Luci d’inverno

Di Ingmar Bergman, 1961, Svezia, 80 min.

commento di Giovanni Deriu

LUCI D’INVERNO del regista svedese Ingmar Bergman (1918-2009) viene solitamente compreso quale secondo film di una “trilogia religiosa”, insieme ai film Come in uno specchio (1961) e Il Silenzio (1963).  Ma perché parlare qui di “trilogia religiosa”, se il film Il Silenzio non ha niente di religioso nel con- tenuto (se non una “irreligiosa” vanteria per un occasionale rapporto sessuale consumato nel fondo  buio di una chiesa)? Il Silenzio, così assoluto nella sua proposizione (cioè: oltre ancora “il silenzio di Dio”) segnala, in realtà, una terminale dissoluzione e dissipazione di ogni oggetto/soggetto di senso, cui prestare “udito”. Giacché quando tutto ciò accade, allora si ha l’assoluto silenzio, o anche solo rumore. Invece poter gridare ancora “per il silenzio di Dio” (Luci d’inverno), significa ancora lavorare per un umano destino nella  ricerca di senso, anche se manca la immediata e soddisfatta certezza dei sensi. Ancora in questo “travaglio” si stra- ziava  “il cavaliere” di Il settimo sigillo (1956) (vera introduzione alla “trilogia religiosa”), davanti al suo e-stremo confessore (prima della Morte): “ma perché, perché non è possibile cogliere Dio con i propri sensi?!”. Ma, ancora, cogliere qualcuno con un senso “non-proprio”, non è però neanche “afferrare” un “oggetto di senso”, da cui insieme essere afferrati, come invece pretenderebbe “il cavaliere” (“Voglio che Dio mi parli”).  Infine però, “l’estremo confessore” indica un’altra via, un altro “metodo”, rispondendogli con l’ interrogativo: “Il suo (di  Dio) non ti parla?”. Cogliere “qualcuno (Dio)”, non come “oggetto” dei sensi e in un “senso non-proprio”,  è allora  possibile solo procedendo “nel senso del soggetto”, che  è il senso di chi si dispone a “udire”.  Esso è dunque un senso che si genera nella “per-sonazione di soggetti”.  Però,  dice  Il Silenzio,  anche quando tale “per-sonazione” venga  co fatica alla luce  e il “chi” venga nominato, tutto questo  può andare ancora dissolto e dissipato nello sferragliare anonimo, nei crocicchi fangosi  di un quoti- diano guerreggiare.  Insomma, anche la più sublime “per-sonazione” (Johan S. Bach)  e il più alto nome (Johan: il nome del figlioletto) possono non avere più “udito” nel  frastornato incrociarsi sulle tante piazze d’armi  già troppo quotidianamente consumate.  Nei film Come in uno specchio  e Luci d’inverno invece  già si era i mostrato  come torni esiziale  il cercare di afferrare  nello sfinimento un “oggetto di senso”, ma an- che come e dove in prospettiva si apra una via alla salvezza  “nel senso del soggetto”.

LA NARRAZIONE  di Luci d’inverno  inizia nell’interno di una chiesa illividita. Dall’altare il pastore  luterano, Thomas  Ericson, pronuncia  le parole del canone per la consacrazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Vista nell’esterno la chiesa è circondata da una distesa di neve e ghiaccio.  Dentro, al- cuni dei pochi presenti , dopo un canto (nostalgico) con l’organo, si accostano all’altare per ricevere dal  ce- lebrante  la comunione nel corpo e nel sangue di Cristo.  La prima a muoversi con slancio verso l’altare è Marta Lundberg, la maestra del piccolo paese di Mittsunda.  Seguono i coniugi Karin e Jonas Persson (la donna è incinta), una donna e Algot Frovik, con forte contrattura di tutto il corpo, sagrestano della  chiesa di Frostnas. Sull’altare incombe un polittico con al centro una grande immagine di un Dio Padre, dalle cui mani pende un Crocefisso con attorno le forme di una Passio Christi.  Le ostie sull’altare hanno stampate e moltiplicate  immagini  di crocifissi. Un grande Crocefisso pende dalla volta al  centro  della chiesa.  Pure sul baldacchino del pulpito si staglia una croce. E un grande Crocefisso invade anche la piccola sagrestia. Dove , ritiratosi dopo la celebrazione, il pastore, raffreddato e con tosse, riceve la visita del sagrestano Frovik, che lo prega mellifluamente di un colloquio. Freddamente il pastore  lo rimanda all’occasione della celebrazione postmeridiana nella chiesa di Frostnas.  Segue la visita della signora Persson, con il marito,  la quale anche chiede al pastore un colloquio. Si dice molto preoccupata per il marito in preda ad una disperata angoscia, con idee di suicidio, per aver  letto che “i cinesi sono imbevuti di odio” e che quanto prima faranno scoppia- re la bomba atomica.  Hanno tre figli e un quarto è in arrivo. Il pastore risponde con parole di circostanza, dall’alto del proprio ruolo:  “Abbiamo tutti le stesse paure. Beh, più o meno.  Affidiamoci a Dio”.  Sentendo queste ultime parole, Jonas  esce di colpo dalla sua assenza e fissa il pastore, che sembra smarrirsi e intuire che né lui né le sue parole sono credibili.  Tentando di avere più credito, cerca allora di porsi al livello di Jo-  nas  (con un’operazione di “self-disclosure”) e confessa: “La nostra vita è fragile e certe notizie possono  turbare le nostre menti. E’ un peso troppo duro. E Dio è lontano. Mi sento così debole. Non so che cosa dire. Capisco il suo turbamento.  Ma bisogna vivere”.  Jonas ora implorando quasi una verità domanda: “Ma perché bisogna vivere?”  Ma il pastore farfuglia appena.  Jonas allora incalza: “Lei è malato, pastore. Non dovrebbe star qui a parlare. Tanto non può risolvere niente”. Il tentativo del pastore (di tentare il tentatore) viene così irriso come patologico.  Il pastore però convince Jonas ad un ulteriore colloquio, dopo aver ac- compagnato a casa la moglie. Andati via i coniugi Persson, il pastore esce nella chiesa vuota, smarrito forse in una sua pur risibile  desolazione. Guarda  sull’altare la figura di Dio Padre che regge il crocefisso e  mor-mora: “che assurda immagine!”. In chiesa entra Marta, che gli porta nel cesto un  thermos di caffè caldo. Thomas  rifiuta con cortesia.  Marta insiste ed entrano nella sagrestia (Martha: “che freddo che fa qui!”).  Thomas si mostra  sconfortato. Marta abbracciandolo e accarezzandolo  in tono un po’ canzonatorio gli  chiede che cosa  lo faccia così soffrire. “Il silenzio di Dio”, dice Thomas.  “Il silenzio di Dio?”, ripete perplessa Martha.  “Il silenzio di Dio” ribadisce Thomas e aggiunge : “Sono venuti Jonas  Perrson e la moglie.  Ho detto un sacco di sciocchezze. Dio non mi assisteva”. Martha gli chiede se ha letto la lettera che gli ha inviato.  Risponde che ce l’ha con sé. Martha un po’ scherzando  gli chiede perché non la sposi. Thomas  è reticente. Martha continua: “Sì, sì lo so. Non puoi sposarmi perché non mi ami”.  Poi però rompendo  l’ironia, ha un accesso di esasperazione: “Il silenzio di Dio!  Dio non dice niente. Dio non parla, perché non esiste. E’ terribile, ma semplice!”. Thomas  risponde con ripulsa allo sfogo di Martha, ai suoi abbracci.  Che va via desolata. Rimasto solo, Thomas è molto inquieto perché Jonas ancora non viene. Prende la lettera di Martha, ma poi dal portafogli tira le foto della moglie morta (“mia cara”, esclama).  Su alcune  è stampata la dicitura “rako-  pia” in svedese (cioè: “copia”).  Prende a leggere la lettera di Martha,  dove essa racconta del suo eczema che, partendo dalle mani (“una piaga purulenta”) aveva invaso tutto il corpo. In particolare, scrive di quan- do,  trovandosi una volta con Thomas davanti all’altare, gli chiese di pregare per la sua guarigione. Ma non  credendo che  Thomas lo facesse con fede, si strappa le bende dalle mani piagate e, stringendo forte i pu- gni,  grida: “Pregherò io,  pregherò io ….   Dio, perché mi hai fatto così infelice …. Perché debbo tanto sof- frire per la mia indifferenza!”.  Martha scrive poi che quella sua straordinaria eruzione (isterica) di preghie- ra con fede aveva portato guarigione  alla sua eruzione (isterica) eczematosa.  Per tutto quel suo racconto, Martha ripete che l’atteggiamento di Thomas  verso la sua malattia, verso di lei è stato sempre (ossessiva- mente) di “disgusto”.  Infine così conclude:  “Thomas, io non ho mai creduto nella tua fede. ….  Sono nata in una famiglia atea.  ….  La tua fede, quando la conobbi, mi sembrò una cosa fosca ed ossessiva”. Terminata la lettera, Thomas si addormenta con la testa sul tavolo. Quando si sveglia, Jonas è in piedi da-  vanti a lui. Con aria sognante mormora:  “Viene a me come in sogno”. Thomas prende subito a pilotare  il  colloquio.  Jonas  è cortese ma negativo nel dargli credito.  Thomas  nel tentativo di tirare Jonas dalla sua parte, fuori da quel suo parossismo nichilista,  ritorna (più  spericolatamente) sulla via dell’autoconfessione  (“Ora mi ascolti, Jonas, Le parlerò francamente”). Gli confessa che quando la moglie morì, la vita gli sembrò finita.  “Non avevo più nessun motivo per continuare a vivere. Ma devo vivere  – dice – non  per me, ma per gli altri”.  Confessa le sue ardenti illusioni  di giovane pastore (“sognavo grandi cose”) (pur essendolo dive- nuto “per caso”), di essersi creato un rapporto con Dio di totale reciprocità (“io e il mio Dio vivevamo in un mondo appositamente fatto solo per noi”),  per un rifiuto  della realtà (“mi rifiutai di accettare la realtà”).  Questa  illusoria simmetria con Dio, sempre  incline a dissolversi, si è reificata nel rapporto di simmetria con la moglie (“solo mia moglie sapeva vedere il mio Dio, lei mi sosteneva , … riempiva il mio vuoto e i nostri so- gni”). Ma anche dopo la fine di questo “sogno”, rimane il “dover vivere”. E pure Jonas deve fare come lui, continuare a vivere nelle rovine del divino. E la sua autoconfessione deve servire per tirarlo dalla sua parte, seducendolo, come tentativo-tentazione in extremis  (“deve capire perché parlo tanto di me, deve vedere che povero rottame, che misera creatura è qui davanti a Lei”).  In queste rovine del divino, nelle quali il pa- store vuole convincere Jonas a continuare a coabitare, sia pure concesso avere sentimenti, pensieri “nega- tivi” su Dio (“tutte le volte che ho messo Dio a confronto con la realtà, l’ho visto diventare feroce, distante e crudele, un mostro quasi”).  Ciò che invece non è ammesso  abbia luogo, è un Dio negativo assoluto,  prin- cipio  del male. Jonas però non vuol più udire, sordo già a ben più forti “seduzioni” (la moglie, i figli). Tho- mas tenta allora disperatamente di argomentare oltre e negare almeno l’esistenza a il “dio negativo” di  Jo- nas: “Se veramente Dio non esistesse nulla avrebbe più importanza”.  Ma Jonas scivola via silenzioso dalla sagrestia. Thomas  appare atterrito dal proprio fallimento, cui almeno riuscire a dare voce (“de profundis clamavi”).  Esce in  chiesa e davanti all’altare, contorcendosi, ha uno sbocco esplosivo di tosse e di pianto. A  Martha,  presente ora nella chiesa e che accorre ad abbracciarlo, dice piangendo: “Ho avuto una lieve speranza”.  Poi però alla disponibilità da  lei espressa di accompagnarlo a Frostnas per la celebrazione del pomeriggio, risponde con un gelido, respingente “no”.  Entra in chiesa una donna e comunica che Jonas  è stato trovato morto vicino alla cascata. Si è sparato un colpo in testa. Thomas  si prepara e con la macchina va là dove ancora si trova il corpo.  Poi Martha lo raggiunge, ma lui le indica imperioso i di allontanarsi. Poche le formalità del caso, giacché, dice il funzionario, “tutti sapevano che soffriva di mania depressiva”.
Thomas accompagna Martha a casa con la macchina. Nel salutarsi le chiede se ha in casa un’aspirina. Mar -tha lo invitta ad entrare perché gli porterà anche lo sciroppo per la tosse. Obiettando sulla presenza della zia, Thomas si ferma nell’aula dove Martha fa scuola.  L’azione di cura da parte di Martha, che gli porta an- che certe “pastiglie della zia”, suscita in Thomas  una forte reazione di ripulsa, dapprima opponendosi, os-  sessivo, con glaciali “no”,  poi erompendo in uno sfogo isterico di espulsione contro l’affaccendamento  in- vasivo (isterico) di Martha, che rimane attonita. Poi esasperato si lancia verso l’uscita. Ma si ferma sulla porta e chiede a Martha se lo accompagna a Frostnas. Prima però fanno tappa dai  Persson per comunicare la morte di Jonas. La comunicazione viene fatta alla moglie dal pastore nel modo distaccato di un funzionario. La donna,   sen- tendo la notizia si accascia, si  stringe un po’ la pancia e dice: “allora sono sola”. Il pastore  offre la  sua ov- vietà: “Diciamo una preghiera insieme?”. La donna è invece consapevole di tutte le sue impervietà: “No, no, grazie. Devo dirlo ai bambini”.  Dall’ombra della strada, nell’andar  via, il pastore vede attraverso la finestra  la stanza illuminata, dove la madre parla ai figli.  Il pastore appare turbato  dalla visione di quella madre che non muove secondo i convenuti e convenienti  meccanismi dell’eruzione isterica, del distacco ossessivo o dell’angoscia pervasiva, ma procede nel senso di una generazione materna.  Ripresa la via per Frostnas, la strada viene però sbarrata per l’attraversamento di un treno. Sullo sfondo di quello  sferragliare Thomas articola parole: “I miei genitori hanno voluto che diventassi pastore”, come se principiasse a intendere, che per andare avanti occorra ripartire da una condizione di sbarramento delle ovvietà,  convenute e conve- nienti,  dell’esistere.
Arrivati alla chiesa, uscendo dalla macchina,  Martha e Thomas appaiono disorientati, spaesati. Martha pe- rò udendo le campane , e come orientandosi, muove verso la chiesa. D’improvviso  si viene preceduti  e in- vestiti da una imago, incommensurabile, della Madonna con il Bambino, che si viene illuminando e che ha posto sull’altare.  Il sagrestano Frovik si mostra mortificato per aver lasciato suonare le campane   “20 se- condi in più”.  Martha va a sedersi in fondo alla chiesa. Thomas va nella sagrestia, dove anche trova luogo una grande immagine della Madonna con il Bambino.  (In questa altra chiesa non compaiono né croci né crocifissi).  Nella sagrestia, il sagrestano, misurando ogni gesto con un’oscura simmetria, inizia il colloquio, di cui aveva chiesto a Thomas la mattina.  Procede avvolgendolo in un lungo monologo, che ha per oggetto “la passione di Cristo”. Non già quella fisica, giacché, dice,  “le sofferenze fisiche non dovevano essere poi tanto terribili   ….   Nel mio piccolo, tutto sommato, fisicamente credo di aver sofferto quanto Gesù Cristo. Ma ha patito una sofferenza molto, molto più grande di quelle fisiche. Egli soffrì di più per il silenzio di Dio”. E anche quando “gridò: Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, e “lo gridò con voce altissima”, “lui restò solo”. Il pastore è come avviluppato dalle parole del sagrestano, che lo piombano in una condizione di eco- lalica simmetria, dove la sera sente ripetute (dal sagrestano),  in una chiusa eco, le parole da lui gridate la mattina  (“Il silenzio di Dio   …..  Il silenzio di Dio”,  “Dio mio perché mi hai abbandonato”).  Il pastore così inchiodato, alla fine appena mormora:  “Sì,sì”.“Il silenzio di Dio” su cui ribatte il sagrestano, e nel quale il pastore deve rimanere così consegnato  è quello della croce, della mancanza di udito da parte di Dio, e non già perché si abbia primitiva difficoltà ad un udi-to oltre la soddisfatta immediatezza dei sensi  (“Il suo silenzio non ti parla?). A questo ulteriore udito appare invece ora tendersi Martha, nel silenzio della chiesa, attenta ad ogni sussur- ro, come in attesa di udire un annuncio. Ed è forse sorpresa che un tale annuncio possa giungerle nella per- sona dell’organista, che entrando nella chiesa, in una sua ebbrezza, le alita alle orecchie arie, richiami no-    stalgici di nuovi paesi (“Vattene via di qui finché sei in tempo”). Giacché, dice, Thomas, che “adesso si tappa le orecchie”, cadute le illusioni,  ha fatto del suo cerchio di teologica tautologia,  con le sue infantili  fila- strocche  (“Dio è l’amore e l’amore è Dio ….”), un vuoto cosmico (“un sudicio buco”) dove rigirarsi inchio- dati alla simmetria (ossessiva)  della croce. Infine le insuffla: “Dammi retta, bambina mia,  scappa via di qui finché sei in tempo”, alitandole  così, anche nella bocca, uno spirito giovane (“bambina mia”).  Dopo aver soffiato ancora un po’, l’organista compare in sagrestia, dove  rivolto al pastore, che ha un’esplosione di fia- to nella tosse,  cerca di smuoverlo,  con spirito di bruciante sarcasmo, verso un finale spaesamento cosmico  (“non sei fatto per questo mondo”). Al sagrestano invece offre uno spirito che abbia anche la forza di una portata fisica (“quanto a me, un goccetto me lo berrei molto volentieri    ….  Che ne dici, Albert?”. Il sagre- stano: “Io, niente”). Nella chiesa deserta Martha, seduta nel silenzio,  udendo l’ultimo annuncio delle campane,  tende testa, o- recchie, occhi, bocca verso l’alto e come intendendo  una trascendente partecipazione, si flette in ginocchio   a terra e così pronuncia: “Se riuscissimo ad essere sicuri ed avessimo il coraggio di mostrare il  nostro affet- to. Se riuscissimo a credere in una verità”. Compreso in una consonanza, si fa presente il volto assorto di Thomas, che “per-sonando” ri-sente e ridice in silenzio le parole “in exitu” di Martha. Ed è scosso da un pro- fondo sospiro.  Il pastore si muove per la celebrazione finale, sotto il sorriso sottile del sagrestano, quasi soddisfatto per il successo della sua tentazione su di esso. E come trionfante fa scattare scoppiettando, con un giro a vite, la serie degli interruttori della luce nella chiesa. A quel segnale l’organista, quasi rispondendo ad una sfida, emette un forte soffio e dà piena aria ai mantici dell’organo.Dall’altare ora il pastore proclama: “Santo, santo, santo  è il Signore   …. Benedetto chi viene nel nome del Signore”.  Nello sfondo, dietro, sull’altare  nel polittico si dispiega la Historia Nativitatis ,  con al centro la imago della Madonna con il Bambino e ai lati,  alla base,  le forme dell’annuncio e della generazione del Verbo.