Locke

regia di Stevens Knight, Gran Bretagna, 2013, 85 min.

commento di Laura Contran

Steven Knight con questo film ci propone una storia di ordinaria, umana drammaticità. Un uomo, di notte, alla guida della sua auto, impegnato in un dialogo telefonico pressoché ininterrotto con le persone più significative della sua vita, sta per prendere una decisione che cambierà radicalmente la sua esistenza.

Ivan Locke è un affermato professionista (è alla vigilia del lavoro più prestigioso della sua carriera di costruttore edile), è stimato dai capi e dai colleghi per la sua affidabilità, nel privato è un marito e un padre affettuoso e presente. Nel suo passato recente solo un “cedimento” che avrà però inevitabili effetti sul presente e sul futuro: una breve relazione (vissuta più per un senso di solitudine che per desiderio) durata lo spazio di una sera, con una donna praticamente sconosciuta, e la notizia, del tutto inaspettata, che sta per diventare padre.
Non mi soffermo sui meriti del film unanimemente riconosciuti dalla critica (originalità della sceneggiatura, splendida interpretazione di Tom Hardy), ma vorrei piuttosto proporre qualche considerazione su quella che ritengo essere la questione di fondo che il film riesce a sollecitare in modo intelligente, senza cadere in facili moralismi e senza scivolare in soluzioni banali o pacificanti. Ossia l’interrogativo etico sulle responsabilità delle (nostre) scelte, sui limiti e confini della libertà individuale anche quando essa si pone al servizio del bene e del giusto. Perché la decisione di Ivan Locke avrà non poche conseguenze e sarà causa di profonde sofferenze proprie e altrui.

L’omonimia con il filosofo non è una scelta puramente casuale. Precursore dell’illuminismo inglese, studioso di etica, sostenitore di un razionalismo non dogmatico, teorico della tolleranza delle idee e critico dell’innatismo, John Locke sosteneva che il fine e l’utilità dell’etica è quello di dirigere la nostra vita mostrandoci quali azioni sono buone e quali cattive. Solo le azioni che dipendono dalla scelta di un essere intelligente e “libero” sono morali. Riteneva che la ragione umana è come una candela che illumina il nostro cammino, sottolineando tuttavia che la debole luce di una candela non è sufficiente a illuminare tutto: esisteranno sempre delle zone d’ombra che non saremo in grado di vedere.
Passando da una veloce riflessione filosofica a una più propriamente psicoanalitica, appare evidente che la zona d’ombra in cui il protagonista si trova e che gli fa assumere ciecamente una decisione irreversibile è racchiusa in un dialogo-monologo, bellissimo e intenso, che Ivan Locke ingaggia con il padre morto da anni.
In questo dialogo immaginario (che è un atto d’accusa) la ragionevolezza, la tolleranza e la comprensione mostrate da Locke fino a un attimo prima davanti alle reazioni scomposte e incredule dei suoi interlocutori (moglie, capi, collega), vanno in frantumi.
Riaffiora, nella violenza delle sue parole un dolore antico, intriso di odio e disprezzo, verso un padre che l’ha abbandonato quando era bambino per proseguire altrove la propria vita.
E’ questa esperienza che diventa il vero motore della sua decisione: la paura di ricalcare le orme paterne, il desiderio di sottrarsi a una sorta di trasmissione transgenerazionale della colpa, la negazione di una possibile identificazione (inconscia) con il proprio padre.
Un atto coraggioso, dunque, quasi eroico, ma – viene da chiedersi – quanto (auto)distruttivo? E quanto il “dovere morale” a cui Ivan Locke sente di dover adempiere per riparare a un errore, seppure inconsapevole, ha a che vedere con un Superio che non ammette cedimenti (un Superio sadiano direbbe J. Lacan). D’altra parte anche le persone a lui affettivamente più vicine non sembrano veramente interessate a capire le motivazioni profonde della sua decisione. La risposta della moglie è lapidaria e suona come una sentenza “La differenza tra una volta e mai è la differenza tra il bene e il male”.
Al termine di questo viaggio emotivamente coinvolgente, a tratti claustrofobico e comunque sempre disorientante, lasciamo Ivan Locke di fronte ad un destino incerto, ma forte delle sue certezze, mentre noi spettatori usciamo dalla sala accompagnati dai molti dubbi che il regista, con grande maestria, è riuscito ad affidarci.
Un film da vedere e ripensare.

maggio 2014