Le idi di marzo — Commento dalla mostra del cinema di Venezia 2011

George Clooney, USA, 2011, 98 min.

 

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Commento di Maria Vittoria Costantini e Daniela Lagrasta

 

 

 

George Clooney, con “Le Idi di Marzo”, si presenta per la seconda volta alla Mostra del Cinema di Venezia  alla regia di un film sulla politica americana, con l’intento di riuscire a smascherarne i risvolti peggiori e più subdoli.

 

Già nel 2005, in “Good night, good luck”, Clooney aveva raccontato i vergognosi retroscena del maccartismo; ora ci conduce dietro le quinte di una campagna presidenziale, nei suoi meandri più loschi, dove la strategia per la vittoria è mossa da equivoche manovre, senza esclusione di “colpi bassi” da parte di alcuno: dal candidato alla presidenza, interpretato dallo stesso Clooney, alla giovane stagista.

 

Il tema dunque non è una novità né per il Clooney regista, né per lo spettatore che non scoprirà niente di nuovo rispetto al paradigma politico che si avvale purtroppo di compromessi e di corruzione.

 

Anche il titolo è evocativo di questo, a voler subito indicare  quanto il potere segua da sempre lo stesso copione, quanto sempre le stesse siano le “logiche” della politica e della “morale” che lo accompagnano.  Storia passata è storia presente: il “Tu quoque!” è una pugnalata fendente sia ieri, sia oggi.

 

Il film sembra un’esortazione a non smettere comunque mai di essere spettatori consapevoli della seduzione del potere, spettatori non passivi, capaci di indignarsi, capaci di denuncia.

 

Ne è di stimolo anche il ritmo del film che è sostenuto, crescente come in un thriller ed avvincente dall’inizio alla fine, grazie all’ottima recitazione di tutto il cast degli attori che offrono una sfaccettata caratterizzazione  di ognuno dei personaggi.

 
 

Dal punto di vista psicoanalitico è particolarmente interessante la storia della drammatica e dolorosa trasformazione di Stephen. Il giovane eppure già brillante addetto stampa del governatore in corsa per la Casa Bianca, quasi in un percorso regressivo, da entusiasta e convinto idealista, portavoce degli stessi valori che vede incarnati nell’idealizzato capo, diventerà un’indurita ed apparentemente anaffettiva  “macchina da guerra” e di potere.

 

Il tema del tradimento si insinua e percorre tutto il film: il tradimento di tutti verso tutti come l’altra faccia della medaglia-lealtà. Ma il vero tradimento è quello che subisce Stephen: la storia del film è soprattutto quella del drammatico crollo dell’ideale di Stephen posto di fronte alla perturbante scoperta della corruttibilità e della bassezza morale del capo idealizzato, il quale, per il proprio interesse personale, non esita a rinnegarlo senza pietà.

 
 

L’idealizzazione di Stephen crolla infatti di fronte alla scena primaria: la scoperta che il suo capo, suo grande modello, ha avuto un rapporto sessuale con la stagista minorenne con la quale lui stesso ha iniziato una relazione. E diviene traumatica, nel momento in cui Stephen viene messo da parte nonostante egli abbia cercato di proteggere il suo idealizzato capo dalle conseguenza del suo atto.  Da lui viene abbandonato, accusato di aver ceduto alla curiosità e forse anche alla propria vanità.

 

Nel film sembra venga “punito” il narcisismo, piuttosto che l’immoralità e la corruzione. Stephen non tradisce eppure viene punito. La rabbia folle, la colpa, la vendetta ed infine, l’odio e la disillusione lo spengono definitivamente. 

 

Di fronte al tradimento del padre non c’è più legge morale, non può più esserci un Super Io. Soltanto la legge del potere corrotto.

 
 

Nella scena finale del film Stephen, riappropriatosi dello stesso ruolo di addetto stampa che aveva nella scena iniziale, drammaticamente mostra nel suo volto, nei suoi gesti, l’assoluta diversità affettiva dovuta al cambiamento traumatico che lo ha travolto.