L’ospite inatteso

 

Thomas McCarthy, USA, 2009, 100 minuti  

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Commento di Chiara Rosso  

Nel cercare un filo conduttore tra le tante suggestioni che questo film ci offre mi vengono in mente due espressioni: la sorpresa e la meraviglia.  Ma cos’è dunque la sorpresa? Immaginiamo una persona che cammini per strada e venga distolta dai suoi pensieri, qualcosa cattura all’improvviso la sua attenzione ma non si ferma perché la corrente dei suoi impegni è più forte; lo aspetta l’ufficio, il mercato, la farmacia, l’amante…E la meraviglia? E’ accettare di accogliere il richiamo della sorpresa cioè di sostare. La meraviglia si diffonde sulla scia della sorpresa. Ora, questo film è per l’appunto  sorprendente e ci dischiude tante piccole scene “mirabili” . Pensiamo alla scena musicale del parco, solo per dirne una. D’altra parte che il film ci sia piaciuto o meno e che noi lo riteniamo un film ben fatto oppure no, dobbiamo ammettere che la formula creativa del regista è efficace. Il film tocca i tasti giusti, soddisfa la nostra sensibilità visiva, musicale e narrativa ; è un film che ci intrattiene e che ci intriga, esso solleva quesiti importanti nonchè dolorosi, come quello dell’emigrazione, in particolar modo dell’emigrazione clandestina. E’ un film che narra di cammini diversi, i quali a tratti si incontrano, si intersecano per poi, di nuovo, divaricarsi. E’ innanzitutto la storia di un “disgelo”, se consideriamo come nel corso del film il protagonista Walter, letteralmente, si trasformi. Walter è imbrigliato in un lutto non totalmente digerito, non elaborato diremmo in termini tecnici psicoanalitici. L’algida scena iniziale della lezione di piano ci suggerisce l’ingombrante presenza di una moglie, che  è sì morta ma nel contempo ancora viva e così schiacciante nel suo talento di pianista, da far impallidire il nostro Walter. La sua mediocrità infatti gli viene rinfacciata dall’ implacabile maestrina di piano e più avanti nel film, dal vicino di casa. E non siamo solo di fronte ad un lutto degli affetti, il lutto che “congela” Walter è anche il lutto delle ambizioni, dei desideri e delle speranze. Egli conduce una vita sotto tono e veleggia dunque in una “aurea mediocritas” che rasenta la depressione e si tinge di irritazione. Alla fine di una giornata non memorabile in cui ha dovuto svogliatamente sostituire una collega per la presentazione di un libro  a New York, Walter si reca in un appartamento di sua proprietà dove non entra da mesi. Ecco la prima sorpresa che lo attende: l’appartamento è abitato. L’incontro con Tarek e la fidanzata senegalese è dapprima un incontro traumatico, l’effetto meraviglia si svilupperà col tempo assieme ad un processo di rivitalizzazione di Walter, attraverso l’accettazione di una conoscenza reciproca coi due abitanti che dà l’avvio ad un suo progressivo“disgelo”. La storia di Walter e di Tarek si snoda quindi lungo due cammini speculari; quello di Walter va da una ufficialità grigia e un po’ sbiadita verso la scoperta di un Sé ‘clandestino’ ,ricco e generoso, che emerge a contatto con i suoi nuovi amici mentre il cammino di Tarek, faticoso,  va dalla  limitante clandestinità seppur pienamente vissuta, verso una inevitabile quanto dolorosa ricerca dell’ ufficialità. La scena musicale del parco mi sembra ben rappresenti un  incontro a metà strada tra i due protagonisti: Walter, inizialmente così esitante ed impettito, alla fine si lascia  andare alla tentazione di suonare lo Djembé(tamburo africano) sciogliendosi assieme agli altri.  La musica in questo film è un vero e proprio linguaggio fortemente comunicativo, che sigla l’incontro tra culture diverse. L’antropologo A.De Certau scrive “là dove la mappa divide il racconto attraversa” e qui potremmo dire che è la  musica  che attraversa e  che riunisce i protagonisti. La musica dello Djembè è una sorta di “colonna sonora dell’emigrazione”che se da un lato accompagna la trasformazione di Walter, dall’altro fa da contrappunto all’umano desiderio di Tarek ,così semplice e così difficile da realizzare, cioè quello di” poter vivere la propria vita e suonare lo Djembé” come egli confessa a Walter nel penitenziario.

 

Infine un ultimo punto su cui vorrei riflettere assieme a voi è quello rappresentato dall’intreccio tra clandestinità e identità. L’identità è frutto di una costruzione costante, attraversata da trasformazioni nel corso di un’intera esistenza. All’origine della sua vita il bambino cresce sotto lo sguardo materno o di chi lo accudisce, più tardi l’individuo maturo si confronta con il riconoscimento altrui. Sono dunque necessari due versanti: quello interiore alla ricerca/scoperta di aspetti più profondi del Sé e quello esterno costituito dallo sguardo/relazione con l’altro. Non si può prescindere da uno dei due versanti, sono entrambi necessari. In questo film si evidenzia un paradosso, Tarek ha una sua identità clandestina ben strutturata ma quando viene rinchiuso nel Centro di detenzione del Queens in attesa di ‘giudizio’ se così possiamo dire, la sua identità vacilla, è indagata, ‘perquisita’ , in qualche modo espropriata; manca dunque il versante esterno del  riconoscimento altrui. Tarek è lontano dalle sue origini siriane e non ha ancora un nuovo profilo identitario. Il luogo di transizione del Queens, in cui la sua posizione dovrebbe essere chiarita, si tinge purtroppo di permanenza e Tarek sosta dunque in un non luogo inumano e depersonalizzante. Come sopravvivere? La collera di Walter e la sua veemenza nel tentare di aiutare l’amico nonchè il tenero legame affettivo tra Walter e  la madre di Tarek rappresentano una  di rete salvifica che sostiene Tarek nella sua dolorosa esperienza. Sopravvivere al non luogo vuol dire arredare il ‘vuoto’di una sospensione identitaria con l’ affetto di nuove relazioni, rimettendo in moto una  temporalità bloccata. Per certi versi, un film di Spielberg di qualche anno fa, The terminal tocca un tema simile, quello della improvvisa espropriazione identitaria a cui le vicende della vita posso condurre una persona. In quel film il protagonista sopravviveva cercando di “abitare” più che di sostare nell’aeroporto, investendolo così di nuovi significati.

 

Quanto è fragile l’identità e quante volte l’individuo deve camuffarla per sopravvivere. Una leggenda che avvolge emigrazione clandestina narra che colui che sbarca su un nuovo territorio dovrebbe distruggere i propri documenti di identità per meglio mimetizzarsi con la popolazione nella speranza di sfuggire al controllo, e nel caso  questo avvenisse,  Nessuno ha sempre più chance di chi è qualcuno.  Ma a che prezzo?

 

Buio in sala 2012