Mia madre – 1

di Nanni Moretti, I-Fr-G, 2015, 106 min

commento di Amedeo Falci

IL METACINEMA DI MORETTI

APICE(LLA).
Alcune riflessioni sul cinema di Moretti, nello sfondo più generale del cinema italiano.
Penso che “La messa è finita” (1985) sia presumibilmente l’apice maturativo di tutta una prima fase del cinema morettiano. Vertice culminante e consacrazione autoriale di una sorta di ‘Bildungsroman’ del personaggio Michele Apicella, seguito lungo la sua formazione sentimentale e politica a partire dal quasi amatoriale “Ecce bombo” (1978).
“La messa è finita” era un sofferto film con un ripensamento generazionale autentico (quanti altri film italiani lo hanno fatto?) su un lungo ciclo di rivolgimenti drammatici per la storia sociale e politica del nostro paese. Una riflessione, soprattutto, sui dispersi e i reduci ‘che avevano sbagliato’, dalla visuale di un personaggio insolito per il cinema attuale. Un prete di marginalità sociali e geografiche, Don Giulio, temporaneamente in famiglia, a Roma, in procinto di ripartire per lontano ‘dove c’è un vento che fa diventare pazzi, e dove c’è gente che ha bisogno di un amico’.

DOPO L’APICE.
Poi, una graduale discesa verso valle. Uno stiracchiato “Palombella rossa” (1989). Il sussulto creativo di “Caro diario” (1993), a partire da gravi eventi personali. E, a seguire, due opere ‘uniche’, con nuovi contenuti narrativi. “La stanza del figlio” (2001), con un post Michele Apicella professionalizzato, ‘adultizzato’, alle prese con la perdita ed il lutto. E “Il caimano” (2006), in cui, in un ruolo inabitualmente per lui secondario, ma inquietante e ‘profetico’, Moretti riusciva a reggere un continuo registro paradossale e drammatico per tutto il film.

HABEMUS PAPAM.
Nella recensione di “Habemus papam” (2011), su questo stesso sito, segnalavo, tuttavia, alcuni limiti evidenti dell’ultimo cinema morettiano. Malgrado un soggetto cinematografico del tutto unico (la rinuncia al Sommo Soglio da parte di un Papa angosciato e depresso), non aiutato da una sceneggiatura sempre adeguata, il nostro autore non riusciva a trattare coerentemente lo svolgimento drammatico, interrotto qua e là da cambiamenti di registro che, dal paradossale, viravano al quasi comico divertente. Nuoceva anche, probabilmente, al film quell’impossibilità di Moretti di staccarsi da certi tratti idiotipici di Michele Apicella, che già caratterizzavano la filmografia precedente come siglature dell’autore. Mi riferisco a quelle marcature del personaggio, come ossessioni, stereotipie, isterismi, ubbìe, simpatiche nevrosi tardo adolescenziali, capriccetti e tormentoni indimenticabili – come l’irrinunciabile Nutella, ‘D’Alema … dì qualcosa di sinistra’, ‘Sacher-Torte’, ‘uno splendido quarantenne’, ‘continuiamo a farci del male’, la tirata su zoccoli olandesi, espadrillas, pantofole e ‘ogni camminata una scarpa’ (“Bianca”, 1984) ed altro ancora –.

‘COMMEDIA ALL’ ITALIANA’?
Queste ostentate esternalizzazioni di un personaggio ‘isteroide’, scontroso, pedantemente moralista, progressista, ma amabilmente conservatore, nostalgico delle certezze (anche politiche) del mondo di ieri, in controtendenza alla deriva volgare e massificata del mondo, erano andate diventando, nel corso della sua filmografia, messe in scena di un continuo, iper-egotico, film sulle proprie simpatiche ‘caratteropatie’, spostando il suo stile espressivo paradossale verso effetti decisamente comici.
Forse un nuovo particolare genere di commedia all’italiana, sintonizzato con un certo pubblico certamente più raffinato, colto e in grado di ‘dire qualcosa di sinistra’.
Certo, un imprevedibile esito per un giovane regista che ai suoi esordi sarcasticheggiava: «… Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?». Già, appunto. Di Alberto Sordi certo no, ma di Michele Apicella forse sì. Consideriamo le cadute di regia in “Habemus papam”. Vedi l’intervista psichiatrica al Papa, coram Cardinalibus!, girata in registro comico più che assurdo e grottesco. E bastano poche battute ed espressioni dello psicoanalista Brezzi-Moretti per fare precipitare il viraggio. Vedi tutto il repertorio di fisime, sempre dello psicoanalista Brezzi, che divertono, ma che fanno perdere credibilità al personaggio. Fino all’incredibile, e fuori grazia di Dio (è il caso di dire), e fuori contesto, torneo di pallavolo tra i prelati, che appartiene agli inserti sportivi tanto amati da Apicella, ma che distrae dalla fabula. Quindi un materiale da commedia, se non quasi farsesco, che disperdeva e faceva deragliare tutta la tensione drammatica del film preparata dall’urlo disperato del Papa.

DOUBLE IDENTITY
Diversamente, in questo “Mia madre”, Moretti scambia i ruoli. Affida il ruolo del personaggio ex-apicelliano, nevrotico, insicuro, affettivamente inibito, alla Buy, che non a caso impersona una regista. Riservando a se stesso il ruolo secondario del figlio compassionevole, accuditivo, serio e rigoroso. Tocca quindi a ‘Margherita’ mettere in scena i copioni caratteriali. Come non riconoscere Apicella nelle apparentemente autolesionistiche, ma proprio per questo narcisisticamente esaltanti, battute della Buy, tipo «il regista non è che uno str****», e «non dovete fare tutto che vi chiede il regista… dovete dirgli di no»? E come non vedere il compiaciuto Amor-contorto filiale apicelliano nella scena in cui ‘Margherita’, constatato che la madre rischiosamente guida ancora l’auto, non solo le strappa la patente, ma, dinnanzi ai suoi occhi, le distrugge l’auto contro un muro? Gesti di ‘cura filiale’ che, nella loro brutalità, la dicono lunga su ‘role reversal’ che costringe questi figli apicelliani (prima Michele, ora ‘Margherita’) a questa ‘narcisistic parentification’, a questa identificazione patologica con il perfezionismo parentale idealizzato, che rende questi figli rigidi, ipoaffettivi, severi, moralisti, punitivi, incapaci di vero accudimento.
Ecco il cuore della finzionale, solo finzionale, psicopatologia apicelliana che si spalma attraverso una lunga filmografia. Quindi, sei proprio tu Michele, non sei mai scomparso. Ancora un film autoscatto sulla tua compulsione rigida, intransigente, ambivalente, come rovescio ‘negato’ della tua rappresentazione della pietà per ‘la madre’. E, di converso, la Buy ha degli occhi così buoni, innocenti, che è palesemente incapace di concepire pensieri intenzioni e sentimenti che rivelino alcuna traccia di cattivo carattere. Quindi malgrado i suoi sforzi non riusciamo a crederle.

COMMOZIONE O DOLORE?
Certo, un tema come questo genera intenso contagio emozionale. Chi non ha avuto dei lutti personali? Ai tempi de “La stanza del figlio”, in molti dicevano che un film del genere… sulla scomparsa di un figlio… proprio non se la sentivano di andarlo a vedere! È cosi… Ma, un’operazione artistica non è provocare un’emozione immediata, ma dire qualcosa in più che resti. In realtà, malgrado il programmatico intento di un’opera sul dolore della scomparsa della madre, il film non riesce a convincere, non suona autentico, appare forzato, inadeguato a rendere quel marasma di ricordi, rancori, pentimenti e rimorsi un figlio/a di fronte alla morte di un genitore. Funziona semmai sul facile passaggio commotivo, non sulla resa del dolore. Non riesce soprattutto in quel qualcosa di più, che forse sarebbe stato la risoluzione drammaturgica delle ambivalenze, dei doppi personaggi, delle doppie identificazioni, dei doppi funzionamenti della personalità che rimangono semplicemente contemplati sono alla fine.

UNA STORIA SEMPLICE
Perché, al di là delle risonanze luttuose personali, la storia del film sembra troppo semplice e già mille volte raccontata. Conoscendo la competenza cinefila di Nanni Moretti, ci si chiede che ne abbia fatto della tanta filmografia che avrà potuto assimilare su questo stesso tema. Penso a tanti, tanti film. L’unico che mi viene subito in mente è “Madre e figlio” di Sokurov (1997). Impietosamente e cattivamente, direte voi. Non esattamente.
Il punto è: come può un uomo di cinema cha ha assorbito tanto cinema, realizzare un’opera così filmicamente, ed apparentemente, semplice, troppo semplice, tanto da apparire (forse) quasi povera, e con un linguaggio così televisivo? O dovremmo invertire la prospettiva, e pensare che Moretti sia molto più sottile e che l’apparente piattezza sia un dispositivo sofisticato?

UN FILM NEL FILM
Concentriamoci allora sull’espediente narrativo principale del film.
Il metacinema: un film su un altro film in lavorazione. In genere serve a esplicitare le riflessioni dell’autore sul cinema stesso. O a disoccultare le finzioni di realtà che i film non dimostrano. O serve da sottotesto che accompagna il testo (il film) ufficiale. O dovremmo ammettere che – come già in “Sogni d’oro” – è solo ‘retroscena’ del film in lavorazione. Ma se fosse solo retroscena, non se ne coglierebbe il senso di opposizione complementare all’altro asse narrativo principale: la mamma che muore. Dobbiamo allora sospettare che il film nel film sia un’intenzione narrativa che si potrebbe declinare in vari sottotesti.
La spaccatura dell’autore tra impegno artistico e affetti familiari? Una crisi nella militanza politica e cinematografica, quando gli affetti fondamentali sono in pericolo? (in effetti il film in lavorazione è approssimativo, pieno di impedimenti ridicoli, il plot è schematico e ideologico, la troupe arranca, e la regista è scontenta di sé e del suo lavoro.)
Oppure un monito sulla impossibilità di fare del cinema, perché ogni film è una ripetizione del già noto, un déjà vu, e sostanzialmente non c’è più nulla da dire, e ciò che conta è solo il ripiegamento sul privato? Forse il film, dietro il tema della madre morta, intende parlare dello sfilacciamento e della depressione creativa del suo autore. Morte del cinema, cinema morto: ciò che resta e che vale è solo raccogliersi intorno alla morte dei propri cari, tentarne una memoria, trattenere Tacito e Lucrezio, trattenere l’Antico valido che non sapemmo capire.
Se così fosse, allora il film di Moretti andrebbe valutato in controluce. Attraverso una messa in scena povera, e un storia troppo semplice, quasi piatta, forse scialba, Nanni Moretti sta parlando della crisi come cineasta, dell’effimero e del ridicolo del cinema (il film pretenziosamente ‘politico’ e l’ attore americano), e che nulla è comparabile con la terribile serietà della scomparsa delle persone amate. Che è poi prefigurazione della nostra stessa scomparsa. Certo una lettura che rivaluta l’apparente modestia del film capovolgendola in una interessante operazione di metacinema morettiano.

CINEMA DEL PARADOSSALE…
Di sicuro la rappresentazione del dolore dei propri cari scomparsi è una prova espressiva difficile per l’autore. Bisogna riconoscere che la sua cifra caratterizzante non è mai stata la scelta di lavorare sugli stati emozionali interni dei suoi soggetti, sui contrasti dell’anima, sulle pieghe della psiche. Moretti lavora sul grottesco, sulla paradossalità delle situazioni umane e sociali. Lavora sugli scarti tra (falsa) coscienza collettiva e coscienza morale del singolo. Magari più che un autore etico, che lavora sulla frontiera tra ciò che è bene e ciò che è male, Moretti ha dato vita, appunto, al personaggio di un moralista disturbato ed indispettito dalla piega inevitabilmente globalizzata e non raffinata che ha preso il mondo, in cui cerca di sopravvivere restando rigido, giudicante e punitivo. Confrontate, ad esempio, il modo in cui Truffaut ha disegnato lungo molti suoi film, con affetto ed leggerezza, l’etica, anche gaudente, del suo alter-ego Antoine Doinel, con il modo gravoso di ‘iperserietà nevrotico-compensativa’ (non esiste nei manuali!!!) con cui Apicella è raccontato dal nostro. Moretti ha in fondo avuto mano felice nel creare un personaggio (nuova maschera? neo-commedia-dell’arte?) dei nostri tempi: un Michele Apicella figlio di una sana borghesia colta, ex studente movimentista, poi ‘di sinistrissima’, ma anche poi, conservatore, reazionario ed antimoderno, Unico, non di massa né per le masse, molto misantropo (lievemente misogino), che non capisce come va il mondo, che vorrebbe stare sempre a fare il figlio di casa, tra babbo e mamma (soprattutto mamma), e non capisce perché le coppie prima si amino e poi si lascino (“Bianca”).

… NON DEL DOLORE
Ma non chiedetegli di rappresentare i famosi ‘scavi interiori’. Avrà assimilato molti film, Nanni Moretti, ma non quelli dove si sapeva rappresentare malattia angoscia dolore e perdita. Per questo ancora il film non appare del tutto convincente. Si smarrisce in questo incessante andamento oscillante tra set cinematografico ed ospedale, fino alla fine, senza che riuscire a dire nulla di nuovo sul dolore. Ma a riflettere, Moretti è stato decisamente più coraggioso ne “La stanza del figlio”. Certo, lì l’osservazione degli eventi era dall’esterno, lavorava sulle scene di famiglia, sul padre al lavoro (perché era ben giocata la contrapposizione tra occuparsi dei pazienti e (non) occuparsi del figlio), giocava sulle anticipazioni dell’evento tragico, ma infine riusciva ad approdare al ritratto di un dolore muto.

SENZA SOLUZIONE
Questo oscillare senza soluzione drammatica sta anche nella contrapposizione (o dovrei dire ‘scissione’?) netta tra un fratello in contatto ed accuditivo, ed una sorella evitante, rigida, con ‘deficit di accudimento’ (vedi “Habemus papam”) che punisce la madre e ne nega al contempo la morte, Moretti non riesce a cucire l’ambivalenza tra idealizzazione e rancore, e conclude sconsolatamente che le morti avvengono senza che nessuno cambi. Che è anche il dubbio su chi scegliere e che cosa ‘diventare’. Essere ‘il figlio che perde la madre’? O essere ‘la madre e identificarsi con la sua autorità e perfezione e negare la morte?’

FILM, FICTION?
Allora restiamo in pericoloso dilemma tra una raffinata operazione di metacinema – lo scialbore del film è solo apparente e prova di raffinatissimo sottotesto – e un’operazione con un linguaggio talmente semplice e piatto da apparire televisivo. Film a tema dichiarato. Personaggi dai contorni chiari e prevedibili. Logiche sentimentali e situazioni emozionali basilari in cui tutti possiamo rispecchiarci. Piani di ripresa e immagini senza particolari ricerche ed invenzioni. Come, del resto, in tutto il cinema morettiano, che non è mai stato un cinema di immagini, ma solo di situazioni e di testo. Confrontare, per credere, l’abissale distanza tra il cinema parlato di Moretti ed il cinema di immagini di Sorrentino.
Grigiore (apparente?) di “Mia madre”, riscattato tuttavia da due intense scene di un vero cinema. La scena della Buy che oniricamente ripercorre a ritroso la lunghissima fila davanti il Capranichetta, e ritrova se stessa, ragazza, a dire sempre le stesse cose di oggi al fidanzato di allora.
E la bellissima ellissi finale (ma dovrebbe dirsi ‘aposiopèsi’: quando la sospensione di parole, e immagini,dice tutto) sulla morte della madre. Piano figura intera sulla madre morente a letto, prospettiva dai piedi (classica citazione del ‘Cristo morente’ di Mantegna, ma già Pasolini in “Mamma Roma” (1962), ed anche ne “Il ritorno” (2003), di Zvjagincev, vincitore del Leone d’oro alla 60ª Mostra Cinematografica di Venezia), respiri preagonici, poi buio, chiusura di scena, poi mezzo primo piano su figlia e mamma da viva, «…mamma… a che pensi?», «… a domani». Perfetto.

FINIS VITAE, FINIS ARTIS
Certo è sconfortante formulare questi dubbi su un autore così amato e così seguito da almeno due generazioni. Un autore, bisogna dire, che rimane abbastanza enigmatico nelle sue intenzioni e capacità filmiche. Perché attualmente – sarà per oscurità ‘caratterologiche’ , o sarà per difficoltà creative – non riusciamo più a capire esattamente dove vada la poetica di Nanni Moretto. Un ex-enfant gâté, un ragazzo viziato dall’amore e dalla preferenza di un suo pubblico, ormai in crisi ispirativa e artistica? Un raffinato autore che sta parlando in sottotesto cinematografico della crisi del cinema, della centralità dei valori familiari, della sua crisi umana e creativa, e delle sue riflessioni sul ‘finis vitae’ (o ‘artis’)?
Ecco, personalmente mi trovo incerto e non riesco a decifrare. Come per qualche autore letterario, o per qualche teoria filosofico-scientifica, o qualche ideologia politica, sarebbe amaro chiedersi dopo decenni di ammirazione e devozione: ma ‘dove’ abbiamo sbagliato? ma ‘come’ ci siamo sbagliati?

CINEMENTE
Eppure Moretti gode sempre del successo e di grande risonanza mediatica. Ma tale clamore getta tuttavia un alone di oscurità su decine e decine di altri giovani registi del cinema italiano,con talento e capacità creative, che fanno fatica a far produrre i loro film e a trovare distribuzione e pubblico. Proprio per rimediare a quest’ombra menzionerei, meritoriamente, il concorso per il premio ‘Gradiva, opera prima. SPI/Cinemente 2015’, per la migliore opera prima di giovani registi italiani, affidato ad una giuria coordinata dal nostro collega Fabio Castriota. Giuria che ha infine premiato, nel marzo u.s., “Miele” della Golino. Mi pare una doverosa azione di giustizia ed egualità cinematografica ricordare brevemente questi altre opere e questi altri registi di un altro cinema italiano. “L’ arte della felicità”, di Alessandro Rak; “La città ideale”, di Luigi Lo Cascio; “Miele” , di Valeria Golino; “Salvo”, di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia; “La variabile umana”, di Bruno Oliviero; “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfranco Diliberto; “Tutto parla di te”, di Alina Marazzi; “Zoran”, di Matteo Oleotto; “Piccola patria”, di Alessandro Rossetto; “Più buio di mezzanotte”, di Sebastiano Riso. A cui aggiungerei, a titolo personale, da vedere assolutamente, “Anime nere”, di Gioacchino Criaco, e “L”arbitro”, di Paolo Zucca.

SCRIVERE UN FILM
Ritornando ad un bilancio del film, rimangono inspiegabili le carenze di sceneggiatura: una scrittura debole, incapace di curare gli sviluppi narrativi. Ed è una fragilità cronica nel cinema di Moretti. Molte scene sembrano messe lì senza cura delle logiche evolutive del testo e dell’intreccio. Che senso ha la scena in cui la Buy si trova la casa allagata e tenta maldestramente di rimediare? Per far sì che andasse a dormire a casa della madre, evidentemente; ma era così necessario costruire una scena senza seguito? Che senso ha la scena in cui la Buy, mentre verifica delle location del film in una zona periferica di capolinea di bus, convoca lì il suo ex compagno per discutere sconclusionatamente con lui al tavolo di un bar, che, a sua volta, sembra sorto dal nulla? Che senso ha nell’economia del racconto la scena in cui Margherita cerca invano delle bollette di pagamento della madre e scoppia in lacrime? Che senso ha mettere in scena il progressivo insanabile conflitto tra Turturro e la troupe, quando poi questo non evolve nell’intreccio, e tutto finisce a tarallucci, vino e ballo?

PROVE D’ATTORI
Un’ultima parola sugli attori. Di Moretti abbiano già detto. Non si riesce mai a dimenticare che è Moretti. Sarà questo che voleva dire la regista Buy (leggi Nanni Moretti) ai suoi attori, nel film dentro il film, quando raccomandava che bisognava che si vedesse sempre l’attore accanto al personaggio? In effetti, non dimentichiamo mai che sono proprio loro, Moretti e Buy. Di quest’ultima, non dovremmo forse ricordare che quello stesso sguardo, e quel volto pulito e attonito, che ci piacciono tanto, sono, forse, ormai uno stereotipo costante in tutte le sue performances, che ne compromette la versatilità interpretativa?

LA MADRE MORTA
Giulia Lazzarini è una magnifica attrice che ricordo dalla mia infanzia in innumerevoli sceneggiati TV. Delle memorabili Fantine e Cosette ne “I miserabili”. Poi tanto Ibsen, con Strehler. Ma è stata, purtroppo, sempre particolarmente noiosa e con vocazione (nei ruoli!) particolarmente afflittiva e vittimaria (Fantine, Cosette, Nora di “Casa di Bambola”, non so se mi spiego!). In questo repêchage dei migliori attori di prosa del secolo passato, ha avuto miglior fiuto Emma Dante, che, per il suo “Via Castellana Bandiera” (2013), ha ripreso l’intensissima Elena Cotta (era la ‘vecchia’), anche poco più anziana della Lazzarini, ma infinitamente più vitale, combattiva, disperata, e meno mortorio televisivo. Tuttavia Moretti si era già cimentato con ‘la Madre’. Certamente in “Aprile” (era la prof.ssa Apicella Moretti in persona!), e in “Sogni d’oro” (la madre del coccolone Freud di Remo Remotti). Ma il migliore riconoscimento alla figura della ‘Madre’, Moretti l’aveva già fornito in una prova superba de “La messa è finita”, con la grande Margarita Lozano (di origine spagnola, l’avevamo già vista, nientemeno che in “Viridiana” (1961) di Buñuel, in “Per un pugno di dollari” (1964) di Sergio Leone, nel famoso “Diario di una schizofrenica” (1968) di Nelo Risi, e in “La notte di San Lorenzo” (1982) e “Kaos” (1984) dei fratelli Taviani). La Lozano, ne “La messa è finita”, è la madre di Don Giulio, madre suicida per l’abbandono da parte del marito, e dinnanzi a cui, nel letto di morte, il prete-Moretti tiene un monologo di grande intensità. Scena di tragicità solenne che rende la presenza scenica della Lazzarini, qui, semplicemente una “piccola anima sospesa”.

DANCING
Ma il voto più alto, infine, e lo immaginate, spetta al vero grande attore. Tirato chissà come in questo film, con improbabili baffi (ma quando mai un imprenditore, e statunitense, porta i baffi?), gli tocca giocare, e giustamente sopra le righe (qua, è stato bravo Moretti), tutte le caratteropatie mattacchione, le cialtronerie degli attori, l’ipervitalitalismo esaltato degli americani a Roma, il palese disinteresse al film nel film («this is a shit movie!»). Ma tutto gli è perdonato quando, nel party della troupe alla conclusione del film nel film, improvvisa (?) una danza, tra tarantella, tammuriata e non so che altro, insieme alla signora Pina (tiro a indovinare), la guardarobiera in carne, che è in carne, ma si capisce che sa ballare (e si toglie anche vezzosamente lo scialle!). Questo non salva il film, miracolo che riuscì solo a Michel Piccoli per “Habemus papam”, eppure regala la terza scena di vero cinema a questa pellicola. Una grande improvvisazione, un grande pasticcio di danza, ma un grande dono di grazia di un grande animale di cinema, che non saprà ballare, ma sa bene come si ‘porta’ il proprio corpo. Un tocco magico, una vitalità contagiosa, che solo per un attimo dà un accenno di volo ad un film incerto e greve, e fa sperare che possa decollare, o almeno essere dirottato da un atto di pirateria attoriale verso un’altra caratteropatia, magari cialtronesca, ma almeno simpatica creativa e che ti concilia con il mondo. John Turturro Apicella.

Aprile 2015