpe e la bambina

Luc Jacquet, FR, 2007, 90 min.

 

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commento di Manuela Gabrielli

 

E’ un’alba d’autunno, la luce
parte da lontani crinali e lentamente avanza.Questo movimento pare un invito ad
abituarci a esplorare spazi ampi e profondi, con calma. La scena si anima, una
volpe sembra danzare mentre dà la caccia a un topo di campagna e da un sentiero
emerge una bambina di dieci anni. E’ l’incontro, quasi un incanto, un’attrazione
irresistibile a pervadere la bambina di fronte alla volpe a quell’essere così
selvaggio misterioso e desiderabile. E’ l’inizio della scoperta dell’altro, ma
dentro lo stesso viaggio, anche di se stessa. Una scoperta, un contatto che
richiederà tempo. Un tempo che viene magistralmente espresso nel susseguirsi
delle stagioni: autunno, inverno, primavera, estate e di nuovo autunno. Segno
di una circolarità, di una continuità, ma anche di marcate differenze di
condizioni atmosferiche e ambientali che ben si prestano a dar voce a complesse
dinamiche che si mettono in moto nel mondo interno della bambina nel suo
incontro con l’Altro: la volpe.

Il fatto che l’altro in questione
sia un animale, mi sembra che renda l’osservazione dei movimenti psichici
ancora più chiara, più esplicita: è una relazione che si muove in un’area
primaria, che riguarda l’uso di strumenti comunicativi dove la parola non è
regina. E’ un comunicare con lo sguardo, il tatto, il respiro, l’ascolto, le
attese e il ritmo del cuore.

"Non l’avevo mai vista cosi da
vicino e non si è mossa mentre io la guardavo" dice la voce narrante della
bambina.

E’ un Altro, lì, disponibile. Che
si fa guardare quel tanto da far sì che si rafforzi nella piccola il desiderio
di avvicinarla, ma con un intento preciso: "…ormai avevo deciso, l’avrei
addomesticata".

L’affermazione lascia intravedere
scenari di non rispetto dell’altro, di sottomissione e controllo; un
addomesticare ben diverso da quello che accade alla volpe del Piccolo Principe
(A.De Saint-Exupéry 1943)

Questo fine infelice, viene però
presto dimenticato e tutta l’attenzione si sposta sulla capacità della bambina
di tollerare frustranti attese, di rimanere in ascolto del mondo in cui si
nasconde il suo oggetto desiderato.

L’autunno permette un buon incontro:
i toni sono caldi, la temperatura ancora mite favorisce le esplorazioni e le
scoperte di quel mondo affascinante e selvaggio. E’ un avvicinarsi all’altro
partendo da ciò che lo circonda: osservando, toccando, annusando. I sensi
aperti e ricettivi fanno un po’ pensare al contatto neonatale, alla
madre-ambiente, a un contatto diffuso e avvolgente.

Se anche la volpe non si vede,
resta l’atmosfera dell’incontro a sostenere il ricordo e il desiderio.

"La razionalità non basta per
incontrare la volpe" dice ancora la bambina.

Come a dire che non è sufficiente
essere nello stesso luogo perché si crei un contatto fra due esseri. C’è
un’area emotiva, di fantasia, bisogni e desideri che deve poter entrare in
gioco, un’area di corrispondenza, di reverie.

Arriva l’inverno, la neve
permette un contatto più preciso con la volpe, la bambina ne riconosce le
tracce e le segue, ma con un ritmo suo, della sua filastrocca. L’altro c’è e
non c’è.

Nel momento in cui si ferma e
posa con attenzione la mano sull’impronta della volpe arrivano segnali di
pericolo: la neve cade rumorosamente dai rami e i lupi iniziano ad ululare. La
bambina spaventata incomincia a correre faticosamente e si rompe una gamba.

La mano sull’impronta, è
l’espressione di un contatto relazionale più ravvicinato che può spaventare,
anche se è un’intimità desiderata e ricercata. La sensazione di pericolo crea
una condizione di ritirata, la bambina, infatti, è costretta a rimanere in casa
a causa della gamba rotta e ricontatta la sua volpe in fantasia, pensandola e
leggendo di lei.

Ora nel film, è la vita della
volpe a essere osservata. La scena che presenta le naturali fatiche che
l’animale deve affrontare per sopravvivere all’inverno, sembra proporre una
riflessione, nella mente della bambina, sulla sopravvivenza dell’altro dopo la
separazione.

La separazione che fa seguito a
quel primo contatto tattile, viene rappresentata  nel film con l’inverno: stagione fredda,
difficile, in cui è faticoso reperire cibo e calore, dove si è esposti al
pericolo di non sopravvivere. Nella bambina però l’immagine dell’oggetto
d’amore sopravvive, rimane supportato dalle "tracce" e dalle fantasie.

La primavera annuncia la stagione
degli amori, come se fosse detto "tutto è ancora possibile".

La bambina ha tolto il gesso che la
immobilizzava,  ha allontanato le sue
paure, può di nuovo ricontattare la sua volpe. Non senza ansia: la relazione è
ancora a rischio, ci sono ancora pericoli da considerare, trappole e veleni. Ma
la sua volpe è sopravissuta e la bambina con rinnovata emozione riprende le sue
passeggiate, là dove sa che la volpe c’è. La relazione si riavvia, si
incontrano ma subito la volpe scappa, si nasconde. La ragazzina riprende
l’attesa, pazientemente la cerca, dimostra di riconoscere le paure della volpe
forse perché ha contattato le proprie.

La bambina spezza il suo panino,
dà qualcosa di sè, in modo concreto e lì succede un evento importante: si
guardano. Di nuovo nubi nere in cielo, segno di tempeste emotive da cui non
fuggirà, non si allontanerà, è già più forte, più strutturata, resiste e con
ostinazione e costanza, si fa presente e attende a lungo. Quello sguardo ha
lasciato un segno in tutte e due, un aggancio concreto che è sostenuto da un
altro elemento di conoscenza dell’identità dell’altro: è una volpe ed è una
femmina, ha i cuccioli.

Lo sguardo successivo che si
scambiano è ancora più intenso,  è un
passo ulteriore, è un vedersi. Di nuovo un pericolo: l’orso.  Si sa, con gli orsi è importante "non
muoversi" è come dire "basta non agitarsi troppo dentro e le paure si
allentano". L’orso si allontana.

 

E’ estate: "ora il mio bisogno di
stare con lei aumentava, passavano giorni prima che la vedessi, ma aspettarla
mi piaceva". E’ la stagione più calda, più ricca. Il contatto non crea più
pericoli, la volpe mangia dalle sue mani e un filo le unisce. La relazione può
procedere con nuove esplorazioni, sono insieme, e affrontano insieme luoghi
proibiti, pericolosi e affascinanti. La volpe la fa entrare nei posti più
privati del suo mondo, la fa entrare dentro di se in profondità e questo
passaggio è ancora una volta sottolineato da un altro elemento di accresciuta
identità, la volpe ora ha un nome Titù. Entrano in una grotta grande, buia,
meravigliosa e primitiva. Inaspettatamente la bambina tira fuori una torcia, una
luce che mi fa pensare alla presenza di una risorsa personale che le permette
di orientarsi nella nuova situazione, con la quale prosegue in un mondo
inesplorato, roccioso ma vivificato da corsi d’acqua. Così come la volpe ha
mangiato dalle mani della bambina, ora la bambina segue la volpe. C’è la
presenza di una fiducia reciproca. Se l’altro scompare all’inizio di questa
fase, come fa la volpe, ecco che ritornano le paure, il respiro si fa
affannoso, sospeso e la torcia senza la volpe non basta più. La risorsa interna
può non bastare più, in assenza dell’altro; allora i piedi scivolano e gli
occhi vedono forme terrificanti sotto la paura dell’abbandono. La bambina
rotola in un mondo sconosciuto e minaccioso.

Non ha più la torcia, ma le sue
risorse non sono assenti, ha con sè dei fiammiferi, energie intermittenti che
la sostengono e la rafforzano. E’ il momento più cupo della relazione. Nel film
è notte.

La bambina si annida intimorita,
preoccupata, dentro un tronco concavo, una tana protetta, un Sè profondo nel
quale ritrova un oggetto forte e rassicurante: il cervo. Si guarda attorno con
meno paura con più curiosità. Trova una lucciola, una luce che questa volta
viene dall’esterno, dal mondo fuori, che così si dichiara non più pericoloso,
avvicinabile, da toccare da tenere in mano. La luce le illumina il viso, il Sè,
non è sperduta. Può addormentarsi, può lasciarsi andare. Il mondo della volpe,
dell’altro non è così pericoloso, veglia su di lei,come una luce ad
intermittenza ma che non si esaurisce come un fiammifero. Resta e va, resta e
va, ma è lì anche quando non c’è la luce che ne indica la presenza. Fino a che
non finisce la notte. Fino a che una luce più netta, duratura, forte illumina
la natura attorno a lei e le permette di riconoscere se stessa e l’ambiente, di
riorientarsi nel mondo relazionale, alla ricerca del Nord, alla ricerca della
sua volpe che l’ha  lasciata sola. Ma la
volpe è lì. E’ stata lì con lei, anche se lei non la poteva vedere, né sentire.
L’altro era lì, vicino, più di sempre.

Titù accorre al suo richiamo, un
fischietto che lei ha costruito, non ci sono più timori nello stare insieme,
godono di una nuova condizione e la bambina si mostra amorevolmente interessata
e preoccupata per quello che la volpe può vivere o sentire.

Si avvicina ancora di più a lei
cercando di imitarla, di essere come lei. Tende le orecchie chiudendo gli occhi
è un po’ volpe, ed ecco che ancora una volta un avvicinamento crea un pericolo
a cui può seguire una separazione. La volpe è fortemente minacciata da un branco
di lupi. Ma la bambina è ormai pronta ad affrontare anche i lupi, è provata
dalle sue paure, ma riesce ad affrontarle, si mette in piedi si fa grande, dà
un segno chiaro che lei c’è, che è forte. I lupi si allontanano. L’intimità
aumenta, la volpe la fa entrare ancora di più in Sé, la fa incontrare fiduciosa
con i suoi piccoli, rappresentanti delle sue parti più fragili, che la bambina
stessa proteggerà dagli attacchi di predatori (falchi) con il suo corpo.

Il superamento delle paure
rafforza e consolida il legame.

Siamo arrivati alla scena in cui
la volpe e la bambina sono sedute sull’orlo di un forte pendio e guardano la
casa-tana della bambina. E’ a questo punto che la relazione si reimmette nello
scopo iniziale, l’altro è lì, si lascia avvicinare, toccare, non ha paura, si
fida… è addomesticato, ubbidiente, sottomesso…il linguaggio relazionale cambia.

Ora è la volpe che sembra
osservare in modo intimorito il mondo della bambina, annusa ascolta, osserva…
si fida, la segue mentre prima la precedeva. Non teme neppure la vicinanza del
fuoco attorno al quale la bambina inizia a dar forma all’addomesticamento
mettendole il collare. La volpe diventa sempre più un oggetto da controllare,
dominare. Un Altro meno amato, più posseduto. Titù  non è più 
un altro da amare e rispettare, è un oggetto proprio, che deve seguire
le leggi della bambina, del suo mondo, dei suoi bisogni dei suoi desideri. La
volpe, è diventata un giocattolo. Come se la volpe avesse capito la portata di
questo cambiamento si ribella e riesce ad allontanarsi. La forza del legame
però, riporta Titù verso la bambina. Come le persone prese in una relazione di
abuso, torna da lei, attaccata a quella fiducia relazionale costruita nel
tempo, attraverso le stagioni. Ma le condizioni non sono più le stesse, quel
vissuto non esiste più. Ha fiutato il pericolo nel momento in cui ha sentito il
tiro del guinzaglio, eppure il desiderio di rivedere la bambina la conduce alla
casa, ad avvicinare il mondo che la bambina vuole proporle.

Entra inquieta, il suo annusare
ci riporta un senso di allarme. La porta si chiude, lo spazio relazionale non è
più ampio, arioso, ricco, vario come nel bosco, sulla montagna. Lo spazio della
relazione è stretto, fortemente limitato senza vie d’uscita aperte. E’ in
gabbia e la bambina è ora il suo domatore, non è più la compagna di avventure.

E’ in trappola, ha perso la sua
individualità. E’ chiaramente molto in allarme, ma la bambina non sembra
accorgersi di come sta, non è più in ascolto, in contatto con lei bensì con il
suo bisogno interno, di possesso dell’Altro, devitalizzandolo. Scambia
l’agitarsi della volpe per un giocare a nascondino e insiste nell’indicare
regole estranee alla loro relazione e al mondo della volpe.

La fonte di luce (la finestra)
che sulla montagna ha aiutato la bambina ad affrontare le sue paure, diventa
ora per la volpe l’unica via che unisce salvezza e morte e si lancia. Se la
relazione diventa mortifera, l’altro non può che sparire. La relazione non può
sopravvivere se il possesso prende il posto dell’amore.

Ecco un altro passaggio
importante. La bambina riconosce con dolore la sua forzatura, si riorienta
verso il riconoscimento dell’individualità dell’altro. Riporta la volpe nel
bosco gravemente ferita, davanti alla sua tana. 
Escono i suoi piccoli, rappresentanti di forze vitali in movimento che
tentano di toglierle il collare. Un gesto che la bambina concretizzerà
togliendo il segno del possesso, del dominio. Si allontana tenendo in mano il
ricordo di quel legame deviato. I piccoli la rincorrono, le girano attorno, un
gesto che sembra riaprire  nella bambina
una speranza nella relazione. Riappare Titù con i segni della ferita, si lascia
avvicinare, ma c’è nella scena una profonda consapevolezza che non sarà più
come prima, l’individualità di entrambe è ora chiara, così come lo è la natura
del loro rapporto, non potranno più esserci guinzagli.

La bambina è ora madre e racconta
quell’esperienza a suo figlio. E’ una donna che ha compreso: "non era
sottomettendola che l’avrei legata a me, avevo confuso amare e possedere…in
realtà quello che mi piaceva della mia volpe, era che non era come un peluche,
che dovevo aspettarla, che dovevo cercarla… che era imprevedibile."

Voglio ora parlare di come il
film a mio avviso, tratti in modo poetico e direi psicoanalitico, la dimensione
interpersonale e intrapsichica che caratterizza ogni relazione e ancor di più,
ogni analisi.

All’inizio di una terapia, di
un’analisi, in qualche modo si verifica un contatto un incontro fra due persone
che non si conoscono, paziente e analista: è una continua danza reciproca,
nell’annusare e ascoltare l’altro, nello stare vicinissimi emotivamente e poi
un po’ più lontani per potersi vedere meglio.

C’è un campo di ascolto, di
osservazione. Da una parte l’analista che a fianco delle competenze teoriche e
professionali, pone la sua risonanza emotiva interna in una continua
oscillazione sul crinale dell’ascolto di sé e del paziente per poter trovare
quell’equilibrio che possa aiutare la persona che viaggia con lui a trovare un
passo utile al suo cammino. Dall’altra il paziente, alla ricerca di elementi
che lo facciano sentire accolto e fiducioso nell’aver incontrato chi può
aiutarlo a comprendere e sanare il suo dolore interno.

Si incontrano pazienti che sono
stati gravemente feriti da esperienze traumatiche precoci che hanno fortemente
influito sulle loro capacità di fidarsi e di stare nelle relazioni. Persone che
se anche accettano di rimanere nel bosco analitico, ciò non sempre corrisponde
al darsi realmente al trattamento analitico. Capita, infatti, che buona parte
dei primi tempi di un’analisi, molto del lavoro 
si svolga nel cercare di creare un clima di intimità emotiva, di
reverie, nell’esplorare insieme i sentieri che il paziente ha percorso nella
sua esperienza per aiutarlo (noi che del bosco analitico conosciamo di più) a
orientarsi e riconoscere, ritrovare o trovare per la prima volta parti del Sé
che lo aiuteranno a individuare la propria posizione relazionale nei vari
incontri che la vita propone.

Come nel film, in un’analisi,
molta comunicazione passa anche attraverso il non-verbale.

Passa nella creazione
dell’ambiente analitico: fatto dalle regole del setting e dalla personalità
dell’analista; così come ogni bosco è diverso dall’altro così è per l’ambiente
analitico.

Passa nel movimento di due corpi
in quell’ambiente: vis-a-vis, su lettino e poltrona, nell’incontro che
preannuncia la seduta e nel saluto finale, nel ritmo delle parole, nel tono
della voce, nelle pause, nei silenzi e nell’uso degli oggetti personali.

Propongo alcune vignette cliniche
per rendere più chiare quelle sfumature non verbali che hanno una forte
ricchezza comunicativa.

Ricordo un paziente che per tutto
il primo anno di analisi, appena aprivo la porta lo trovavo sull’uscio pronto a
entrare. Nel darmi la mano esercitava una forte pressione sulla mia, come se io
dovessi fargli da perno per darsi la spinta che gli serviva per entrare dentro.
In alcune circostanze dovevo tener ben saldo il mio braccio per poter sostenere
quel passaggio. Una volta dentro, sul lettino, parlava in modo fluente e ricco
di sé e della sua vita esposta a quotidiane situazioni traumatiche in un modo
quasi leggero, come se fossero esperienze ormai superate. Quel fluire però, non
mi faceva dimenticare quel passaggio faticoso all’ingresso. Mi comunicava in
quel modo silenzioso quanto del suo profondo dolore avrei dovuto accogliere e
reggere, reggere anche per lui e con lui. Lo dovevo tenere e sostenere perché
lui potesse poi, lasciarsi andare a una narrazione sempre più ricca emotivamente
in cui riattraversare le esperienze abbandoniche e svalutanti il suo Sé. Negli
anni successivi quella stretta iniziale divenne progressivamente meno incisiva,
non lo dovevo più sostenere per entrare nella relazione analitica. Il
riconoscimento, il rispetto e la valorizzazione di Se, si stavano facendo
strada.

Un’altra paziente entrava di
corsa come se fosse perennemente in ritardo anche quando era in perfetto
orario. Spesso nello stesso modo usciva. Non aveva amici, poche le relazioni
veramente significative  che a tratti
catturavano le sue morbose attenzioni per poi essere allontanate e tenute a
distanze controllate. Mi ritrovavo a pensare a una "buona seduta" quando la
vedevo uscire semplicemente camminando. Non stava scappando dall’impatto
relazionale, era riuscita a stare più in contatto con sè e con l’analista e il
suo passo non esprimeva ansia né inquietudine.

Un’altra paziente molto chiusa e
rigida, uscì, dal secondo colloquio in cui era riuscita a parlarmi di una
penosa e delicata situazione personale, fermandosi sullo zerbino fuori dalla
porta per strofinare energicamente  le
suole per un tempo significativamente lungo. Non penso che se ne fosse accorta,
assorta in quel movimento ritmico e insistente non si era voltata a salutare me
che ero rimasta sorpresa sulla porta. Se ne era andata via con la testa altrove
senza voltarsi. Cosa era successo in quell’incontro? Si era trovata troppo
esposta a contenuti emotivi di cui voleva con urgenza liberarsi lasciandoli lì
sul mio zerbino o, non si era sentita sufficientemente accolta e riconosciuta
da me e quindi aveva l’urgenza di liberarsi di quel contatto disturbante e
infruttuoso?

Chiaramente sono sfumature che
acquistano un significato, solo se inserite in una approfondita conoscenza
della vita e delle esperienze che queste persone hanno attraversato e
mantengono un valore del tutto individuale e non standardizzabile in nessun
caso.

Ogni incontro è unico come quello
che accade nel film tra la volpe e la bambina.

Come per la loro storia, anche
nelle relazioni analitiche non va mai perso di vista il riconoscimento e il
rispetto per l’altro. Ogni analista sa di avere davanti non il paziente delle
nosografie psichiatriche incasellabile in definite diagnosi, ma una persona da
scoprire, da conoscere e comprendere. L’analista può far entrare il paziente
nella sua tana, ma non lo deve costringere dentro rigide teorie seppure
importanti. Deve mantenere attivo l’ascolto dell’individualità dell’altro. Un
movimento relazionale che richiede "tatto, contatto e tattica", come G. Carloni
nel suo bell’articolo ci insegna: "Così come con il tatto fisico si prova, si
palpa, con il tatto psichico (che si serve del primo e degli altri sensi,
nonché di quel sesto e più importante senso che chiamiamo empatia) si osserva,
si sente, si studia l’altrui disposizione, articolata e condizionata dalla
individuale vulnerabilità" ( Rivista di Psicoanalisi, 1984, XXX, 2 ). E allora
come la bambina con la volpe, l’analista non dovrà essere intrusivo, ma
attendere, essere prudente, accorto e riconoscere il momento in cui avvertirà
il paziente pronto ad accogliere un’interpretazione che può aprire a scenari
nuovi, a nuovi significati e in questo modo, curare.  In tutto questo, analista e paziente mettono
in gioco le loro soggettività  attraverso
un continuo scambio di "segnalazioni" interpersonali e intrapsichiche  in cui l’analista resta la guida che di quel
bosco conosce i sentieri.

Il film ci propone anche un’altra
chiave di lettura, quella dell’area intrapsichica. Si nota, infatti, come non
solo la volpe e la bambina siano gli unici due protagonisti, ma anche come
quest’ultima abbia i capelli rossi, da volpe, e indossi sempre lo stesso
vestito come la volpe la sua pelliccia. Una scena che richiama un’unità fatta
di parti diverse che cercano un contatto fra di loro, un’integrazione.

Possiamo immaginare che il bosco
sia l’area analitica che contiene, la madre natura che accompagna il paziente
nell’esplorazione delle sue parti interne, un po’ volpe e un po’ bambina.

Un mondo interno ricco come solo
la natura può ben rappresentare. L’alternarsi delle tonalità emotive delle
stagioni, che nella loro circolarità ci comunicano stabilità e familiarità
anche quando diventano un po’ più pericolose come a volte possono apparirci ed
essere le nostre emozioni. La presenza di aspetti personali fantasiosi,
creativi, ma anche aggressivi e inquietanti. Aree interne più visibili esposte
alla luce del sole, altre parti coperte da qualche centimetro di neve e altre
ancora interrate, oscure e labirintiche di cui possiamo avere solo una
visibilità limitata , come  con la torcia
nelle mani della bambina.

Allora la storia narra di come le
parti più evolute di ognuno di noi debbano fare spesso i conti con quelle più
istintive, selvagge, misteriose, accattivanti e affascinanti.

Un addomesticamento in cui
consapevolmente e non, procediamo con l’aiuto di chi ci ha affiancato nella
crescita. Accade però che a volte si pretenda onnipotentemente, di mettere
sotto scacco quelle parti primitive e istintive che possono spaventare per la
loro forza o la loro fragilità. Non si riconosce a quelle parti un diritto di
cittadinanza interno, parti che restano straniere dentro, che vengono isolate e
tenute lontane. Una manovra rigida, controllante, un’illusione di possesso che
scinde quelle aree anziché integrarle. Il risultato inevitabile è un conflitto
interno che si ripete e che tiene sull’orlo dell’ansia o dell’angoscia, creando
situazioni di schiacciamento del Se  o di
annullamento del Se,  come accade alla
volpe nella stanza della bambina.

L’analisi è un percorso interno
che recupera aspetti di sé, che mette in contatto le parti più selvatiche e
diffidenti, ne favorisce il riconoscimento e l’evoluzione o in situazioni più
complesse cerca di aiutare la persona a circoscrivere e a farsi carico per
quanto è possibile dei propri tratti individuali.

Solo riconoscendo e accettando la
nostra volpe interna come parte di noi, vitale, curiosa, impulsiva  fragile a fianco di quella più paziente
osservatrice, pragmatica e mediatrice potremo accedere al mondo delle relazioni
anche fuori dal nostro bosco interno, dentro le case, con gli altri.