Miss Sloane. Recensione di Amedeo Falci

Autore: Amedeo Falci

Titolo: Miss Sloane

Dati sul film: regia di John Madden, USA, 2016, 132’,

Genere: drammatico

Trama

Tempi attuali. Elisabeth Sloane è tra le più apprezzate ed agguerrite esperte lobbiste del mondo politico della capitale USA. L’importante agenzia presso cui lavora da una decina di anni, e di cui è una punta di diamante, le chiede di curare una campagna su incarico dell’associazione dei produttori di armi RNA (National Rifle Association) per bloccare in Senato l’approvazione di un emendamento che promuove più accurati controlli sugli acquisti. La Sloane inaspettatamente si licenzia ed accetta un incarico dalla minore e meno conosciuta agenzia Peterson Wyatt che, su incarico di varie associazioni no-profit, sosterrà una campagna lobbistica a favore dell’emendamento, quindi contraria alla lobby della NRA. Il film alterna due linee temporali: un “appena ieri”, che vede lo scontro strategico e tattico tra i due gruppi, ed un “appena oggi”, con le deposizioni della stessa Sloane presso una commissione di inchiesta del Senato, che intenderebbe incriminarla per scorrettezze etiche nel suo lavoro di lobbista. Tutto sembra crollare intorno alla protagonista, sia nella campagna lobbistica, sia nell’inchiesta. Fino ad un colpo di scena finale.

SULLA LOBBY DELLE ARMI. UN FILM POLITICO?

Sarete delusi se vi aspettate sparatorie (solo una), agguati (altre imboscate), violenza (solo quella potenziale delle armi), sesso (molto poco, meno di trenta secondi), tradimenti (sì, ma non sentimentali), proclamazione di valori liberal” (no, anche se alla fine … ), inseguimenti di auto (questo assolutamente no, la protagonista non guida), morti ammazzati (uno solo, vedi alla voce “sparatorie”).

Però se si vuol capire come e quanto conta nella realizzazione di una pellicola la scrittura, il taglio ed il montaggio, questo è il film da vedere. Un film iperdenso. La scrittura dei dialoghi, ma anche gli incastri dell’azione, la tempistica dell’intreccio, il ritmo, sono senza smagliature e senza cadute di tensione. Una sceneggiatura blindata e perfetta, virtù che, in genere, nel cinema italiano latita. Un film iperparlato: una fluenza di parole, di linguaggi  tecnici – su politica, economia, tassazioni, trucchi e strategie – che si fa persino fatica a seguire. Lo sceneggiatore, Jonathan Perera, uno che di mestiere non fa il lobbista, ma che evidentemente ha contatti di prima mano con l’ambiente, ha sfornato uno script incalzante di dialoghi serrati, ironie e cinismi, con uno stile asciuttissimo disidratato, senza lungaggini e senza tante spiegazioni, che cimenta costantemente l’attenzione dello spettatore.   Perera, sceneggiatore, e Madden, regista, sanno bene che cosa non vogliono realizzare. Un film apertamente buonista e “liberal-progressista”, dove i buoni ed i cattivi siano separati dal meridiano di Greenwich. La protagonista irradia bellezza e intelligenza, ma non correttezza politica né bontà. È vero che in una battuta dice che le armi le fanno orrore. Ma se si licenzia non è affatto per ragioni ideologiche. Che appaiono opache. A dire il vero Ms. Sloane è uno squalo. Nelle sue strategie non si ferma di fronte a nulla. Coinvolge persino, e pericolosamente, una sua collaboratrice, con la rivelazione di un particolare traumatico della sua vita personale che la metterà in grave rischio. Un personaggio “post-etico”? Certo, oltre qualsiasi regola di rispetto delle regole e del “prossimo tuo come te stesso”. Anche dai pochissimi cenni alla sua vita privata si disegna un personaggio femminile atipico e del tutto estraneo alle più consuete (ma volevo dire: mansuete) ritrattistiche femminili. Non che i passi di Ms. Sloane non siano i compassi (Truffaut insegna), che danno la misura della femminilità affascinante ed elegante che avvolge la protagonista durante tutto il film. Jessica Chastain è bianchissima, rossissima e glamourissima in un film tagliato su misura per lei. Solo che è ben lontana dall’incarnare il Femminino Autentico. Aliena da civetterie, affettazioni, isterismi, e da sottomesse e sottomettenti stupidità, il minimo che un uomo potrebbe aspettarsi è una ben calibrata ginocchiata nelle sue parti più vulnerabili. Se conta sul fatto di esser bella, se sorride e ti seduce, è perché ti ha già fregato. La Chastain è superba nel rendere questo glamour finzionale, velo illusorio che dissimula il carro armato che travolge tutti. Non ha un compagno, una famiglia, una casa, dei figli. Né rimpianti. Nel famoso guado tra i quaranta e i cinquanta. Lo dice con tracotanza e sfida ad uno dei suoi (giovani) escort occasionali che affitta ogni tanto (per orgasmi rapidi; vedi alla voce trenta secondi). Toy boy che, in un paradossale inversione di ruoli (“Pretty woman” al rovescio), sembra pateticamente tentato da un contatto più umano e relazionale con la sua cliente (se ne innamorerà in qualche sequel? Lui di lei, intendo. Metteranno su casa insieme?). Ma lei lo tratta con disprezzo, anche se alla fine ne riceverà una inaspettata lezione etica.

Sceneggiatore e regista mettono in scena un film “politico”, ma con una protagonista decisamente post-ideologica e post-politica. Ciò che muove è la “potenza geometrica” (tragica citazione) della direzione strategica ed il successo finale. Non importa quali i valori in gioco. La lobbista – ecco la filosofia – è una stratega. È una scacchista professionista. Una che sa calcolare prima le mosse dell’avversario. E se vince è perché sa giocare in anticipo. Non contano affetti e passioni sociali. Conta solo il campo in cui si sceglie di giocare. Scusate, volevo dire, di vincere. Tanto è fondamentale il calcolo delle mosse dell’avversario, che anche una (apparente) débacle personale fa parte dell’algoritmo strategico della mente di Miss Sloane.

Tuttavia il film, apparentemente post-politico, riserva in realtà un trionfo del “politico”, almeno come lo intendono e traducono i film americani “liberal”. La sorpresa finale, al di là dei particolari sui quali non farò “spoiler”, è appunto il riemergere dei valori. Della democrazia (anche se occorre saper giocare sporco). Del valore della battaglia politica per il controllo delle armi. Vincere anche calcolando i costi di una (parziale) sconfitta. Il liberalismo (americano) non affonda. Non si perde (ma si stava perdendo) nei malmostosi meandri della politica capitolina (non quello, Campidoglio Washington intendo), ma riemerge grazie a un sapiente uso dei trucchi anche da parte dei “giusti”, grazie all’ottima conoscenza del gioco degli scacchi, e, in gran finale, grazie al trionfo di quello specifico sottogenere filmico, di cui il cinema americano è padrone assoluto, che è il “legal thriller”.  Tutti i nodi, anche dopo la (apparente) atroce sconfitta, si scioglieranno nella tenzone legale, e nella vittoria di quelli/e che hanno un’intelligenza che vede molto più lontano. Sconfitta (parziale) della protagonista, vittoria della “causa” contro la NRA, riabilitazione alla grande dei moventi “politici” di Miss Sloane, che avrà lavorato certamente per i Supremi Valori del suo Narcisismo Grandioso, sia nella sua variante Escludente, che in quella Esibizionistico-Seduttiva, ma, perbacco, ha anche lavorato per una parcella di 1 solo dollaro!

Intenso film sulla realtà delle lobbies negli USA, e del loro ruolo assolutamente legale nell’aggregare o contrastare consensi. Una prassi ed una cultura politica che stentiamo a comprendere nella realtà italiana, dove lobbies e lobbismo hanno, malgrado la loro attiva presenza, un’aura decisamente negativa. Anche il richiamo estremante attuale sulla cultura (culto?) delle armi nella società statunitense, è scarsamente comprensibile dagli europei. Se non in occasione delle grandi efferate e recenti tragedie a cui stiamo assistendo. Il film rappresenta efficacemente come, al di là delle considerazioni etiche e politiche sul tema della detenzione e dell’uso delle armi (da guerra), i flussi di approvazione e disapprovazione da parte della pubblica opinione possano avere preoccupanti oscillazioni umorali in base alle strategie di persuasione e manipolazione attuate dalle campagne lobbistiche.

John Madden firma il suo film migliore, dopo “Shakespeare in love” (1998), con una storia tesa ed attualissima, e con una ripresa incalzante e velocissima, che lo differenziano come prodotto  dallo stile lento e senza azione dei serial televisivi. Della Chastain, si può dire, oltre il già detto, che ha saputo scegliere il “suo” film. Che le calza addosso come un guanto su misura. Un film troppo rapidamente passato attraverso le sale, che merita decisamente un recupero. E qualche riflessione.

Infine, come capiterà a tutti, vorremmo sempre condividere la visione di un film con persone che ci piacciono, con cui sentiamo affinità, e con cui, appunto, ameremmo condividere pensieri ed emozioni. Ecco, avrei volentieri voluto vedere questo film con Donald Winnicott. Avremmo poi parlato del film. E ad un certo punto gli avrei chiesto:  “Senti, Winnie, ma questa storia che l’elemento femminile distillato puro è essere, mentre il mascolino puro è impulso a fare, me la spiegheresti meglio?”.