L’enfant

Luc e Jean Pierre Dardenne, 2005, F-B, 95 min

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Commento di Gabriella Giustino

Un posto per l’altro…

Il film dei fratelli Dardenne, Palma d’oro al festival di Cannes nel 2005, ripropone il tema della maternità interiore da un altro interessante punto di vista.
Il titolo del mio breve commento cita un noto lavoro di Giuseppe Di Chiara che tratta, tra l’altro, il tema della presenza di un posto per il paziente nella mente dell’analista, in un clima d’intimità e separatezza.
Durante la visione del film lo spettatore empatizza per le sorti di questo fagottino appena nato, Jimmy, che viene sballottato tra mille pericoli da una coppia di genitori-bambini che non sono preparati a proteggerlo ed accudirlo.
Quello che emerge in modo molto evidente è che la capacità di sviluppare un posto mentale per il figlio non è solo una questione che riguarda il sesso femminile.
Parlando del film Lo spazio bianco mi sono soffermata sul vissuto delle madri. In questo film Sonia, la mamma, per quanto impreparata e prematuramente esposta a competenze emotive più grandi di lei, sembra avere una sorta di innato, istintivo senso della maternità.
In questo caso è il padre che non ha alcun posto interiore per accogliere il figlio, al punto che (nella sua caotica delinquenzialità adolescenziale) il bimbo stesso diventa una cosa, una merce da vendere.
Nel protagonista è evidente lo stato di disumanizzazione sostenuto dal senso d’onnipotenza (legato all’età e alla condizione sociale).
Tralasciando l’elevato significato sociologico del film, mi vorrei concentrare su alcuni aspetti psicologici.
Sonia, mamma-bambina innamorata del suo Bruno, mostra un’evidente immaturità per il compito ma (in modo inconsapevole) sembra anche pronta per sviluppare un buon un attaccamento col figlio. Molte madri più adulte non sarebbero così istintivamente propense alla maternità .
John Bowlby, osservando il comportamento etologicamente predeterminato di alcune specie animali, aveva esteso alla specie umana l’ubiquitarietà dell’attaccamento che è una potenzialità bidirezionale dal figlio alla madre e viceversa. Poiché nell’umano le cose sono infinitamente più complicate, l’Autore aveva poi classificato vari tipi d’attaccamento sulla base della qualità della relazione madre-bambino.
Possiamo dire che Sonia, pur nella precarietà del contesto, sia (come diceva Winnicott) una madre destinata a diventare sufficientemente buona.
La capacità biologica di procreare compare molto presto nella specie umana, ma, potremmo chiederci, corrisponde sempre alla presenza di uno spazio interiore per un bimbo? La questione appare complicata perché anche se Sonia (sullo sfondo di degrado sociale del film) accudisce teneramente il piccolo come può, sembra non percepire abbastanza il segnale di pericolo che viene da Bruno. La sua ingenuità infantile la porta a sottovalutare il rischio e il suo amore adolescenziale per il compagno non le consente di difendersi dall’immaturità maniacale e onnipotente di lui. L’idillio narcisistico a due di Sonia e Bruno non permette lo sviluppo un posto per un terzo. A Bruno manca la capacità di tollerare il dolore e la frustrazione. Solo in carcere egli riuscirà ad umanizzarsi e ad esprimere piangendo la colpa per i suoi agiti delinquenziali: la manifestazione della colpa rende possibile una riparazione.
Diverse sono le lacrime della cammella (nel film "La storia del cammello che piange") che ha partorito con immenso dolore un piccolo albino. La madre rifiuta (perchè piena di risentimento) la ricerca d’attaccamento del piccolo cammello che rischia di morire di fame. La mamma-cammello associa il piccolo albino al dolore del parto e finchè non riesce a piangere (grazie ad un escamotage degli uomini che ne hanno cura) non riesce a dargli il latte. Naturalmente gli animali non sono consapevoli e questa è solo una metafora. Ma a mio parere possiamo trovare dei collegamenti con la storia di Bruno e Sonia.
La protagonista afferma che quando il piccolo Jimmy è uscito dalla sua pancia non le ha fatto male. Chissà, forse anche questo ha aiutato la madre-bambina ad attutire l’inevitabile ambivalenza verso il piccolo così precocemente concepito. Per Bruno la storia è diversa. A me pare che lui non abbia minimamente elaborato il risentimento verso una società ingiusta che non lo ha premiato e l’invidia per le ricchezze altrui.
Egli sosta in una posizione rivendicativa e maniacale che solo col pentimento, la colpa (e la riparazione che ne consegue) riesce a superare. Forse allora Jimmy potrà trovare un posto, magari non molto comodo, nella mente del padre.

Questo commento è stato letto all’Azienda Ospedaliera di Melegnano durante un ciclo di formazione "Cinema e Psicoanalisi", dedicato al tema della maternità psichica


Novembre 2010