Mr. Holmes. Il mistero del caso irrisolto

Di Bill Condon, GB, USA, 2015

Commento di Rossella Valdrè

                 “Sono stato solo tutta la vita. Ho supplito alla solitudine con l’intelletto”   

Così aveva confessato il vecchio Mr Holmes a una giovane donna di cui faticosamente, oggi novantaquattrenne, cerca di recuperare il ricordo. Dopo quel caso, infatti, unico “irrisolto” nella sua brillantissima carriera, Mr Holmes decise di abbandonare la professione per ritirarsi in solitudine nella campagna inglese, accudito da una governante e dall’intelligentissimo figlioletto rimasto senza padre, Roger. A fargli compagnia, le amatissime api (di cui trasmetterà la passione a Roger), e i due funesti compagni di ogni vecchiaia: acciacchi fisici e ricordi. Ricordi che diventano rimpianti, rimuginazioni, sconfitte.

Se sulle prime Mr Holmes dell’americano Bill Condon (regista già vincitore di Oscar) si presenta come una godibilissima commedia, perfettamente sceneggiata e interpretata, quasi interamente basata sulle anziane spalle di un grande attore quale Ian Mc Kellen, dalla seconda parte il film acquista progressivamente e senza forzature, un’intensità, una poetica e uno spessore che, pur mantenendone il tono lieve, ne fanno un’opera tutt’altro che superficiale.

Tratto dal romanzo “A slight trick of mind” di Mitch Cullin, Mr Holmes si trasforma, da piccolo giallo (nell’inutile aggiunta italiana al titolo) in cui il vecchio detective lotta con la memoria per cercare di ricomporre l’ultimo caso irrisolto prima di morire (“occorre compiere qualcosa di definitivo prima della morte”), in un delicato, crepuscolare film sulla memoria, la colpa, il ricordo, la solitudine. Quello che non abbiamo fatto, o che abbiamo fatto e di cui poi ci pentiamo, il cumulo delle perdite che il passare degli anni porta con sé (il fedele Watson, la giovane donna del caso irrisolto, le molte figure che compongono ogni vita), lo struggimento del decadimento fisico e mentale. Perdere la memoria, l’incrinarsi di quell’intelletto geniale che ha sorretto Mr Holmes per tutta la vita creandone la fama (e che oggi rivive nel piccolo Roger), l’inciampo di un corpo che non risponde più nonostante un’intuizione sempre vivida e miracolosa, sono per Holmes devastanti.

Il piccolo Roger, bambino bisognoso di un padre, curioso di scoprire il mistero di quello strano ospite, rappresenta il sollecito vitale (una sorta di parte infantile-vitale del sé) a riprendere in mano il famoso caso irrisolto che tanto tormenta Holmes, ma di cui il vecchio conserva solo brandelli di ricordo. Un giovane marito venne da lui un tempo perché investigasse sulla moglie, diventata sempre più strana e misteriosa dopo la morte, in gravidanza, dei due bambini che aspettava e non riuscì ad avere. Perché dopo quel caso, apparentemente banale, il famoso detective lasciò le scene?

La ricerca sul caso (intrecciato a un altro caso riguardante un giapponese) costituisce, ovviamente, un felice espediente narrativo per condurre alla ricerca dentro di sé, nel dolore del ricordo: dolore antico che si confronta col dolore attuale, ed ingravescente, della progressiva perdita di lucidità. Ma nonostante il forzato ritiro, occuparsi delle api non può bastare al fine intelletto di Mr Holmes, ora sollecitato dalla curiosità di Roger che, a dispetto della madre, vorrebbe ricomporre il caso irrisolto con lui. Nessun delitto, nessun colpevole, nessun colpo di scena: non siamo in un ‘thriller’, ma quello che va ricomponendosi, attraverso flash della memoria suscitati da dettagli, una sorta di continua ‘reverie’ tra conscio e preconscio, è il puzzle di un tremendo senso di colpa. Il colpevole, paradossalmente, fu lo stesso Mr Holmes. O perlomeno, nella sua percezione.

Colpevole di cosa? Di aver detto la verità. Fedele al suo credo nella ragione, Holmes è uomo “di logica”, che “crede nei fatti e nelle circostanze” e, basandosi ingegnosamente su questi, risolve brillantemente anche i casi più complessi. Ma qui era di fronte ad una donna in lutto per la perdita dei suoi bambini, un lutto inconsolabile e che la spingeva a ricercare il balsamo dei rimedi magici e delle illusioni, che avevano, infatti, causato le preoccupazioni del marito.

Holmes, che è l’unico capace di comprenderlo, glielo rivela. La brevissima conversazione tra i due (tra le due solitudini) è uno dei momenti più belli del film: scambio di profonda empatia reciproca, ma che provocherà (o accelererà) il suicidio della donna. Di fronte alla stringente logica della verità, la morte irrevocabile dei suoi bambini, la donna si getta sotto un treno. A suo modo sollevata, il volto sereno. Ma Mr Holmes, invece, non avrà più pace e si punirà, da allora, con il ritiro solitario e l’abbandono dell’amata professione.

E’ dunque una colpa, un paradossale delitto il dire la verità? Sarebbe stato meglio il balsamo dell’illusione, un dolce autoinganno come le propinavano le varie maghe ciarlatane? Non c’è rimedio, all’elaborazione dei lutti?

Mr Holmes si trasforma così, come detto, in un originale film sulla memoria e sul conflitto perenne, che molto cinema contemporaneo in forme narrative diverse cerca di esplorare: il conflitto con la verità e la condizione umana. Quanta verità può sopportare un essere umano? Si domandava Thomas Eliot.

La cosa ci riguarda da vicino: se è vero che lo statuto psicoanalitico ha per mandato la ricerca della verità, della verità su se stessi, è altrettanto vero che, credo, ci si trovi tutti non di rado, nella vita e nella stanza d’analisi, alle prese con un conflitto di verità. E’ da tutti ugualmente ‘sopportabile’, o come scriveva Lacan, la verità non può essere che, per definizione, “un semi-dire”? Non esiste, cioè, mai nella sua completezza, e dobbiamo quindi accontentarci di soluzioni parziali, risposte imperfette? E ancora, quanto e come, e con quale timing, far accedere il paziente a conoscenze dolorose, forse insopportabili? Non dissimile dal fine detective, che raccoglie nel tempo dettagli e ricostruisce per fornire un senso che prima mancava, l’analista può ben comprendere il dramma di Mr Holmes. E d’altro canto, come per il detective, è stata proprio la fede nella verità, la ricerca indefessa, a costituirne l’identità.

Mr Holmes elegantemente accenna a tutto questo, che ho voluto sottolineare in quanto temi a me cari e che paiono il cuore intelligente del film, lasciandolo però in uno sfondo leggero, impressionistico, ma non superficiale.

Poiché siamo comunque nella commedia, il recupero del ricordo comporta una riparazione, un perdono verso se stesso e la bonifica della colpa, attraverso una sorta di finale uscita dalla solitudine, quando il vecchio Holmes decide di lasciare la sua casa (e le sue api) a Roger e la madre: continuerà a vivere attraverso di loro. Identificato con l’ingegno di Holmes, un ragazzino povero e brillante si salva così da un futuro senza speranze, mentre il vecchio detective, pacificato con i tormenti della memoria, può avviarsi a chiudere il cerchio di un’esistenza tanto particolare.

Sullo sfondo, altre tematiche vengono evocate nella narrazione, senza entrarvi in particolare: la più interessante, il rapporto persona-personaggio.

Mr Holmes è la persona, ma la penna fervida di Watson ne aveva creato un personaggio con cui la gente, il pubblico lo identifica: “non puoi essere Sherlock Holmes, lui fumava la pipa e portava il famoso capello!” La persona, invece, nel reale corpo vecchio di Ian Mc Kellen, non porta alcun cappello né il famoso lungo cappotto né nulla dell’iconografia: con la realtà dolorosa di un corpo che cede, di una memoria che lo abbandona, Mr Holmes suggerisce anche, come sottotesto, il primato della persona sul personaggio.

Della realtà, ancora una volta della verità, sugli infingimenti e le illusioni.

Novembre 2015