La voltapagine

Denis Dercourt, FR, 2006, 85 min. 

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Commento di Gabriella Vandi

La Voltapagine è la storia di Mélanie, una ragazzina di dieci anni (interpretata da Julie Richalet), tormentata da una passione, il pianoforte. Durante un’importante audizione Mélanie perde la concentrazione, a causa di una distrazione provocata dalla presidente della commissione esaminatrice, la nota concertista Ariane Fouchécourt. Ciò compromette l’opportunità di entrare al conservatorio e la ragazzina, gravemente delusa, rinuncia per sempre alla musica.

Attraverso queste brevi ed intense sequenze iniziali del film il regista Denis Dercour racconta allo spettatore quella che potremmo definire la storia di una vendetta annunciata, mettendo in scena la tragicità di un destino che appare segnato fin dall’inizio.

Per comprendere il dramma che si dipana, a partire da questo imprevisto apparentemente banale, è necessario dare significato ad alcuni dettagli che emergono, fin dalle prime scene del film e mettono in luce tratti preoccupanti della personalità di Mélanie che non è una ragazzina serena. Il desiderio di diventare una pianista di successo la espone all’angoscia e le toglie serenità. Suonare il pianoforte non è fonte di godimento perché nel suo allenarsi sembra esserci in gioco la vita stessa!

La giovane è completamente assorbita dal suo progetto che la espropria del diritto di vivere e di divertirsi, come gli altri bambini. Siamo posti di fronte alla tragedia dell’impoverimento del suo Sé, una sorta di autoalienazione che passa da continui allenamenti e da prove estenuanti.

La psicoanalisi infantile ha messo in luce, con estrema raffinatezza, la precoce sensibilità del bambino nel capire  e soddisfare i bisogni inconsci del proprio genitore.

Psicoanalisti affermati come Winnicott, Kohut, Margaret Mahler e tanti altri, hanno descritto il bisogno primario del bimbo di essere considerato, compreso, apprezzato e ammirato dai propri genitori che rappresentano per lui le persone più importanti a cui fare riferimento per realizzare le proprie sicurezze e dare forma alla personalità.

Si tratta di un bisogno narcisistico sano, indispensabile per la formazione di un sentimento di Sé altrettanto sano.

I genitori potranno soddisfare questo bisogno narcisistico sano solo se, a loro volta, sono riusciti a realizzare le proprie aspirazioni, altrimenti saranno predisposti a colmare le carenze personali attraverso il figlio.

In alcuni casi l’adattamento ai bisogni parentali può condurre allo sviluppo di una “personalità come se”,  descritta da Winnicott come “falso sé”: questa personalità si sviluppa quando un bimbo sente forti pressioni dall’ambiente che lo circonda e tende ad adattarsi fino a fondersi con esse, dimenticando i propri desideri. Diventa cioè quello che gli altri desiderano che lui sia; i progetti e le ambizioni dei genitori diventano le proprie aspirazioni.

I desideri di successo di Mélanie sono proprio i suoi? Perché è così ossessionata dalla sua esibizione e di fronte al fallimento reagisce tanto duramente con se stessa, chiudendo per sempre l’amato/odiato pianoforte, come se si trattasse di una drammatica sepoltura?

Alice Miller, nel suo libro “Il dramma del bambino dotato” si chiede a quale prezzo si ottenga un bimbo con doti straordinarie. Il desiderio di sviluppare nel proprio figlio capacità fuori dal comune è, talvolta, un’esigenza narcisistica del genitore.

Il pianoforte per la ragazzina non è più un passatempo, né uno strumento per imparare a misurarsi con le proprie abilità; non sappiamo neanche se lo sia mai stato. Esso sembra, piuttosto,  un oggetto che opprime. Alcune sequenze iniziali del film, in cui si alternano scene di Melanie che si allena al pianoforte e del padre che lavora in una macelleria, lasciano immaginare una famiglia con un’estrazione sociale modesta: il desiderio di successo della ragazzina potrebbe dare voce al bisogno di riscatto sociale della famiglia che invita la figlia ad assumere la funzione che le viene inconsciamente assegnata.

Freud osserva che: -“L’amore parentale, così commovente e in fondo così infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita; tramutato in amore oggettuale, esso rivela senza infingimenti la sua natura antica”- (Freud, Introduzione al narcisismo. O.S.F., 7, pag. 461).

Attraverso alcuni dialoghi iniziali intuiamo l’importanza per la mamma di realizzarsi attraverso la  figlia e la differenza di atteggiamento tra la madre, molto decisa nell’imporre alla bimba un esito positivo della prova ed un padre meno vincolato dai propri bisogni narcisistici, che le suggerisce di suonare per il proprio piacere. Mentre nel vissuto materno l’insuccesso non è sopportabile, il padre prende in considerazione con benevolenza questa eventualità e le suggerisce: -“Se fallirai, potrai prendere altre lezioni private”-. Le offre una sana alternativa che Mélanie rifiuta con fermezza. Il suo destino è già inesorabilmente segnato. Chiude a chiave il suo pianoforte insieme ai suoi sogni di bimba.

Lo sguardo duro che le vediamo sul volto è lo stesso che caratterizzerà l’espressione di Mélanie,  ormai ventenne (interpretata da Déborah François) e stagista presso l’ufficio legale del signor Fouchécourt, come se  il tempo non fosse passato, stemperando l’esperienza traumatica da lei subita. Mélanie, incapace di perdonare, è invischiata in un passato rispetto al quale ha un conto aperto: non può rinunciare alla sua vendetta, una vendetta che va servita fredda, preparata attraverso una continua ruminazione del rancore, in un clima di sospensione da triller.

L’occasione le si presenta quando il suo titolare accetta la proposta della ragazza di diventare la balia del figlio Tristan. Il destino la fa incontrare con sua moglie Ariane (la brava attrice Catherine Frot), la nota concertista, ritenuta responsabile del suo insuccesso. Ritrovarla risveglia un desiderio, mai sopito, di trasformare il suo persecutore in vittima; Ariane, nel frattempo, è diventata una persona insicura e ansiosa a causa di un incidente subito. Mélanie coglierà questa opportunità, diventando la sua voltapagine, per conquistare la fiducia della donna e mettere in scena la sua vendetta privata.

In un interessante libro dal titolo “Risentimento e rimorso”, lo psicoanalista Luis Kancyper descrive come nel risentimento il soggetto blocchi la sua affettività, immobilizzando se stesso in un’aggressività  vendicativa. Il risentimento è come un vicolo cieco che imprigiona la persona in una dimensione di tortura legata al bisogno di “lavare l’onta subita”, ostacolando i processi di sviluppo e di integrazione. Mélanie ha fissato vischiosamente la sua libido su Ariane, persona idealizzata e odiata, ritenuta in debito con lei. Sono interessanti gli sguardi intensi che la giovane le lancia e che saranno notati anche da un’amica della concertista. Sono sguardi che implicano un’intima relazione, mai interrotta: la protagonista  che gradualmente conquista la fiducia della fragile Ariane, è la stessa bimba di allora, amareggiata e ferita dalla distrazione dell’esaminatrice che aveva in mano il suo destino. Sono l’adulta e la bambina insieme che chiedono vendetta.

Il suo ruolo di vittima innocente ha prodotto un dolore particolare che non ha trovato sufficientemente sfogo nella rabbia ed ha congelato il senso dello scorrere del tempo. Per la bimba di allora esisteva solo un futuro di vendetta che ha trasformato il presente della giovane stagista in un presente che ha unicamente valore come riscatto dal passato. Infatti non le interessa approfittare della fortunata coincidenza per riprendere a suonare, come le suggerisce il violoncellista che si esercita con Ariane per un importante concerto. Mélanie sceglie la vendetta: in una scena agghiacciante lo ferisce violentemente al piede con la punta del violoncello, mettendo in difficoltà l’intero gruppo di musicisti. La giovane avrebbe potuto riprendere in mano la sua vita e trovare successo come voltapagine, un ruolo riconosciuto importante nel mondo della musica. Il marito di Ariane, infatti sottolinea che una voltapagine ha una grande responsabilità e può mettere in pericolo un intero equilibrio. Mélanie lo sa.

Presente e futuro sono ipotecati per cancellare l’umiliazione subita in un lontano passato che si è impadronito di tutte e tre le dimensioni temporali.

Lo spettatore rivive, davanti allo schermo, la penosa circostanza di dieci anni prima, solo che questa volta Mélanie è padrona della situazione e la debole è Ariane, impotente di fronte ai suoi atteggiamenti tirannici. La ragazza infatti esprime il suo sadismo, in una sorta di legge del contrappasso, diventando indispensabile per la concertista, allo scopo di  umiliarla con disprezzo nel suo bisogno, così come allora si era sentita mortificata e fragile di fronte alla donna famosa e distratta che non si era neppure accorta di aver cancellato in un attimo tutti i suoi sogni.

Il potere che Ariane aveva esercitato allora sulla bambina si trasforma ora nell’abuso di Mélanie verso la sua vittima, che viene fatta aspettare inutilmente prima di un’importante audizione, da cui dipende il suo futuro di concertista. Attraverso una rete sottile di manipolazioni, attivata con grande abilità, assistiamo al ribaltamento di una sofferenza passiva in un comportamento attivo. Da vittima a persecutore, in una ripetizione mortifera, Mélanie punirà la persona considerata responsabile dei danni subiti.

La ragazza, incapace di attivare un’adeguata elaborazione del lutto, rimane imprigionata in una ripetizione senza fine che cristallizza ogni nuovo progetto di vita. 

Altre importanti protagoniste sono le musiche, sviluppate e composte insieme al film. Esse occupano un ruolo centrale: il regista Dercourt, musicista, professore di viola e di musica da camera, le utilizza con grande abilità per mettere in scena la tormentata vicenda che assume via, via i toni del genere noir, in un gioco di sguardi trasversali e di angoscianti silenzi. La musica del pianoforte accompagna le sequenze e scandisce la gestione del tempo e l’alternanza di tensione e distensione. 

Le armonie che danno colore al film, si modificano con l’evoluzione dei personaggi, assumendone le tonalità emotive: il brano iniziale dell’esibizione della bambina, ad esempio, ha un che di giovanile e puro, ma evolverà, dopo l’incontro tra Mélanie ed Ariane, dieci anni dopo, in un ritmo più “ostinato” e ripetitivo, a sottolineare l’ossessività vendicativa della giovane adulta.

Le musiche conducono lo spettatore verso emozioni profonde, fino agli oscuri meandri dell’animo umano, dove si intrecciano instancabilmente pulsioni vitali e pulsioni governate da tendenze mortifere che possono portare alla follia.

Novembre 2012