Nella casa

Dati sul film: di François Ozon, Francia, 2013

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Recensione di Silvia Mondini 

Esiste forse un bambino che nelle notti di tempesta non abbia avuto incubi terribili?

Germain, accantonato il sogno di fare lo scrittore, insegna letteratura francese al liceo Flaubert e condivide con Jeanne, la moglie gallerista, il vezzo di leggere a voce alta i temi di alunni privi di capacità di pensiero. Legge, fa commenti sarcastici, stronca con voti bassissimi fino a quando, improvvisamente, viene sedotto da un tema che si conclude con un misterioso “continua”. Lo scritto appartiene a Claude Garcià, il timido studente dell’ ultimo banco, e descrive quel che avviene all’ interno della famiglia del compagno Rapha. Una famiglia “normale”, composta da una coppia di genitori borghesi – Rapha padre e Ester – e  da quell’ unico figlio adolescente che non si vergogna di quei due genitori che, ancora, passano a prenderlo a scuola.
Consapevole della propria attrazione per ciò che non possiede Claude diventa amico di Rapha, si introduce all’ interno della sua  “casa” e, in temi la cui conclusione richiama un serial televisivo,  ne descrive stanze, odori e relazioni.
Germain e Jeanne, incuriositi dal fascino sottile e malizioso che emana dalla lettura, si lasceranno condurre all’ interno della complessa rete di relazioni che si sviluppa tra Claude e ciascuno dei componenti del piccolo nucleo familiare – prima tra tutti Ester, suo oggetto di desiderio – ma che non mancherà di coinvolgerli anche in prima persona.

Questa la trama del penultimo lavoro del piu’ celebre tra i registi francesi dell’ultima generazione, François Ozon, talmente intrigante da rendere operazione complessa la scrittura dei pensieri stimolati della sua visione.
Osservazione, pensiero e scrittura costituiscono peraltro i punti di repere intorno ai quali si sviluppa la singolare vicenda dei due protagonisti: un uomo di mezza eta’, Germain, e un ragazzo di sedici anni, Claude. Scrittore fallito, professore deluso, marito tranquillo e senza prole il primo, adolescente senza figure di riferimento, acuto osservatore della realtà e potenziale scrittore di talento il secondo.

Germain ama la letteratura e attraverso le sue lezioni spera di riuscire a trasmettere la profonda conoscenza della natura umana che essa racchiude, ma la povertà di pensiero dei suoi allievi – specchio della cultura a base di “pizze e cellulari” in cui son cresciuti – ne delude le aspettative e ostacola, fino quasi ad annullarla, la loro capacità di apprendere e di comporre anche il più banale dei temi. Solo Claude, il ragazzo dell’ultimo banco, che osserva ogni cosa senza essere visto, si distingue per un innato talento nel de-scrivere la realtà che gli sta intorno e il pensiero che guida o consegue la sua esplorazione. Un pensiero insolito e allo stesso tempo familiare, capace di catturare l’attenzione di un uomo di mezza età e di sua moglie, Jeanne. Ogni suo componimento si conclude sempre con un enigmatico “continua” …

Questa breve premessa per introdurre il percorso associativo, tra i molti possibili, che mi ha condotto ad individuare nella scrittura il tema centrale del film, e nel rapporto che essa intrattiene con la realtà e l’immaginazione la chiave di lettura al mio commento: un percorso noto, ma aderente alla vicenda narrata e alle intenzioni del suo autore.
Per ammissione di Ozon “Nella casa”, di cui è regista e sceneggiatore, è un film sul processo della creazione artistica in generale e, proprio per tale motivo, avrebbe potuto intitolarsi, dati per gli innumerevoli riferimenti letterari e cinematografici che vi sono contenuti, anche “Nel libro” o “Nel film”.

In questo film la scrittura viene direttamente messa in scena grazie ad una raffinata soluzione cinematografica che permette di osservare Claude da due angolazioni diverse ma contemporanee: da un lato protagonista di una scena, dall’altro autore del tema che la descrive e a cui una voce narrante dà lettura. La voce, a seconda dei momenti, appartiene a Claude stesso, al professore o a sua moglie. Impossibile – o ininfluente – comprendere, quindi, il registro (reale o fantastico) in cui ha luogo la scena e identificare a chi appartiene quel desiderio che muove Claude e coinvolge, o forse cattura, una coppia di mezza età sino a modificarne la relazione.
Vedremo così il maturo Germain preda di un inatteso entusiasmo, che lo spinge prima a interrogarsi sul “genere” letterario dei componimenti (parodia, realismo, stilizzazione), poi a constatarne – con qualche nota di sprezzante delusione – la maggiore affinità alla logica televisiva del reality show che alla tradizione letteraria e, infine, a prodigarsi nel fornire al giovane Claude consigli su “come catturare l’ attenzione del lettore”.
A questo punto – vale a dire con l’introduzione di uno scopo estraneo alle intenzioni di Claude (attirare il lettore) da raggiungersi tramite uno strumento a lui bene noto (il desiderio) – il rapporto tra i due diviene “anche” qualcosa di diverso dal rapporto tra un professore zelante e uno studente di talento o tra un professore senza figli e un adolescente senza famiglia.
In un passaggio fondamentale osserveremo quindi Germain intento a dimostrare a Claude quel particolare conflitto – di cui disegna uno schizzo alla lavagna – che s’instaura tra il desiderio e gli ostacoli che si oppongono al suo soddisfacimento. Ostacoli che non derivano solo da uno scontro tra il soggetto e la realtà, ma anche da quella lotta che s’instaura tra il soggetto e alcune parti di Sé, ostacoli che Germain – profondo conoscitore della letteratura e, quindi, della natura umana – conosce tanto quanto uno psicoanalista.
Ma il desiderio, nominato per la prima volta quale strumento per alimentare l’interesse del lettore, è in realtà presente sin dall’inizio quale elemento che, variamente declinato, struttura le complesse dinamiche di ciascun personaggio e lo lega all’altro.
E’ un desiderio erotico, evocato attraverso il più antico dei sensi, il motore che spinge Claude prima a osservare “la casa” e poi a muoversi al suo interno “un odore ha attirato la mia attenzione, quell’odore così particolare tipico delle donne borghesi … lasciandomi guidare da quest’odore sono entrato nel salotto”.
E’ un desiderio voyeuristico quello che, a partire da questa frase, spinge Jeanne e Germain ad appassionarsi alla lettura di scritti che non prevedono lettori.
E’ un desiderio che contiene allo stesso tempo elementi edipici e narcisistici quello che lega il maturo professore al giovane allievo: un desiderio che porta con sé non solo spinte “mai tramontate” e aspirazioni in attesa di realizzazione, ma anche rallentamenti, improvvise frenate e cambi di direzione.
Per questo, a mio parere, la relazione che s’instaura tra i due protagonisti dopo la “lezione alla lavagna” rispecchia assai di più il modello del conflitto – ovviamente edipico, ma non solo – che quello, seppure plausibile, della relazione perversa che impone a un altro di agire la propria intenzione.

La stretta interdipendenza che inizialmente collega le azioni dell’allievo agli stimoli forniti dal professore viene, in un secondo tempo, allentata dalla parziale incuranza di Claude nei confronti dei limiti imposti da Germain, quasi a testimoniare che il desiderio, una volta messo in moto, può anche non tener conto della realtà esterna o spostarsi su un altro oggetto. L’elemento del limite – rappresentato anche da Ester (vale a dire dal suo oggetto di desiderio) nel momento in cui tenta di opporsi alla sua permanenza – viene ignorato da Claude. Egli vuole restare nella casa perché – come s’intuisce sin dall’inizio – deve fare esperienza di una “famiglia normale” e delle dinamiche edipiche che vi si sviluppano. Per soddisfare questa sua necessità lo vedremo quindi far abilmente leva sulle ambizioni del professore (“per continuare a scrivere e seguire i suoi consigli ho bisogno di continuare a osservare”) e su quel suo bisogno di accoglimento e protezione con cui cerca di intenerire i genitori del compagno. Con la loro “complicità” trascorre la notte “nella casa” e si aggira tra le sue stanze: vede l’amico Rapha agitarsi nel sonno, si domanda che cosa lui stia sognando, osserva i suoi genitori mentre fanno l’amore, pronuncia una frase misteriosa “Nelle notti di tempesta c’è forse un bambino che non abbia avuto incubi terribili? Che non abbia sognato almeno una volta di stare al caldo nel letto dei genitori?” e infine, si piazza nel letto di Ester e Rapha padre e… resta sveglio. Poi, in un giorno pieno di luce, seduce Ester all’interno di quella realtà che la sequenza notte – scena primaria – occhi aperti indirettamente ci suggerisce.

Appare quindi evidente che l’elemento del realismo, presente sia nelle intenzioni del regista sia all’interno della trama, fornisce un valido punto di appoggio per una chiave di lettura psicoanalitica.
Tuttavia il “realismo” che suscita il nostro interesse non coincide con quello letterario – evocato da Flaubert cui è dedicato il liceo in cui insegna Germain, messo in scena da “Il grande fratello” sulla scia del romanzo di George Orwell “1984” o implicito nello stile dei componimenti di Claude – quanto quello attinente all’unico oggetto d’interesse del metodo psicoanalitico: la realtà psichica. Una realtà che “non è l’insieme dei contenuti della vita psichica, ma ciò che vi è in essa di fondamentale – i desideri che la animano, portati alla loro espressione ultima e più vera (…), una realtà stretta fra realtà materiale e realtà psicologica, entro le quali si ritaglia, su cui si sostiene e su cui frequentemente si appiattisce confondendosi (A. Luchetti, 2013).
Una realtà entro la quale il desiderio edipico, e le fantasie ad esso connesse, riveste quindi un’importanza fondamentale.

In accordo con la concatenazione che sul piano psichico collega desiderio – fantasia – ostacolo – divieto – realtà vedremo Germain, assai preoccupato per l’evoluzione degli accadimenti appena descritti, suggerire a Claude di trovare un altro finale … un finale che stupisca il lettore, ma allo stesso tempo, costituisca l’unico vero finale che il lettore poteva immaginare … stupore e inevitabilità dell’accadere.
Osserveremo quindi Ester ristabilire i confini della realtà non solo comunicando a Claude la propria gravidanza e l’imminente trasferimento in Cina ma anche, e soprattutto, ricordandogli che lui è “solo” un bambino e che quel momento tra loro, anche se magico, non è mai esistito. Seguiremo allora Claude mentre “sposta” il suo desiderio altrove e si reca in casa del professore. Qui incontra Jeanne – diversa da Ester ma altrettanto affascinante – le restituisce i volumi che gli erano stati prestati, trova “Il bambino nella tempesta”, l’unico libro scritto da Germain, conversa con lei e, infine, la seduce ponendo fine alla loro relazione.
Nella scena conclusiva del film vedremo Germain, assai provato dalla perdita del lavoro e della moglie, intento a osservare la casa che gli sta di fronte … seduto con lui, nella stessa panchina che avevamo visto all’inizio, c’è Claude … insieme giocano, osservano le persone che abitano di fronte e fantasticano sul tipo di relazione che le unisce “C’è sempre un modo per entrare in casa di qualcuno … il professore aveva perduto tutto ma io ero sempre lì … continua”.

Ora, traendo spunto dalla coincidenza esistente tra il pensiero che accompagna Claude nella notte (Esiste forse un bambino che nelle notti di tempesta …) e il titolo dell’unica opera di Germain (“Il bambino nella tempesta”), è possibile ipotizzare che i due protagonisti rappresentino, di fatto, uno stesso personaggio o, meglio, il persistere nell’adulto (Germain) del desiderio infantile e del potenziale creativo che ad esso si collega (Claude).
Ipotesi che potrebbe ben accordarsi con quanto ci suggerisce anche il possibile collegamento tra la raffinata soluzione cinematografica con cui Ozon mette in scena la scrittura (vedi sopra) e quanto affermato in “Il poeta e la fantasia” (1907) a proposito del romanzo psicologico. In questo lavoro Freud sostiene che “il romanzo psicologico deve la sua particolarità in genere alla tendenza che lo scrittore moderno ha di scindere il proprio Io, mediante auto osservazione, in Io parziali, personificando in più eroi i conflitti che agitano la propria vita interiore. p.381) e che la fantasia – e il rapporto che essa intrattiene con tre tempi del desiderio – accomuna l’attività del sognatore a occhi aperti (che solitamente ha inizio durante l’adolescenza) e quella del poeta. L’unica sostanziale differenza tra le due attività consiste nel fatto che “il poeta addolcisce il carattere della sua fantasticheria egoistica alterandola o velandola; ci seduce con un profitto di piacere puramente formale, e cioè estetico (…) il vero godimento dell’opera poetica provenga dalla liberazione di tensioni nella nostra psiche. Forse contribuisce non poco il fatto che il poeta ci mette in condizione di gustare d’ora in poi le nostre fantasie senza alcun rimprovero e senza vergogna.” (p.383).

Concludo questo commento con un pensiero concernente il rapporto, solo accennato ma che fa da sfondo a tutto il film, tra cultura contemporanea e pensiero. Come ben noto la grande diffusione dei nuovi media ha profondamente modificato il nostro stile comunicativo poiché l’immediatezza e ubiquitarietà con cui si può stabilire il contatto si sostituisce alla profondità della relazione e al contenuto affettivo che questa può veicolare. Come recentemente affermato anche da L. Russo l’uso massiccio di telefonini e internet – seguendo modelli di relazione incorporei e non connessi all’interiorità del soggetto -contribuisce ad immiserire il linguaggio, ad isolarlo dagli affetti e dalle passioni del corpo e, conseguentemente, inaridisce il pensiero e lo priva di quella componente passionale che dovrebbe veicolare.
In tal modo è possibile stabilire una similitudine tra il lavoro dell’analista e quello svolto da Germain quando – costatata la povertà di pensiero dei suoi alunni – tenta di trasmettere la sua passione per il linguaggio poetico e simbolico… quel linguaggio che contiene il desiderio e la consapevolezza che, per soddisfarlo, è necessario far esperienza della relazione edipica e dell’attesa che essa comporta.

Bibliografia

A. Luchetti (2013) Editoriale “La realtà del messaggio” Riv. Psicoanalisi, 1.13, 5 -10

S. Freud (1907) Il poeta e la fantasia O.S.F, 5, 377-383.

L. Russo (2013) Un sms a Freud, La Repubblica 20 aprile 2013

Giugno 2013