L’uomo Gallo

Dario D’Ambrosi, 2010, I, 80 min.

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Commento di Silvia Vessella

 

IL
REGISTA

Già quest’inverno Marco Paolini nel suo
spettacolo teatrale "Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute" aveva
affrontato il tema degli ospedali psichiatrici dal punto di vista dei danni che
nel secolo scorso l’eugenetica aveva apportato alle vicende umane, denunciando
quanto scienza e storia in certi contesti possano andare malauguratamente a
braccetto.

Evidentemente un certo ritorno alla medicalizzazione
del disagio sociale e mentale in atto almeno nel nostro Paese, e attribuita
alla situazione di "crisi", ha prodotto un aumento d’interesse di autori
sensibili in tale direzione.

Sta uscendo in questi giorni un film di
Dario D’Ambrosi "L’Uomo Gallo", in cui l’autore e regista attraverso il
racconto di una storia vera, vuole documentare 
ciò che avveniva negli ospedali psichiatrici fino alla legge Basaglia.

La prima proiezione è avvenuta a Roma,
in un cinema storico il "Nuovo Olimpia".

Qui in una saletta con una cinquantina
di posti il regista ha presentato a un pubblico non numerosissimo il suo film,
raccontandosi un po’.

Il soggetto de "L’Uomo Gallo" in Dario
D’Ambrosi ha origine dal ricordo di una foto degli anni ’20, vista all’ingresso
dell’Ospedale psichiatrico "Paolo Pini" di Milano, dove trent’anni fa aveva
trascorso tre mesi, e che ritraeva un ragazzo ricoverato.  Egli così ricorda l’immagine "due spalle
enormi su un corpo che si rastrema come a divenire senza corpo".

La foto ritrae Antonio, un ragazzo di 19
anni handicappato.

D’Ambrosi
trova la sua incredibile storia negli archivi del Paolo Pini di Milano

Il
ragazzo, non riuscendo per il suo handicap fisico ad assumere la posizione
eretta e dotato di scarsa intelligenza, viene rinchiuso dai genitori contadini
nel pollaio insieme alle galline, che impara con gli anni ad imitare in tutto e
per tutto, compresi gli starnazzi comunicativi: quel pollaio diviene una sorta
di attrazione, fino a quando il giovane Antonio non ha un rapporto sessuale con
una prostituta. Solo allora sarà rinchiuso in manicomio. Muore a 19 anni, per
enfisema polmonare dopo aver scoperto, nel contatto con gli altri ospiti del
manicomio, la propria immagine umana.

Il
ricordo di questa foto, dice D’Ambrosi, lo ha accompagnato in questi trent’anni
insieme con un suo interesse per il teatro, che ha praticato muovendosi fra
Roma e New York e con il suo lavoro nel cinema.

Tale
interesse lo ha anche portato ad ideare il "Teatro Patologico", in cui lavora
con ragazzi diversamente abili  qui a
Roma già dal ’92. Da tutto questo il Film.

 

IL FILM

Il film
ha una struttura complessa. Si svolge su due scenari che s’intersecano fra loro
con frequenti rimandi e parallelismi: da un lato un paesino remoto arroccato
sulle montagne della Calabria e dall’altro l’ospedale psichiatrico di
Girifalco.

I tempi
sono quelli del ricovero di Antonio: gli anni ’20, con rimandi agli anni ’70 in
prossimità della legge Basaglia.

La
vicenda è narrata in maniera lievemente surreale.

Ne
risulta una visione nello stesso tempo tenera, affettuosa, come l’occhio del
regista,  e crudele, come sa essere la
vita.

Se vi è
una denuncia è quella del Potere, cui tutti si sottomettono, degenti, medici,
primari.

L’occhio
della macchina da presa viene piegato dallo sguardo dei protagonisti:

– quello
di Antonio, in bianco e nero, uniformante, dal basso verso l’alto;

– quello
della infermiera, dalle labbra rosso-sangue e dagli occhi penetranti, a tinte
fredde come la donna, grigia e distante, in difficoltà con i suoi pochi
strumenti di cura;

– il
mondo variopinto dei degenti sempre più piegati alle leggi dei farmaci;

– i
momenti d’incontro nell’ospedale fra i degenti, con le loro diversità, i loro
tic, la loro inermità, la loro rabbia, che fa assomigliare il gruppo ad un
pollaio.

La
mancanza di risorse curative si risolve in una quotidianità sempre uguale,
ripetuta, reiterata, straniante, che contagia ospiti e personale curante.

Accanto
alla descrizione della vita nell’ospedale si assiste a sequenze di vita
familiare e sociale nel paese di origine di Antonio: una società tribale, un
padre-padrone, autoritarismo, miseria, ignoranza, emarginazione.

Al centro
della narrazione, spesso soli in una stanza, l’Uomo Gallo e l’Uomo che
chiamerei Saponetta, panni che veste lo stesso D’Ambrosi.

I due
opposti che si incontrano. L’Uomo Saponetta, fobico, spaventato dal contagio e
dalle contaminazioni, cede al richiamo improvviso e violento del corpo e della
sessualità repressa.

Il primo
approccio è violento, ma i due finiscono per incontrarsi attraverso la loro
fragilità.

Bella è
la sequenza della scoperta di una possibilità di dialogo.

I due si
incontreranno inventando un linguaggio comune, come cinguettii, pigolii, che
pongono fine alle reciproche solitudini; 
e Giacomo inizia teneramente ad educare Antonio alla parola attraverso
l’insegnamento del proprio nome e inducendolo alla ricerca della stazione
eretta.

Acme di
questa storia verso la fine: il Primario, in una scena onirica, come segno del
fallimento dell’istituzione manicomiale, si uccide urlando "ho fallito la
terapia", mettendo in primo piano il suo dramma umano.

La
narrazione risulta asciutta, Pochi cenni per ogni storia.

Il tema
del calore e del corpo attraversa il film per sottolinearne la mancanza oppure
per accennarne una qualche presenza, mentre sempre se ne evidenzia il bisogno
profondo.

Quello
del calore, delle richieste sensuali, a volte agite con richieste o assalti
sessuali, appare con grande evidenza come una necessità di prossimità e
accudimento (i richiami ad elementi materni sono molteplici) senz’altro carente
nella struttura psichiatrica.

Anche se
il film finisce con la ripetizione desolante del suo inizio, quello
dell’incontro attraverso il linguaggio dell’affettività appare il messaggio di
speranza per il futuro del regista nei confronti del tema del disagio psichico,
non so quanto consapevole, e una delle possibili chiavi di lettura. Pensare
allo strumento primo dello psicoanalista è naturale e apre alla prospettiva
psicanalitica.

Tutto
sommato è un buon film, di buona fattura, affrontato con sguardo asciutto, che
non cede al sensazionale e agli aspetti più violenti.

La regia
s’infila nelle pieghe dei personaggi e della storia con affetto partecipe e
lascia un segno forte in chi vede il film.

La storia
si avvita con sequenze ripetute ed esasperanti che suggeriscono i rischi di
straniamento dell’uomo, se posto all’interno di maglie rigide, troppo strette e
vincolanti, dove non trova posto l’espressione e magari l’elaborazione della
propria diversità.

Il film
si segue con piacere e interesse dall’inizio alla fine e ti accompagna per un
po’ quando esci dalla sala.

 

16 maggio
2011