L’arbitro

regia di Paolo Zucca, Italia, Argentina, 2013

Commento di Paola Golinelli

Trama. Questo piccolo, delizioso film, per gran parte in bianco e nero, narra la vicenda della squadra di calcio dell’Atletico Pabarile che, in un angolo sperduto della Sardegna, viene da sempre vinta e umiliata dal Montenastu, la squadra rivale del prepotente e arrogante Brai. Il giovane Matzutzi, detto Sventura, tornato dall’Argentina dopo la morte del padre, senza soldi, si rivela un fuoriclasse del pallone e rivoluziona le sorti del Pabarile, che inizia a vincere. La storia si svolge parallelamente a quella dell’arbitro Cruciani (un bravissimo Accorsi), che precipita dalle “stelle” dei massimi livelli internazionali della Fefa (Fifa) alle “stalle” sarde, letteralmente in mezzo alle pecore, per una vicenda di corruzione. La passione per il calcio e la riscossa dei perdenti è assicurata in una rimonta improbabile e rocambolesca, fino al trionfo finale, che segna anche la ripresa dell’amore tra Sventura e la fioraia del paese (Geppi Cucciari), interrotta dall’emigrazione di lui.

Commento. La vicenda potrebbe essere descritta come la parabola che porta da un’affettività regredita e primitiva ad una civilizzazione degli affetti (Ferro, 1991), dalla pulsionalità indomita e slegata alla relazione d’amore, dall’istintualità alla sublimazione, attraverso un “arbitraggio” che conosce tutte le vicissitudini della trasformazione del Super Io, da un Super Io arcaico pre-edipico di stampo kleiniano, espressione di un potere bieco e sadico, rappresentato da Brai, che entra nel bar a cavallo e strumentalizza un grasso, volgare arbitro locale per decretare la supremazia indiscutibile del Montenastu, irridendo i perdenti; a uno pervertito dagli ideali, Cruciani, che troppo preso dalla sua ambizione di impersonare l’arbitro perfetto si fa travolgere da un sistema corrotto, che però lo retrocede ad un arbitraggio d’infima serie; fino al trionfo del merito e dell’amore, di Matzutzi e della sua bella, la coppia che cambia le sorti di quel lembo di mondo, facendolo passare dalla dimensione selvaggia e anaffettiva ad una relazionalità, che si tinge di sfumature e colori nelle ultime scene del film.
I due, Sventura e la fioraia, un po’ alla volta, riscoprono il sentimento che li aveva teneramente uniti nell’adolescenza di cui, in particolare la donna, sembrava avere perduto il ricordo. In mezzo c’è stato il trauma dell’emigrazione, vissuta come una lacerazione da cancellare: l’uno, Sventura, perché strappato via dal suo mondo, l’altra perché abbandonata senza spiegazioni e costretta a difendersi dalla perdita con la rimozione e la distanza affettiva: “non mi ricordo”, dirà quando il ricordo di fatto comincerà a riemergere, rendendola meno distante e incattivita. 
L’uomo che ha sofferto l’emigrazione, senza trovarvi il compenso della fortuna economica, tornato al paese, va alla ricerca di lei e la convince tenacemente a rimettersi insieme, fondando una coppia nuova, che può finalmente elaborare il trauma della separazione e riscoprire una pulsionalità sana, recuperando una carica di energia vitale. Ritrovare la radice degli affetti, smarrita a causa della mancata elaborazione del trauma, libera in tutta la sua forza l’energia pulsionale nel suo aspetto vitale, legando la pulsione al suo oggetto e disintossicandola dagli aspetti mortiferi.
Sventura, che ha conservato memoria della tenerezza affettiva, esprime la sua forza vitale nel gioco del calcio. La donna, che gli risponde inizialmente con una fisicità aggressiva e distanziante, deve uscire dal ritiro risentito contro l’oggetto e riscoprire la fiducia negli affetti.
Il difficile percorso di riappropriazione dell’identità umana e di un’affettività più ricca passa attraverso la prova d’amore, che lei esige dall’uomo, e che ridona anche a lei l’energia libidica necessaria per opporsi ad un sistema familiare e sociale rigido e incapace di valorizzazione e gratificazione, nel quale i rapporti sono regolati dall’uso e dall’abuso. Non sembra esistere in quel mondo relazionale la dimensione del dono e al signore che acquista ogni giorno i fiori per la tomba della moglie, la fioraia innamorata potrà finalmente dire che nel loro paese “bisogna morire per ricevere un mazzo di fiori!”
Ella lotta contro la “cecità” paterna: il padre è cieco, accecato dalle sue passioni, prima tra tutte il calcio e la rivalità contro la squadra del nemico; cambia, però, idea sull’innamorato della figlia, non appena intravvede la possibilità di usarla in uno scambio vincente, dunque un amore paterno senza grande preoccupazione per l’oggetto amato/figlia.
Sullo sfondo un paesaggio sardo aspro e spigoloso come lo sono i rapporti umani di questo mondo che fa tornare alla mente il bellissimo “Padre padrone” dei Taviani (1977), nel quale un padre brutale perpetua nel figlio la barbara educazione subita da lui stesso.
Il film di Zucca riprende in parte i toni della lotta tra il vecchio e il giovane pastore, forse padre e figlio, di cui fanno le spese gli agnellini sgozzati senza motivo, simboli impotenti di un mondo in cui non c’è spazio per la tenerezza infantile, ma lo fa senza però appesantire il racconto che è invece giocato in chiave umoristica e leggera, anche quando ritrae in bianco e nero un mondo polveroso, sassoso, in cui non sembra esservi posto per presenze femminili. Le uniche donne sono una vecchia tifosa del Pabarile, che di femmineo non ha più granché e riversa la sua residua accidiosa vitalità nel fare il tifo per la sua squadra, identificata con il fallo vincente e, non a caso, armata di ombrello, che userà contro l’arbitro Cruciani, reo di avere inflitto alla squadra una punizione, a suo avviso, immeritata; e la fioraia che esige delle prove che l’affetto che l’uomo le promette sia abbastanza forte da vincere la dimensione caotica e inselvatichita in cui vive. Il suo maltrattare inizialmente l’oggetto d’amore sembra legato ad un bisogno di riconoscimento del suo valore, non più moneta di scambio per piaceri e utili altrui. 
Lentamente la conquista della vittoria si consolida anche attraverso espedienti del tutto fortuiti, come il tiro che finisce in porta per mano (anzi per gomito) dell’improbabile arbitro Cruciani, che non rinuncia a condurre un arbitraggio “ideale”, come testimoniano le sue mosse eleganti, fino alla caricatura, il suo rispetto delle regole che diventa poetico in un mondo selvaggio e poco addomesticabile come quello in cui agisce, dove lo minacciano di morte e lo insultano con gli epiteti peggiori e la vecchia lo bastona con il suo ombrello.
Colonna sonora di questa storia di energia e passione ritrovata e incanalata nelle regole del gioco è la canzone “ Vivere” di Bixio (1934), un inno alla gioia, che ebbe un grande successo popolare, anche se legata, nella memoria storica del nostro paese, agli anni bui del regime fascista. 
Le parole del testo inneggiano ad un sentimento di sé ritrovato, a costo però della negazione della dipendenza e della perdita dell’oggetto amato, che si è rivelato fedifrago e menzognero. La valenza maniacale nella canzone non sembra essere negli intenti del regista contemporaneo, dato che il film appare piuttosto come un inno all’energia pulsionale ritrovata e governata nell’accettazione e nel rispetto delle regole del gioco e nell’investimento libidico positivo: più dunque il “vivere” del ritornello della canzone, che il “ridere”, irridere tutto, che è strumento di negazione.
Riporto le parole della famosa canzone, con la quale Carlo Buti e poi Tito Schipa cantano per un’Italia che non vuole e non può pensare, simile a quella attuale, altrettanto bisognosa di recuperare energie e forza vitale:

Oggi che magnifica giornata, che giornata di felicità
la mia bella donna se ne è andata
mi ha lasciato alfine in libertà
son padrone ancor della mia vita
e goderla voglio sempre più
ella m’ha giurato che è partita
e non sarebbe tornata mai più.

Vivere

senza malinconia,

vivere

senza più gelosia,

senza rimpianti,

senza mai più conoscere cosa è l’amore

cogliere il più bel fiore,

goder la vita e far tacere il cuore.

Ridere

sempre così giocondo,

ridere

delle follie del mondo.

Vivere

finché c’è gioventù,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Spesso la commedia dell’amore

la tua donna recitar ti fa,

tu diventi allora il primo attore

e ripeti quello che vorrà.

Sul terzo atto scende giù la tela

finalmente torna la realtà

e la sua commedia dell’amore

in una farsa trasformata sarà.

Vivere

senza malinconia,

vivere

senza più gelosia,

senza rimpianti

e senza mai più conoscere cosa è l’amore

cogliere il più bel fiore,

goder la vita e

far tacere il cuore.

Ridere

sempre così giocondo

ridere

delle follie del mondo.

Vivere

finché c’è gioventù

perché la vita è bella e

la voglio vivere sempre più.

Vivere,

vivere

vivere

pur se al cuore ritorna un attimo di nostalgia,

io non ho più rancore

e ringrazio chi me l’ha portata via.

Ridere,

ridere

vivere

finché c’è gioventù

perché la vita è bella e

la voglio vivere sempre più.

Ottobre 2013