Mia madre – 3

di Nanni Moretti, 2015, I-F-G, 106 min

Commento di Giovanni Foresti

La ricognizione del dolore

Per la generazione cui appartengo Nanni Moretti è un compagno di strada, un amico di lunga data molto complicato, un fratello maggiore difficile e severo, ma intelligente, lucido, attento.

Qualche volta semplicemente geniale (come ne La messa è finita che, dopo Io sono un autarchico ed Ecce Bombo, era un’idea poderosa), in alcune circostanze sa diventare persino profetico (Il Caimano, Habemus Papam) e spesso è affettuoso, anche se in un modo strano e tutto suo: spigoloso, caustico, apparentemente cattivo.

Senza voler proporre alcuna ipotesi ermeneutica (“No! Il dibattito no!!”), ma con l’idea di illustrare con molta onestà e chiarezza come la penso, come lo vedo – o forse meglio come la/lo sento – ecco le mie considerazioni (poche).

Premetto di aver spesso associato il sistema-personaggio costruito dai film al personaggio centrale de La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda: Gonzalo Pirobutirro. Mi fanno tenerezza le sue collere. Mi pare di capire quale sia il dolore che le alimenta.

Fine della prima premessa.

Seconda premessa.

Sono andato a vedere Mia Madre in un momento difficile. Molti lutti importanti nelle settimane precedenti e altri della stessa serie (la materna) che sono lì incombenti: imminenti. Pochi minuti prima di uscire, una Collega che ha visto il film mi scrive un sms: “Portati i Kleenex”. Mentre siamo per strada la moglie si raccomanda con ironiche premure condivise con le figlie e mi ammonisce: “Mi raccomando… Se ti metti a russare ti sveglio”.

So che doserò il dolore con cui fare i conti. So che mi verrà da piangere, immagino che mi seccherà darlo a vedere e prevedo che mi rifugerò nel dormiveglia. Infatti succede. Lì dov’ero quando ho visto il film, mi è parso però di capire una cosa. Ne ho parlato a mia moglie e poi ho telefonato a Goisis. “Senti Roberto, adesso ti dico cosa ho capito. Tu dimmi se è una cretinata… ”.

Fine della seconda premessa.

Mi è parso di capire bene la battuta enigmatica e che viene ripetuta almeno due volte (se nella terza non ero altrove): la battuta con le raccomandazioni à la Brecht date dalla regista all’attore: devi stare accanto al personaggio.

Penso che il nostro amico Nanni stia meglio. Non è più furibondo come Gonzalo Pirobutirro. Penso che la cognizione e ricognizione del suo/nostro dolore abbia prodotto i suoi effetti. Ipotizzo che il suo personaggio – il personaggio che ha sempre interpretato per noi – si sia riorganizzato radicalmente e definitivamente.

Nanni ha un miglior rapporto con il proprio sistema di riferimenti emotivi interni. Non è vero che abbia delegato (gli shrinks dicono ‘proiettato’) alla figura della regista la parte collerica e cattiva di sè. Penso che il lutto abbia prodotto una capacità di distacco (recul dicono i francesi; disidentificazione è il vocabolo degli psicantropi) e un dialogo interiore che prima era impossibile.

La prima femminista militante del movimento analitico, Janine Chasseguet-Smirgel (morta anche lei poco tempo fa: che dispiacere sapere che she is no more here around), diceva spesso che gli esseri umani se la devono vedere per tutta la vita con due differenze essenziali: quella fra maschio e femmina e quella fra adulto e infantile.

Credo che i dialoghi fra Nanni Moretti e Margherita Buy dimostrino che diventiamo più saggi (cioè che migliorano i nostri rapporti fra l’adulto e il bambino) quando riusciamo a far dialogare la parte femminile e quella maschile del nostro sistema di riferimenti emotivi (le due linee di identificazione che ci permettono di costruire l’identità).

Siamo costretti a diventare più saggi, quando non abbiamo più una madre e un padre e dobbiamo diventare noi un po’ madre e un po’ padre.

Si tratta appunto di riuscire a stare accanto a questi personaggi.

No, questo non è un dibattito inutile. Questi dialoghi non sono delle c******, come urla John Turturro. Questi dialoghi vanno riascoltati. La cognizione deve proseguire. Tornerò a vedere il film. E poi comprerò il dvd e lo rivedrò e rivedrò e rivedrò. Sperando di imparare.

Aprile 2015