Moebius

di Kim Ki-duk, Corea del Sud, 2013, 89 min.

commento di Angelo Moroni

Trama: Una madre, rosa dalla gelosia nei confronti del marito che la tradisce, vuole vendicarsi tentando di evirarlo. Non riuscendo nel suo intento, evira il figlio adolescente e fugge dall’abitazione di famiglia. Il padre cerca in tutti i modi di restituire al figlio la sua virilità così tragicamente perduta.

“Moebius”, presentato al Festival del Cinema di Venezia nella scorsa edizione e uscito nelle nostre sale lo scorso settembre, ci dice essenzialmente due cose: la prima è che l’uomo non è linguaggio ma emozione e impulso che nessun linguaggio sarà mai in grado di mediare, contenere o trasformare completamente; la seconda è che la famiglia è una struttura psicosociale fondata sull’erotismo e sul conflitto (aspetto peraltro segnalato in ambito psicoanalitico da Kaes, 2010), e che tale organizzazione emerge nella sua durezza disgregante nel momento in cui all’interno della famiglia stessa compare per la prima volta quell'”enzima” fino ad allora silente, quanto destabilizzante, che si chiama Adolescenza.

Fin dalle prime sequenze il regista sudcoreano sembra voler affermare perentoriamente l’elemento fortemente conflittuale e dirompente dell’Adolescenza, presentandoci i primi piani intensi di un figlio attonito nell’assistere al litigio tra madre e padre, un litigio che si trasforma plasticamente in una sorta di lotta greco-romana. Kim Ki-duk costruisce successivamente tutto il plot intorno alla figura del ragazzo, o meglio, della sua evirazione da parte della madre. Un pò come a voler proiettare una colpa persecutoria inelaborabile sulla sessualità/sensualità nascente del giovane figlio, vista come elemento distruttivo di un “presepe vivente” quale la famiglia era stata fino ad allora. Il Gesù Bambino che era stato fino ad un certo punto il ragazzo, diviene infatti un demoniaco virgulto in preda ad eccitazione priapica, variazione musicale insopportabile per una madre-Fedra corrosa da gelosie intollerabili. Anche il padre è radicalmente contagiato dall’Eros adolescenziale e si lascia infatti travolgere da passione amorosa, adulterina e trasgressiva, per non essere da meno di chi ha messo al mondo (il tema dell’invidia inconscia del padre verso la crescita del figlio è tuttavia espressa più sottilmente e non sviluppata in modo specifico dallo script).

Kim Ki-duk ci squaderna davanti agli occhi tutto questa turbolenza generazionale con magistrale ed efficacissima ruvidezza, anche tecnica, una tecnica volutamente facilona, tagliata a colpi d’ascia, a tratti apparentemente dozzinale nella fattura (vedi certe zoomate in avanti sui volti, che probabilmente chiunque di noi sarebbe in grado di gestire in modo più fluido), ma chiaramente, almeno a parere di chi scrive, ricercata. Aldilà degli aspetti tecnici, è comunque l’immagine a possedere una sua particolare potenza: come colore, come movimento, come ponte per veicolare la spinta creativa che muove il resgista. Durante la visione di questo film in alcuni momenti ho pensato infatti di trovarmi di fronte ad una scultura più che a un lungometraggio, una scultura in presa diretta potrei dire, in fieri, ripresa cioè nel momento stesso in cui lo scultore la crea. Oppure di essere di fronte all””action painting” di Pollock, ma dove l’opera include anche Pollock stesso mentre la sta producendo. Penso ad esempio alle sequenze della pratica di auto-scorticamento erotico con la pietra (sequenza che ha scandalizzato parte del pubblico veneziano), estremismo estetico che può certo lasciare perplessi, ma che si inscrive perfettamente, coerentemente direi, nel disegno creativamente demistificatorio quanto generatore di riflessioni sulla famiglia che il regista sudcoreano si prefigge.

Eros e Morte, Eros e Conflitto mortale: questo è la Famiglia, nella sua trama profonda, secondo Kim Ki-duk: una istituzione sociale sempre seduta su un vulcano che l’adolescenza può spesso far esplodere. E curiosamente si tratta di un’adolescenza fallico/genitale. Dico “curiosamente” poiché Kim Ki-duk insiste su questo aspetto, quasi avesse letto gli scritti di D. Meltzer in merito (vedi D. Meltzer: “Vita nello spazio genitale”, in “Claustrum. Uno studio dei fenomeni claustrofobici”, 1993), che ha descritto l’adolescenza (molti anni prima del regista) proprio come struttura intrapsichica che idealizza l’area fallico-genitale in tutte le sue forme e declinazioni onnipotenti e ossessive.

Il Fallo, a un certo punto del film diventa appunto un’ossessione, cui, si direbbe, la madre originariamente (sia nel film che archetipicamente, nella visione del regista) ha dato vita per poi abbandonarla-evirarla. Il padre cerca di far di tutto per restituire la virilità perduta a un figlio gemello speculare di sè, arrivando al punto di perdere la sua per donarla al ragazzo, in un atto di pura, purissima marca sado-masochistica. In realtà la vera iniziazione all’età adulta non sarà affatto fornita al figlio dal padre, ma dal gruppo dei pari (vedi la lunga, interessantissima sequenza della violenza collettiva del “branco” nel negozietto di periferia, dopo la “prima sigaretta”, una sequenza che ulteriormente sancisce il destino intrinsecamente fallimentare dell’organizzazione familiare, secondo la visione assolutamente pessimistica di Kim Ki-duk).

Il film è inoltre completamente privo di dialoghi. E’ anche per questo che sottolineavo che uno degli intenti dell’autore sembra essere quello di sottolineare la soverchiante ed incontenibile potenza dell’emozione e dell’azione-agito rispetto a quella del pensiero che diventa simbolo e che si lega all’affetto. Penso che questo stilema rappresenti la forza maggiormente perturbante di tutto il film. Non sono tanto le crude sequenza di accoltellamenti, violenze, cannibalismi a generare inquietudine (contenuti che sono peraltro una caratteristica costitutiva di gran parte del Cinema Perturbante di area orientale). E’ invece l’assenza di speranza circa il potere di ciò che lega la pulsione, potere che, secondo Kim Ki-duk è del tutto effimero, ma che il Cinema è in qualche modo in grado di descrivere, cioè di sognare. La “violenza delle emozioni”, per parafrasare il recente lavoro di Giuseppe Civitarese (2011), è ciò che regge il mondo, nettunianamente, abissalmente: la triade lacaniana costituita da Simbolico, Immaginario e Reale non è un costrutto concettuale sufficientemente adeguato per descrivere la complessità degli “accordi” mortiferi ed erotici che strutturano una particolare polifonia familiare. Da qui a condurre una regia che può apparire semplicistica e banale, come dicevo più sopra, il passo è breve, ma è scelta stilistica invece oltremodo azzeccata, perché isomorfa e coerente al contenuto dell’idea di fondo.

Un’idea che porta il regista a “denudare” i suoi personaggi, si potrebbe dire a de-animarli, a renderli prossimi al regno minerale, meri involucri di passioni bestiali, divorati da invidie e desideri mimetici shakesperiani, impossibilitati a qualsiasi progettualità, o come immobilizzati eternamente in un dramma beckettiano. “Moebius” è infatti un circolo vizioso che non potrà mai diventare virtuoso, che mai si potrà spezzare, come il famoso nastro di Moebius, illusione ottica ma anche concetto matematico molto pregnante nel suo rappresentare una superficie non orientabile, cioè priva di un “interno” e di un “esterno” chiaramente e definitivamente differenziabili.

Film afasico, eminentemente visivo-emotivo, dai toni tragici in senso più occidentale che orientale, “Moebius” si pone l’obiettivo di studiare la difficile chimica degli elementi emotivi che la bile familiare secerne quotidianamente a partire dall’inconscio del legame narcisistico che la fonda (una sorta di nastro di Moebius affettivo a volte davvero inestricabile e violento, soprattutto nei casi in cui la quota di disfunzionalità e patologia familiare è molto elevata). Un film di cui, per tutti questi motivi, suggerisco la visione.

Ottobre 2014