N-capace (R.V)

di Eleonora Danco, Italia, 2014

(scritto, diretto e interpretato dalla regista, presentato al Torino Film Festival)

commento di Rossella Valdrè

“Il cammino incomincia e il viaggio è già finito….”

(Il corvo, in Uccellacci e uccellini, Pasolini, 1965)

Non manca di coraggio e originalità, questo debutto cinematografico di Eleonora Danco, autrice e regista teatrale al suo primo lungometraggio (tra le sue opere, ricordo fra tutte l’atto unico ‘Nessuno ci guarda’, del 1999, ispirato ai quadri di Pollock, che in qualche modo ne anticipa i temi).
Eleonora recita e racconta se stessa, Anima in pena, attraverso un viaggio che è insieme metaforico e reale, personale e corale, sociologico e profondamente autobiografico, viaggio nella memoria personale e nell’Italia di oggi, in un’atmosfera che parrebbe, bionianamente, sospesa tra sonno e veglia. Al flusso continuo di ricordi, incubi e sogni, si alternano interrogativi che la Danco pone prima di tutto all’anziano padre, nel tentativo di elaborare un antico e mai risolto conflitto dopo la morte della madre, e a una carrellata di personaggi colti nei due estremi anagrafici della vita: i vecchi e gli adolescenti.
A partire dal lutto per la madre, che vediamo in apertura e finale quale immagine fugace e immateriale, signora in nero a rappresentare la Morte, la Danco scava nella memoria, alla ricerca di quella bambina e adolescente così viva ancora dentro di lei, che sembra cercare insaziabili, e impossibili, risposte ai grandi interrogativi della vita. La Famiglia, prima di tutto, luogo di un dolore che sembra trasmettersi pietrificato tra le generazioni: la famiglia patriarcale e vessatoria di ieri dove “mia madre diceva che non si devono baciare i figli”, la donna subiva violenze accettate con la mite sopportazione del quotidiano, la sessualità era un tabù. Ma anche la Morte, chiedendo al padre e agli anziani se ne hanno paura; l’Al di là (esiste un Paradiso?un Inferno? Un senso?…); la Solitudine (che qualcuno apprezza come approdo consapevolmente conquistato, qualcuno, come il padre, subisce non senza un velo ricattatorio verso la sensibilità di Eleonora); la Sessualità, inibita nei vecchi, subita dalle anziane, territorio inesplorato nei giovani, stereotipato nei consumi e nel disorientamento di una vita che non presenta nessuna certezza e nessun ideale.

Di indiscutibile impianto teatrale, ma ricco di contaminazioni sia linguistiche (il frequente ricorso al dialetto romanesco, che in un’intervista del 2009 la Danco definì non privo di “una sua arroganza poetica”), che cinematografiche (non mancano gli sprazzi felliniani e morettiani, nell’anima che gira solitaria l’assolata periferia romana), Eleonora interroga i “suoi” personaggi, a partire dal padre che fatica a risponderle, a dover affrontare “tanta verità”, vestita in un pigiama bianco, il letto quasi un’installazione artistica che, a tratti, la segue. Se il filo conduttore, il fil rouge, è l’incessante travaglio interno della memoria che cerca risposte ai quesiti insoluti della maturità, l’altro versante è forse quello, a mio parere, più interessante, e che sarebbe riduttivo definire sociologico: scavando in se stessa, la Danco interroga un Paese che, fotografato nella striscia di terra tra Roma e Terracina, si fa metafora antropologica dell’Italia contemporanea.
Irrinunciabile è qui il richiamo ai famosi Comizi d’amore pasoliniani, primo straordinario esperimento documentaristico del ’65 (cui seguirono diversi tentativi di imitazione) in cui, per la prima volta, quella che l’autore definiva ‘povera Italia’, un Paese bloccato in un’evoluzione mai avvenuta, schiacciato tra la dignità perduta del mondo contadino e l’impatto massiccio della nuova società dei consumi, si raccontava per bocca dei suoi cittadini, povera gente inconsapevole, poco più che analfabeta, il quadro desolante di un’irrimediabile arretratezza. Pur preservandone lo spirito, l’opera della Danco si differenzia per la maggiore decontestualizzazione che il montaggio ‘teatrale’ conferisce, per il forte autobiografismo e il tratto caratteristico, cifra stilistica assai riuscita e che mi pare ne connoti la personalità, di un’atmosfera che racconta la realtà attraverso la chiave onirica, inconscia, con cui accediamo alla realtà non già come seconda via, ma al contrario come mezzo privilegiato. Non un’inchiesta giornalistica né un puro sogno felliniano, N-capace (che già nel curioso titolo, “il non capace, l’incapace” nell’inflessione dialettale della zona, rivela il suo voluto intento frammentario, come frammentaria è necessariamente la mente, la memoria, la percezione e la nostra illusione di coscienza) si mantiene in ambizioso bilico sul crinale realtà/sogno, passato/presente, intimità e società.

Sconfortante, in questo senso, il ritratto che ne emerge: tra i due estremi, vecchi e giovani, non sembrano esistere sostanziali differenze. Un Paese, l’Italia contemporanea, ancora straordinariamente sovrapponibile ai Comizi di fine anni ’60: il paesaggio urbano, che l’Eleonora bambina ha perso per sempre, privo di qualunque connotato storico, di traccia culturale (l’immagine del mercato del Testaccio è forse la più evocativa), mentre alle chiusure delle violenze domestiche dei vecchi (delle vecchie) ancora forti di una rassegnata dignità, si è sostituito lo sfaldamento della famiglia contemporanea, il totale deserto di valori e modelli. C’è una grande assente, nella voce di questi ragazzi di borgata, ragazzi di vita del terzo millennio della periferia urbana: la Cultura. Sarebbe riduttivo, ed eccessivamente circonstanziato o politico, dire ‘la scuola’, luogo privo d’interesse in cui nessuno vuole andare: è la Cultura che manca, psicoanaliticamente intesa come unico orizzonte di speranza per l’essere umano, come spazio potenziale dove ha luogo il simbolo, la trasformazione, unica radice di sostituzione e cambiamento.
Vedrei in quest’operazione, che la Danco invece ribalta con la proposta audace del suo lavoro creativo, lo spunto prezioso del docu-fllm, il suo interesse anche psicoanalitico, intendendo la psicoanalisi come strumento elettivo di elaborazione-trasformazione: a partire dalla difficile elaborazione dell’antico lutto per la madre (e dei lutti, più in generale, di un mondo infantile perduto), l’autrice non si piega alla miseria della realtà, ma col suo entrare e uscire tra reale e immaginario, tra sonno e veglia, opera un’elaborazione trasformativa se non della realtà esterna, dei personaggi interni.
Mentre in assenza di accesso alla cultura, all’area intermedia trasformativa che inchioda i giovani alla desolazione inconsapevole della coazione a ripetere – “sai che siamo condannati a diventare come i nostri genitori?” – cambiano i volti e i consumi ma gli esseri umani sembrano pietrificati in una sorta di arretratezza astorica, la ‘ribellione’ dell’autrice consiste nel suo non cessare di interrogarsi, di immaginare, di ricordare. Anima in pena, è il suo nome nei titoli di coda. Siamo tutti anime in pena; è la condizione umana.

Tecnicamente, la realizzazione di questa operazione trasformativa è resa possibile dalla contaminazione tra generi, come accennato, che la Danco realizza: accanto all’impianto teatrale (che certamente prevale, a testimonianza della sua provenienza artistica), lo stile documentaristico, le ‘chicche’ cinefile felliniane, immagini surreali-oniriche quali il padre nella tuta da astronauta o lei stessa immersa nei biscotti, la musica elettronica di Markus Acher che segna il tempo della narrazione, ne scandisce i battiti, il ritmo. Non manca chi potrebbe accostare questo esperimento al cosiddetto ‘cinema postmoderno’, appunto per la scelta di ibridazione tra generi e il prevalere di una certa sensorialità rispetto alla linearità della narrazione (senza arrivare a quello che Jullier, uno dei principali teorici del cinema post-moderno, chiama “bagno sensoriale”).
Se, come ha rilevato qualche commentatore, si vuole vedere un punto debole nel film, concordo rintracciarsi nella sin eccessiva presenza scenica dell’autrice, del suo corpo, nell’esplicitazione insistita su alcune domande, in particolare al padre che, per paradosso, finiscono in alcuni punti per saturare troppo il testo, sottraendo qualcosa all’immaginario dello spettatore. Deliziosa è invece, e rischia di venir persa tra i titoli di coda, la quasi magica evocazione della follia nel ricordo dei vecchi: a Terracina pare si aggirasse uno strano fantasma, una “strana malattia nervosa”…

Tutto ciò non toglie valore a quella che abbiamo definito la cifra di fondo del film: è con l’arte, il simbolo, l’immaginazione, il sogno, che noi trasformino il mondo interno, bonifichiamo i nostri oggetti, il dolore della memoria e il rischio della psicosi.
“Andrà tutto bene, mamma…”, è, infatti, l’evocazione finale ad una madre interna che riappare, quasi a chiusura di un processo di lutto che la realizzazione del film sembra avere permesso, finalmente, a Eleonora. Tutto, in questo viaggio, è magicamente avvenuto internamente.

Poiché:

“….nulla si sa, tutto si immagina….”.

(Federico Fellini)

aprile 2015