Miss Violence

di Alexandros Avranas, Grecia, 2013, 99 min.

Miss Violence è un film crudo e di difficile elaborazione, ma di cui consigliamo la visione. La violenza regna sovrana nei rapporti familiari, violenza ed oppressione inducono angoscia e confusione allo spettatore. Il regista Alexandros Avranas indaga con minuzia questo clima di dolore e impotenza usando una forma accurata per comunicare un contenuto di tensione emotiva dolorosa costante e incomprensibile.

Angeliki una ragazzina di 11 anni nel giorno del suo compleanno si suicida buttandosi giù dal balcone di casa tra l’indifferenza dei familiari. L’aggressore un padre despota, si rivelerà poi anche nonno. Egli compie costantemente violenza psicologica e fisica sulla moglie e le figlie e i nipoti. Man mano che le scene si susseguono ci si sente risucchiati, svuotati, resi di marmo, come nel quadro del surrealista inglese Roland Penrose da cui trae spunto l’artista Frida Kahlo (2014) per esprimere il suo dolore di donna tradita e ferita.
La signorina (da cui il titolo Miss) violenza in questo film è la violenza dell’apparente benpensante che viene agita sulla mente e sul corpo inerme dell’infanzia. Ma è anche la violenza che lo spettatore sente crescere dentro di sé via via che lo scambiarsi degli sguardi lo fa sentire inerme e impotente osservatore di incesti, prostituzione e sevizie psicologiche che possono terminare solo con un atto definitivo.
Tante porte chiuse che lasciano capire cosa succede al di là, tante porte chiuse in faccia allo spettatore così come alla spensieratezza dell’infanzia e alla fiducia del bambino verso l’adulto.
Tante porte chiuse, una sola aperta, sradicata dal padre-padrone a dire che ogni forma di riservatezza e di difesa non è possibile, non è possibile avere uno spazio privato fisico e mentale. È così che una parola “gioco” sinonimo di festa, allegria di bambini viene storpiata per indicare la perversione adulta.
Unico detentore di potere è un uomo senza poteri sociali e culturali, un leone senza territorio le cui leonesse diventano insieme prede e territorio di caccia. Si potrebbe pensare che il riferimento ai documentari che si intravedono nella stanza del film sui gorilla, richiamino un ambiente arcaico, una regressione degli impulsi che da libidici e di vita si confondono e pervertono in impulsi di dominio e di morte. Ci viene da fare riferimento al caso di Pacciani e ai suoi disegni pubblicati da Andreoli V. (2014) dove tra tante armi compare anche un gorilla.
Per un uomo inutile e servizievole, figlie e nipoti diventano la sua unica possibilità di sentirsi importante. Unica arma il “pene-baionetta” che non serve per il godimento sessuale ma per conquistare territori in tempi di guerra (Bolognini S.).
L’abuso spegne come un interruttore la parte vitale della vittima. Il recupero a cui si può sperare non è solo quello di riattivare la sfera sessuale di solito depauperata e svuotata di desiderio e di relazione.
È necessario poter tenere viva la fiducia e la speranza di un recupero di una parte di quella spinta vitale indispensabile per poter reinvestire nella vita e in Sé. Spesso si ricorda che i bambini abusati sono quelli non visti, non pensati. In questo film assistiamo alla complicità di una madre e di una nonna che, a loro volta vittime, sanno e tacciono e ci fanno pensare che il mostro non è solo il padre-nonno abusante ma lo è allo stesso modo il bisogno di salvare e mantenere il decoro della forma piuttosto che la bambina. È in questa assenza di speranza e fiducia dell’essere compresa nel suo diritto di essere piccola e tutelata che la morte diventa la risoluzione del male. Morte anche per il leone spodestato, ma è conquista di libertà o cambio di guardia? La nonna è vittima e carnefice o artefice del male come dice la figlia “è tutta colpa tua”, la nonna mostra lo stesso sorriso, il sorriso del salto nel vuoto, il sorriso della fine, il sorriso sadico di chi pone fine, ma dietro si richiude una porta a chiave ancora una volta.
Il film ci suggerisce la necessità di riflettere su una particolare qualità di dolore mentale che si manifesta come conseguenza di violenze traumaticamente subite e ricercarne le tracce in ognuno di noi per superare il diniego e l’indifferenza.
La passività, la depressione melanconica sono spesso sentimenti legati al subire relazioni perverse, esperienze traumatiche che non sono state riconosciute dall’ambiente familiare nel quale si sono prodotte e che hanno dato origine ad un isolamento delle vittime nel dolore. Come vediamo nel film il silenzio ha uno scopo difensivo, tentativo di nascondere e di incriptare una sofferenza non elaborabile. Il film ricercato e sapientemente realizzato dal regista greco con fotogrammi di ossessiva precisione ci fanno entrare nel contesto freddo e mortifero delle relazioni familiari.
Nell’accogliere la disperazione delle giovani donne del film, non si può prescindere da un coinvolgimento emotivo della nostra persona perché il dolore psichico pervasivo, provato, annulla ogni distanza e ogni confine tra sé e l’altro, producendo un vissuto di dolore e di vuoto di speranza, nell’anima di ognuno di noi. Tutto rimane narcisisticamente chiuso dentro l’ambito familiare; le pulsioni, gli investimenti affettivi sono “calamitati dal potere sadico di una presenza perversa”: un padre-nonno feroce-orco che terrorizza figlie, nipoti e moglie e che soddisfa i suoi impulsi con raggelante freddezza (Spadoni 2007).
Il dolore arriva somaticamente come un pugno nello stomaco a farci sentire il forte disagio e l’angoscia claustrofobica di imprigionamento.
La perversione ci porta nel mondo della negazione, della inestricabile confusione tra bene e male, mondo in cui regna la confusione tra i sessi e non esistono distinzioni fra generazioni, un mondo/prigione per la vittima, che identificata con l’aggressore, vive come vera l’impossibilità di uscirne, terrorizzata dall’annientamento fisico e non conoscendo alternative, non può accorgersi che il prezzo che paga è l’annientamento mentale. Il protagonista presenta dei punti chiavi del perverso che difficilmente vediamo nelle nostre stanze d’analisi e con lui gli effetti della distorsione della realtà e pervertimento della relazione e il tentativo di sovvertire i valori culturali e le sanzioni sociali. Il padre/nonno perverso, con il suo narcisismo maligno, ci presenta un universo anale regressivo che permette il controllo e l’evitamento di angosce psicotiche sottostanti. Si difende dalla mancanza di coesione e di vitalità del Sé. Con l’atto perverso c’è una ricerca dell’estremo, lancia così la sua sfida alla morte vivendo l’illusione del trionfo. Il protagonista del film mostra l’incapacità di amare e di sopravvivere alla perdita e alla ferita narcisistica, creando un impasto mortifero e anale. Per cui secondo “la teoria dell’impasto fusionale” (Schinaia C. 2007) nel rapporto sessuale l’altro semplicemente non esiste e la sua perversione si caratterizza come fuga dalla relazionalità oggettuale, espressione della pulsione di morte. Il dolore determina una separazione tra affetti e rappresentazioni, si blocca il flusso che dalla percezione porta alla rappresentazione, vi è una ripetizione agita e l’emozione che viene rivissuta a livello relazionale è senza elementi pensati.
Di fronte a questo film che sembra togliere ogni speranza, la psicoanalisi, assolvendo alla funzione di testimonianza, permette di recuperare quella fiducia di base necessaria per creare l’occasione di svelare, far affiorare le immagini censurate e impensabili, dove i pensieri tremendi e più veri possano essere pensati e rappresentati.
L’occhio e l’orecchio psicoanalitico permettono di uscire dall’aut aut tra morte fisica e morte mentale, fornendo la possibilità di comprendere i profondi meccanismi inconsci del complesso intreccio tra vittima e carnefice. Il passaggio necessario da una posizione di colpa e sospetto della vittima a una posizione di rispetto e di ascolto è un passaggio che non riguarda solo la violenza sulle donne, ma tutti gli esseri umani.

aprile 2014

BIBLIOGRAFIA
Andreoli V. 2014 “Il lato oscuro. Nuove storie italiane di crimine e follia” Bur
Bolognini S. “Il femminicidio” letto a Il lettino e la piazza – CPB 8 marzo 2014
Roland Penrose 1937 Ritratto di Valentine in Frida Kalho Catalogo Mondadori Electa 2014 Milano
Schinaia C. Perversione in “Psiche Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze” a cura di Barale F. e altri autori. Einaudi Torino 2007
Spadoni A. 2007 Festen in “E la psicoanalisi va…” Guaraldi Rimini