Le mani sulla città

di Francesco Rosi, Italia, 1963, 110’

commento di Simonetta Diena

L’inattaccabile attualità. Un omaggio a Francesco Rosi

Francesco Rosi, uno dei più famosi e importanti registi italiani, esponente di punta del cosiddetto cinema d’inchiesta o cinema politico, nasce a Napoli nel 1922, dove studia giurisprudenza. Intellettuale, colto, spiritoso, è amico di scrittori come Raffaele La Capria, che poi sarà uno degli sceneggiatori del film, insieme a Enzo Forcella e allo stesso Francesco Rosi. Le note biografiche gli attribuiscono amicizie anche con Aldo Giuffrè, e Giorgio Napolitano.
Entra nel mondo del cinema come aiuto regista di Luchino Visconti per i film La terra trema (1948) e Senso (1953), e come sceneggiatore di Bellissima (1951)
Inaugura i cosiddetti film-inchiesta, firmando i suoi due capolavori, Salvatore Giuliano, che ripercorre la vita di un malavitoso siciliano attraverso una serie di lunghi flashback (1962) e, l’anno successivo, Le mani sulla città (1963), dove dirige Rod Steiger in una delle sue più belle e intense interpretazioni. Nel film denuncia con coraggio le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. La pellicola viene premiata con il Leone d’Oro al Festival di Venezia. Leone d’oro che gli viene poi attribuito nel 2012 come premio alla carriera.
Questi due film sono generalmente considerati i capostipiti del cinema politico, che vedrà in futuro spesso la recitazione duttile e spontanea di Gian Maria Volontè.

Dei suoi film più recenti voglio ricordare il bellissimo Il caso Mattei del 1971, Cadaveri Eccellenti, dal romanzo di Sciascia, del 1976, e La tregua tratto dal romanzo di Primo Levi, del 1997.
Perché questo breve riassunto della cinematografia di Rosi? Perché nell’immaginario collettivo Rosi rimane un regista degli anni ‘60. Salvatore Giuliano e, soprattutto, Le mani sulla città hanno, per così dire, spaccato un certo modo di fare cinema.
Francesco Rosi muore a 92 anni il 10 gennaio di quest’anno. Impegnato, serio, esponente della parte migliore della borghesia intellettuale napoletana e romana, si è spesso esposto fare emergere le verità scomode e nascoste della politica italiana. Recentemente è emerso come la scomparsa del giornalista del quotidiano palermitano L’Ora, Mauro De Mauro, rapito dalla mafia a Palermo nel 1970, e mai più ritrovato, fosse collegata alle sue inchieste sull’omicidio del presidente dell’Eni Mattei, proprio in seguito all’incarico ricevuto dal regista Francesco Rosi per il suo film.

Le mani sulla città è un film/affresco, corale, con scene di gruppo bellissime, alcune delle quali si ritrovano, modificate, anche in altri suoi film, i più famosi, i più amati e i più ricordati.
Vorrei ricordare e fare rivivere queste sequenze per cercare anche di cogliere il messaggio artistico che Rosi trasmette, al di là di quello, immediatamente intuibile, dell’indecenza morale e della prevaricazione continua dell’interesse personale su quello collettivo.
1) Innanzitutto le scene corali. Comincia con tutto l’entourage di faccendieri legati al palazzinaro Nottola, (Rod Steiger) di fronte ad una serie di terrazze coltivate, degradanti a conca. In fondo, il mare. In mezzo, casermoni orribili, impilati l’uno sull’altro. Il sacco di Napoli è già cominciato. La bellezza del paesaggio serve solo a evocare luoghi da sfruttare, altri sfondi da rapinare. Poi altre scene, che si svolgono, sempre collettive, e che vorrei riportare alla vostra memoria. Il consiglio comunale, ove ciascuno trama i propri interessi privati, viene richiamato a votare. Siamo nel ’61.
E stringe il cuore pensare come queste immagini siano state viste e riviste più volte, al telegiornale, nei notiziari, e non solo come immaginazione filmica di un regista di parte (e dico questo perché feroci furono le critiche all’apparire di questo film come pure del Il caso Mattei e di Salvatore Giuliano). Rosi, che è un regista solo all’apparenza realistico, e in realtà denso di simbolismi, introduce, nella scena dell’ufficio del sindaco che si mette a discutere sull’impossibilità di tenere fuori Nottola dal nuovo consiglio comunale, uno sfondo inquietante. Non so se ci avete fatto caso, nelle molte volte che avete visto il film: il palazzo è antico ed è affrescato. Alle spalle dei notabili politici ci sono Gesù Cristo e gli apostoli. Il contrasto tra la Democrazia Cristiana, il partito che sta prendendo il potere, sottraendolo alla destra di Lauro, con la quale in realtà poi si alleerà e che, come afferma il cameriere/consigliori, è il nuovo che la gente vuole, i fatti, le cose concrete, è notevole. Rosi, avvicinando gli antichi affreschi di altre antiche collettività, suggerisce l’abissale distanza che si è creata tra quel gruppo di uomini, Cristo e gli apostoli, e questi, i loro cosiddetti rappresentanti politici. Rosi non condanna, non dice: mostra il contrasto e questo è sufficiente a trasmettere una reazione di indignazione e di sconforto nello spettatore.
2) Il contrasto è l’altro aspetto che vorrei commentare del film. Lo si vede un po’ ovunque. A partire dall’Ospedale, dove arriva il bambino che ha perso le gambe, alla scena immediatamente successiva che inquadra le gambe del potente politico che si muovono al vogatore in piscina. A partire dagli uffici bellissimi di Nottola, dalle cui vetrate, dall’alto, si inquadra tutta Napoli, di notte, con il Castello che a sua volta domina la scenografica piazza Municipio e il Maschio Angioino. Il palazzo meraviglioso, con i quadri di Luca Giordano, del capo del partito emergente della DC nel quale si dà il via alla drammatica concessione e alleanza politica e affaristica che sotterrerà urbanisticamente e definitivamente Napoli per sempre. A partire dal lavoro dal battere ritmato della scavatrice che pianta quel pilone, causa del crollo della casa. Una costruzione, un crollo. Quante vicende analoghe abbiamo visto di recente? Quanti nomi dobbiamo fare? Quante tragedie annunciate possiamo rimembrare? Quando gli abitanti dicono: ma se ci spostate qui c’è il nostro lavoro, come non pensare all’Aquila, che non c’è più, che è stata frantumata, spezzettata, spostata qua è là?
3) Allora, per concludere e aprire un dibattito. Che cosa può dire la psicoanalisi di fronte ad un film del genere? E’ un discorso che io personalmente faccio più volte, quando commento un film. Un discorso etico, da solo, non basta. Un impegno politico, uno schierarsi, da soli, non bastano. Rosi non è stato solo un regista politico impegnato. È stato, innanzitutto, un regista, un artista. Ha trasmesso un messaggio, che aveva urgenza di fare arrivare ai nostri occhi, e restarvi impresso. Quando ho detto che avrei commentato questo film, molti, che non lo vedevano da 40 anni, mi hanno detto “ ah , la voragine” .
4) La voragine, così come è rappresentata, rimane nei nostri occhi e nella nostra memoria. E rimane nella coscienza politica più di molti discorsi, impegni o dichiarazioni. Il buco che questi personaggi creano nella meravigliosa conca di Napoli, e in altre infinite, meravigliose campagne, città, paesaggi della nostra bellissima penisola, rimane per sempre nella nostra memoria, e nella nostra coscienza. L’immagine, da sola, ancora non basta. Forse qualcuno di voi ha visto il film molto più recente sulla macelleria messicana della Diaz. Film utile e giusto. Ma non un grande film. Manca la capacità dell’artista di rendere la vergogna, il disonore che ci coinvolge, noi complici per sempre del sacco delle nostre città. Quando, nel Caso Mattei, il film comincia e finisce con una ruspa che scava nel fango, ecco, la metafora è fatta, è trasmessa e recepita: Fare un’indagine sul caso Mattei significa rovistare nel fango, dal principio alla fine.
5) Qui, ne Le mani sulla città cosa ci dice, a livello inconscio, di inconscio filmico, che rimane scolpito nella nostra coscienza morale più che se venisse espresso a livello esplicito? Che i corruttori, i politicanti, i faccendieri, non si muovono mai da soli: hanno una coorte, un manipolo di sodali, un insieme di persone che vive alla loro ombra, che ne fa parte, che partecipa al sacco, che li vota per prendere i soldi, per prendere speranze regolarmente disattese.
6) Le mani sulla città quindi, ma quali mani ? Solo di Nottola? Solo dei politici con i quali si allea? Eh no, c’è un buco, una voragine in questa città, che ha sostituito la meravigliosa valletta coltivata che c’era. Terreno agricolo, lo chiamano, da cui si possono ricavare un sacco di soldi. Ma terreno morale, dico io, che si perde per sempre, valletta che diventa voragine infinita, dove crollano i palazzi, si perdono i lavori, le vite, gli onori. Sembra un romanzo di Anna Maria Ortese, se ve li ricordate. La vergogna vi domina, ma è la vergogna di chi è sconfitto, di chi non domina dall’alto la città, ma di chi ci sta dentro, o sotto le macerie che si depositano. Le macerie del nostro onore, della nostra dignità calpestata e ferita. Questo è il messaggio artistico e psicoanalitico, etico, di inattaccabile attualità, che Francesco Rosi ci ha lasciato.

A lui e ad altri che come lui non hanno avuto paura, diciamo grazie.

14 febbraio 2015