London River

Rachid Bouchared, GB, F, Algeria, 2009, 87 min

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commento di Rossella Valdrè

 

"Possiamo pensare che il razzismo anti-arabo scomparirà un giorno a
beneficio, se così si può dire, di un’altra popolazione. Ho dunque la
sensazione che il razzismo trovi una delle sue fonti e il motivo del suo
rilancio in un’opposizione di cui sottovalutiamo la portata: l’opposizione tra proprio e straniero……"

                                                                        
                                                                 (J.B.Pontalis)

                                                                                                                                                                        

Da alcune settimane, la figlia trasferitasi a Londra per studiare non dà
più notizie di sè alla madre, la mite signora Sommers, che nella vita ormai non
ha altri che lei, e vive sola in un’isola della Manica battuta dal vento, dove
il tempo sembra essersi arrestato. La preoccupazione crescente della madre è
giustificata, non siamo in giorni qualsiasi: è quel 7 luglio del 2005, quando
la metropolitana di Londra, una mattina come tante alle 8.30, è esplosa con
quattro bombe a bordo ad opera di terroristi islamici.

E’ il panico. E’ il senso di morte ovunque, è l’emergenza, la folla di
parenti che cerca i corpi di chi non ha più dato notizie. Il disorientamento.

La signora Sommers è una donna semplice, ma sa cosa sono le guerre, vi ha
già perso il marito nelle Fawkland. Quel silenzio la atterrisce. Decide allora
di andare a Londra, mettersi sulle tracce dell’indirizzo della figlia, che da
due anni vive lì, ad una distanza che appare limitata nella geografia, ma
immensa sotto altri profili:  un altro
mondo, la mamma lo intuisce subito. O meglio: un mondo altro.

Tenta inizialmente di scacciare l’idea, di opporvisi; ma la realtà è che la
ragazza vive (o viveva) in uno dei tanti sobborghi di Londra quasi interamente
abitati da arabi, ed è un membro attivo, partecipe di quella comunità, dove
prende lezioni di arabo e convive con un ragazzo musulmano, a cui lei stessa
intende convertirsi.

La ricerca della ragazza scomparsa si mescola dunque, in un crescendo di
faticosa consapevolezza di cui la signora Sommers non può non farsi carico, ad una ricerca di una figlia che non c’è
più, che è scomparsa comunque: la ragazzina inglese con la frangetta di cui la
madre appende le foto nei negozi, non esiste più, se non nell’ingenua memoria
della nostra signora.

Struggente a tratti, essenziale nei dialoghi e nella forma, intensissimo
film, London River finisce col
lasciare sullo sfondo la tragedia dell’attentato nei suoi risvolti politici e
sociali, per soffermarsi, o meglio per raccontare quella tragedia, attraverso
l’incontro di due persone. Due desolati, smarriti genitori. Insieme alla
ragazza, infatti, è scomparso anche il fidanzato arabo con cui viveva, per il
quale studiava un’altra lingua e stava transitando verso un’altra identità.
Anche il padre lo cerca. Inizialmente turbata – avrà mai visto un essere umano
così, la signora Sommers nella sua isola? – la donna deve necessariamente
entrare in contatto con il signor Ousmane, africano emigrato a Parigi da
quindici anni, musulmano, l’aspetto ieratico e quasi immateriale di una divinità
tribale, magrissimo e nodoso, i lunghi capelli raccolti in minuscole,
fittissime treccine.

I due ragazzi si amavano, vivevano insieme. Avevano progetti (un viaggio a
Parigi), un mondo in comune (gli studi, la moschea), nel quartiere tutti li
conoscevano.

E’ agli occhi dei genitori, che sono due conosciuti.

Chi sono mai i nostri figli? "Il vero mistero è l’altro", scrive
Simona Argentieri (2010).

Io non conosco mio figlio, racconta Ousmane, non l’ho cresciuto. E’ stata
infatti l’anziana madre, rimasta in Africa, che lo ha mandato a Londra a
cercarlo, tutto il mondo sa dell’attentato.

Apparentemente l’impatto con ciò  che
trova, è dunque per lui meno violento che per la signora Sommers; ma in realtà
non è così. Le loro differenze, le loro iniziali, ruvide lontananze sono solo
apparenti, formali: hanno molto in comune, Ousmane e la signora, hanno molto da
convidere, da poter penetrare l’uno nell’altro, empaticamente.

Le stesse esistenze faticose, segnate da perdite, sradicamenti, solitudini quasi assolute, inconsolabili, eppure
prive di lamento, di enfasi. Vengono entrambi dalla terra, dalla convivenza
quotidiana con la Natura: la signora Sommers coltiva il suo orto, lo zappa e lo
cura con tutta la sua energia, mentre Ousmane è guardia forestale, lui deve "proteggere
gli olmi", decidere se abbatterli, o no. Sono soli. Vengono da mondi
periferici, ai margini della modernità, della globalizzazione. Hanno fatto
studiare i figli che ora ne paiono separati non da una generazione, ma da
mille, millenni di distanza.

Chi sono mai i nostri figli? Il mondo cambia e ci sfugge così velocemente,
è così facile essere smarriti. Il flash di un ricordo personale mi ha
attraversata, alla visione di questa estraneità,
di questo essere davvero straniero,
davvero altro rispetto ai propri
famigliari, al proprio entourage. Negli ultimi anni della sua vita, mia nonna
era stata colpita da una sorta di ‘smemoratezza benigna’, per cui non era
indementita, ma aveva ‘solo’ dimenticato tutto ciò che atteneva al recente,
agli ultimi mesi o anni; accadeva così che poteva rientrare in questo ‘buco’
anche un genero o una nuora o una conoscenza importante, ma che risalisse a
quegli anni. Il flash della mia memoria è stato proprio il suo sguardo
divertito e attonito di fronte a un genero, appunto, acquisito non da molto e
che le era peraltro molto simpatico: ma
tu, chi sei? gli chiese ad un certo punto, al centro di un’amabile
conversazione.

Ma tu, chi sei?

Il film ci narra di una profonda, di una vera estraneità che non è
necessariamente quella tra arabi e occidentali, ma è quella tra genitori e
figli, tra generazioni, linguaggi, appropriazioni culturali. Non ci sono
vittime e carnefici così chiaramente definiti, cattivi e buoni come
l’intenzione iniziale dello spettatore forse esigerebbe (sarà stato lui
l’attentatore? è sparito in quanto fuggito?): i confini sono magmatici e
indistinti, bisogna arrendersi alla complessità. I due ragazzi sono rimasti entrambianche dei musulmani. vittime dell’attentato, erano
su quel treno, quella mattina come tante, con tanta altra gente. Inglesi,
arabi, cristiani, mulsulmani. Sono saltati in aria

All’iniziale schematismo interno che la signora Sommers rappresenta (ma perchè mai vuole imparare l’arabo?),
la realtà si impone con la sua irriducibile complessità:
niente è come sembra, niente è semplice a catalogarsi, a impacchettarsi in
caselle che ci rassicurerebbero, che ci conforterebbero con una visione
ordinata del mondo.

L’incontro autentico, la pietra preziosa della storia, è il loro incontro, quello tra la signora
Sommers e Ousmane. Una grassottella donna inglese di mezza età, un pò anonima e
segnata, che cammina al fianco di una sorta di gazzella, di giraffa nera,
elegante nella sua povertà, le lunghe dita sottili e lo sguardo penetrante. Il
corpo traduce, sì, quella diversità che abbiamo detto essere solo apparente,
manifesta.

Il contatto emotivo è quello che forse permetterà che tornino alle loro
terre, alle rispettive solitudini diversi da come ne sono partiti. Tornano a
casa con una perdita, il figlio perduto appena lo si cominciava a conoscere, e con un nuovo bagaglio, un nuovo oggetto, potremmo dire. Due esuli,
in fondo, due migranti che tornano non tanto ad un’anonima, ipotetica casa che
non sentono di avere, quanto alla terra,
alla Natura.

Un lieve richiamo simbolico chiude il film: Ousmane fa tagliare un olmo,
relativamente pacificato, aiutato forse da una cultura, da una tradizione
animistica e millenaria dentro di lui, che gli dice che va tagliato, che bisogna anche "cercare la gioia e non solo il
dolore". La signora Sommers, nella sua isola battuta dal vento, torna a
zappare con rabbia dolorosa il suo giardino, perchè lasciare andare, tagliare
via, per lei è ancora difficile, e la rabbia è una parte integrante, persino
necessaria, lo sappiamo, del nostro lavoro sui lutti. Ciascuno cura, seda le
proprie perdite non solo per come è fatto singolarmente, ma anche per
l’universo culturale, antropologico, che si porta dentro,  sedimentato nelle generazioni. Siamo un
individuo, e siamo una cultura.

Il multiculturalismo, oggi, può porre le persone di fronte a nuove
difficoltà, a scossoni identitari faticosi, incerti, sentiti come minacciosi,
eppure straordinariamente arricchenti, vitalizzanti. Un regista multiculturale
come il franco-algerino Bouchared, ci introduce con grande delicatezza in
questa complicata dimensione: la convivenza con lo straniero. e lo scontro con il proprio,
di cui parla Pontalis.

Ma noi complichiamo ultieriormente la tela degli affetti, poichè sappiamo
che straniero non è tanto o solo chi è diverso (per razza etnia religione), ma
anche chi è familiare, e credevamo di conoscere. Un figlio, un parente. Ma tu, chi sei?

"…Per il resto, è quasi sicuro che questo continente (L’Europa) che
spera ancora in parte nell’isolamento e nella conservazione del suo way of life, sarà coinvolto molto presto
dal meccanismo dei cambiamenti e delle trasformazioni. Come potrebbe essere
altrimenti’ Formiamo tutti un solo corpo,
e non siamo così lontani gli uni dagli altri come sembra; cosa che,d’altro
canto, è sempre una consolazione e uno stimolo…."

 

(T.Mann, lettera a H.Hesse, 1941)