Microbo e Gasolina

Regia di Michel Gondry, 2015, Francia, 103’

Recensione di Gabriella Vandi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Daniel, chiamato da tutti Microbo perché è esile e non dimostra i suoi quattordici anni d’età, è un ragazzo introverso, innamorato segretamente di Laura, una sua compagna di classe. Ha la percezione di un sé fragile; è dotato di una grande sensibilità che lo espone alle derisioni dei compagni, bulli e sbruffoni, che lo accusano di “fare sempre il serio”.

La serietà di Daniel sembra in realtà coprire un disagio più profondo, legato al delicato compito evolutivo che riguarda la sua individuazione.

Il regista Michel Gondry ci mostra, fin dalle prime sequenze del film, un adolescente angosciato che fatica ad addormentarsi e si dondola ritmicamente, quasi per trovare sollievo nella ripetizione ossessiva del movimento.

Il giovane riesce a comunicare al fratello la sua paura di morire. Quest’ultimo lo rassicura come può e gli suggerisce di cantare. Daniel esprime il suo urlo, la sua angoscia di morte, attraverso il disegno di cantanti che gridano a squarciagola le loro emozioni. Il giovane Daniel si confronta con l’inevitabile senso del limite e della precarietà umana e si percepisce il suo tentativo di dare un senso alle domande esistenziali della vita. Cerca nel fratello e nella madre un possibile conforto.

La mamma, una donna insicura e problematica, proietta in lui le sue riflessioni escatologiche, amplificando le angosce del figlio intorno alla morte: “La morte non è la fine, è come una sorta di liberazione”, sembra volerlo rassicurare. “Il corpo è solo un involucro di cui ci sbarazziamo!” “C’è una forza divina”. La madre stenta a trovare una strada ed è risucchiata dall’incertezza del figlio e da uno smarrimento che, in fondo, appartiene prima di tutto a lei.

È una donna depressa che non riesce a contenere le angosce del figlio, le assorbe e le amplifica; gli propone un libro dal titolo L’anima e l’universo e lo invita a una conferenza su Dio, incapace di offrire una presenza affidabile e di differenziarsi dalle domande esistenziali del ragazzo.

Nella vita di Daniel si percepisce la mancanza di adeguati punti di riferimento: il padre è un genitore poco presente, al contrario della madre che appare senza limiti e intrusiva.

Il fratello, che potrebbe rappresentare un possibile modello d’identificazione, è in realtà un ragazzo in cerca della propria identità, ribelle e trasgressivo.

Daniel sente tutto il peso delle sue paure e del delicato momento di trasformazione adolescenziale che lo attraversa nel corpo e nella mente e che lo fa sentire diverso dagli altri compagni: “Non voglio essere diverso, anzi sì!”, comunica alla mamma, ammettendo il proprio conflitto rispetto al desiderio e alla paura di essere diverso, di percepirsi cioè differente, differenziato dagli altri.

Per Daniel, come per ogni adolescente, essere qualcuno, diventare qualcuno implica un delicato processo di soggettivazione (Cahn, 2006) attraverso il quale acquisire gradualmente un “senso d’identità” e prendere coscienza della propria esclusiva diversità; si tratta di un lungo percorso verso la differenziazione.

Il film affronta, in una maniera originale e creativa, quella delicata fase della vita in cui tutto cambia rapidamente, lasciando nel soggetto un profondo senso di spaesamento. L’adolescenza, tuttavia, non è una malattia, ma una stagione della vita; è uno straordinario periodo fatto di turbolenze e di grandi sconvolgimenti identificatori, un insieme complesso di trasformazioni psicofisiche, un crocevia di movimenti intrapsichici e interpersonali. Secondo Novelletto (1991, p.57), l’adolescente si trova “al quadrivio fra le comunità dei bambini, quella degli adulti, quella dei coetanei e l’isolamento”.

Il regista offre allo spettatore uno squarcio su questo delicato passaggio della vita, attraverso una storia realistica e onirica allo stesso tempo.

Daniel vive un momento di crisi adolescenziale. L’etimologia stessa della parola greca κρίνω (che significa separare, scegliere), richiama il difficile compito evolutivo che il giovane protagonista si trova ad affrontare; vive infatti un malessere, un disagio legato al proprio cambiamento. È un momento ricco di potenziali evolutivi, ma carico di tensioni e di rischi di perdita, connessi al cambiamento stesso. La crisi di Daniel, come altre crisi adolescenziali, implica una vera e propria trasformazione identitaria.

Non si riconosce nei vari cambiamenti in atto; si sente triste perché le amiche che frequenta “giudicano la superficie”,“hanno dei gusti strani”. Daniel sta cambiando, non è più lo stesso e la sua percezione del mondo e delle relazioni che lo circondano sta cambiando. Si sente solo.

Nello smarrimento del giovane Daniel c’è una perdita del proprio senso di sé: si può parlare di un cambiamento catastrofico, come direbbe Bion, nel senso che il giovane percepisce incertezza e smarrimento di fronte alle potenti trasformazioni fisiologiche del suo corpo che cambia; è turbato dalla scoperta della propria sessualità, resa più difficile da un problematico ambiente familiare.

I rumori che provengono dalla camera della madre e del padre gli fanno immaginare il coito dei genitori e lo espongono a una fondamentale asimmetria che apre una ferita narcisistica. Si trova in una posizione d’impotenza nei confronti del corpo dell’adulto e confessa al fratello: “Mamma piange o scopa?” “Piange spesso … preferisco se piange perché, se fa sesso, mi disturba troppo”.

Come afferma lo psicoanalista francese Ladame (2003, p.63) “La riuscita dell’ingresso nell’età adulta, con un solido senso di identità, dipende contemporaneamente dalle condizioni interne dell’essere,  dalle sue risorse, e dalle condizioni esterne, dal contesto. Le risorse individuali comprendono: le basi narcisistiche e il rapporto tra l’investimento di sé e l’investimento degli altri (in termini d’amore e di aggressività); la tolleranza alla frustrazione e l’esame di realtà (che permette di differenziare la percezione dalla fantasia); la funzionalità dei limiti intrapsichici tra conscio e inconscio, tra psiche e soma, tra l’interno e l’esterno del soggetto”.

Il film ci mostra un delicato momento della vita di Daniel in cui sono concentrati gli snodi più significativi della sua esperienza: si percepisce il desiderio di cambiare e la paura di farlo, ma anche il disagio di ritrovarsi in un corpo in trasformazione, ancora non ben differenziato. La sua fisicità dai tratti delicati, quasi femminei, è resa evidente dai lunghi capelli che saranno tagliati a zero, in una sorta di rito d’iniziazione, a sottolineare la fase di cambiamento in atto, il desiderio di dare un taglio anche al passato, precisando meglio la sua identità di genere e chiudendo un capitolo della sua vita.

Nel protagonista sono conflittualmente presenti, concentrati nello stesso momento, desideri fusionali e separativi, tendenze alla regressione e movimenti emancipativi. Da una parte desidera trovare conforto nella madre e nel fratello, ai quali confida le proprie paure, dall’altra cerca una via d’emancipazione, attraverso il legame con un nuovo amico, insieme al quale progetterà un avventuroso viaggio, alla ricerca di se stesso, che acquisterà il sapore di uno straordinario rito di passaggio.

Infatti, l’ingresso in classe di Théo (Théophile Baquet), un ragazzo sicuro di sé, amante dei motori e carismatico, soprannominato malevolmente dai compagni invidiosi “Gasolina” poiché sperimenta creativamente nuove miscele di carburanti per il suo motorino, diventa occasione per Daniel di imbastire una sincera e profonda amicizia. Théo irrompe nella sua vita, cambiandone completamente il corso e insegnando a Microbo a reagire contro i compagni che lo deridono perché è convinto che “i bulli di oggi saranno le vittime di domani”.

Hanno personalità opposte e complementari, ma non sono poi così diversi come pensavano; entrambi hanno famiglie problematiche. I genitori di Théo sono prepotenti e aggressivi, il padre gli comunica con indifferenza: “Porti solo brutte notizie!” “Vattene, non ti sopporto più”. La madre è una donna di cui il giovane non ascolta più i consigli ormai da tempo, consapevole che “tanto lo sgriderebbe lo stesso”.

Per motivi diversi, ma ugualmente traumatici, anche la mamma di Daniel produce dolore nel figlio, tristemente consapevole del legame patologico che li lega. Confida all’amico, parlando della madre: “La mia mi ama troppo”. “Mi sento in colpa”.

Théo ha imparato a opporsi ai genitori, spiega all’amico che è “dalle difficoltà che nascono i leader”, lo incoraggia a seguire il suo esempio e gli propone di lasciare Versailles e di costruire un veicolo per realizzare il viaggio che diventerà la cifra del loro riscatto. “Si parte!” “A noi la libertà”, afferma Théo, quasi in un inno di vittoria, prima di partire con l’amico, equipaggiato unicamente dei propri sogni e di pochi spiccioli in tasca.

Lo spettatore è divertito, ma allo stesso tempo commosso, dalla rocambolesca avventura che prende avvio con la costruzione della casetta a motore, su ruote. L’improbabile veicolo diventa lo strumento attraverso cui realizzare una ribellione pericolosa e necessaria allo stesso tempo.

L’espediente narrativo scelto dal regista per raccontare l’evoluzione dei due adolescenti è la metafora del viaggio. Infatti, è proprio attraverso la sua realizzazione che Microbo, incoraggiato dalla carica vitale di Gasolina, scopre in sé un coraggio insospettato e si emancipa dalle paure e dal senso d’inadeguatezza che lo opprimevano; riesce finalmente a mostrare il proprio talento per il disegno e a dichiararsi a Laura.

Il viaggio amplia le loro prospettive, fino a poco prima circoscritte e svigorite e mette in contatto i due giovani con una dimensione simbolica che dilata i confini delle loro esistenze.

Si tratta di un viaggio metaforico perché li porta alla separazione dagli oggetti familiari della propria infanzia e alla scoperta di nuove potenzialità; in definitiva è un percorso verso la loro soggettivazione.

La metafora del viaggio suggerita dal regista si presta a descrivere il processo di trasformazione che Microbo e Gasolina stanno attraversando: è un viaggio che rappresenta una sorta di rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Secondo Ladame (2003), nel passato, i riti di passaggio che accompagnavano l’ingresso nell’età adulta aiutavano l’individuo a definire il nuovo assetto identitario, circoscrivevano e indicavano il cammino da percorrere. Questi riti erano al servizio della costruzione dell’identità perché favorivano la percezione di esistere come soggetto separato e differente dagli altri ma, contemporaneamente, favorivano anche il senso di appartenenza.

Tali riti sono scomparsi nelle società contemporanee e molti ragazzi di oggi si trovano a trascinare le loro adolescenze che sembrano non finire mai: molti adulti continuano ancora a lungo a chiedersi “chi sono”.

Il viaggio di Daniel e Théo può essere definito come un audace percorso d’individuazione perché i due giovani si avventurano coraggiosamente in un’esplorazione delle loro identità che modificherà per sempre le loro esistenze.

Al ritorno, infatti, non saranno più gli stessi.

Daniel ha imparato a reagire all’aggressività dei compagni e si ribella. È più sicuro di sé anche nei rapporti sentimentali e non si volterà indietro, per un ultimo sguardo a Laura, che alla fine lo pensa. Attraverso il viaggio e la riscoperta di sè, gli incubi che caratterizzavano le notti agitate di Daniel si sono finalmente trasformati in sogni!

Ogni viaggio, come ogni trasformazione, richiede la capacità di lasciare, di fare il lutto. La morte della mamma di Theo, poco prima della fine del loro viaggio, può essere pensata come la metafora di un lutto, una separazione dolorosa e allo stesso tempo necessaria per evolvere e fare posto a nuove relazioni.

Novembre 2016

Bibliografia

Cahn R. (2006). Origini e destino della soggettivazione, in Richard F. e Wainrib S. (a cura di). La soggettivazione. Roma, Ed Borla, 2008.

Ladame F. (2003). Gli eterni adolescenti. Salani Editore, 2004.

Novelletto A. (1991). Psichiatria psicoanalitica dell’adolescente. Borla, Roma.