Niente da nascondere

Dati sul film: regia di Michael Haneke, Francia, Germania, Austria, Italia, 2005, 117 min
 
 

Trailer: 

 

Trama 

Georges è un intellettuale che conduce un programma televisivo di critica letteraria. La sua vita tranquilla da buon padre di famiglia borghese inizia improvvisamente a scricchiolare. Il protagonista comincia a ricevere strani messaggi apparentemente ambigui: videocassette con immagini sue e dei suoi familiari ripresi di nascosto dalla strada, disegni infantili e violenti. Quando progressivamente il contenuto delle cassette diventa più personale, appare evidente che il mittente è qualcuno che lo conosce molto bene. Riemerge la storia di un bambino algerino (Majid) che viveva con la famiglia del protagonista durante l’infanzia e che aveva perso entrambi i genitori nella repressione violenta di una rivolta. I genitori di Georges volevano adottarlo, ma il loro figlio unico non voleva perdere i suoi privilegi affettivi.

La bugia conformista 

Il tema centrale del film è quello dei sensi di colpa di un uomo e di una nazione. L’occhio della videocamera che registra è, al contempo, quello dello spettatore, del regista e dei protagonisti. L’ambiguità dello sguardo (cosa si sta guardando/ chi sta guardando) viene sancita subito, già nella prima sequenza del film. Penso che l’occhio della telecamera nascosta sia come l’occhio di un giudice chiamato ad indagare su una realtà ambigua; in questo senso potremmo immaginarlo come il Super-Io persecutorio del protagonista (Georges). La sua colpa è quella di un bambino, ma ha conseguenze gravi. Gelosia, paura del diverso: inizialmente sembra solo la rimozione di un trauma infantile, ma l’ambiguità del personaggio, la strenua difesa del suo quieto vivere borghese fanno propendere – almeno da un certo momento in poi – per qualcosa di nascosto consapevolmente, una bugia conformista e compiacente che copre un’altra bugia, quella infantile.
La bugia, se non condivisa, diventa un “buio” dell’anima, un rimorso infinito senza riparazione. Il film e la vicenda del protagonista si muovono continuamente lungo un confine che riesce a confondere verità e finzione.
In questo dualismo l’unica verità incontestabile ed incontrovertibile è quella di una vendetta che viene dal passato.
Una bugia detta nell’infanzia sarebbe più che giustificabile per un bambino terrorizzato dal timore di dover condividere l’affetto dei genitori con uno sconosciuto bambino algerino. Eppure, si ha il sospetto che quel ricordo soffocato riveli debolezze e squallori: la codardia di una classe borghese perseguitata da rancori collettivi e privati. Nei ricordi che prendono forma nei sogni di Georges vi è certamente angoscia; il movente personale infantile è rappresentato da insicurezza e paura, ma quello familiare e sociale è impregnato di negazione. Georges, per dissuadere i genitori dall’adozione del piccolo Majid, aveva inventato che il ragazzino perdeva sangue dalla bocca e lo terrorizzava tagliando la testa al gallo e lasciandolo agonizzare davanti ai suoi occhi. Il film va molto oltre il ricordo rimosso della bugia infantile: assistiamo alle incomprensibili omissioni, al clima di tensione e di sospetto che invade la vita di Georges e della sua famiglia agiata e intellettuale. E’ la vergogna di un atto, seppur dettato da una reazione infantile, compiuto nel silenzio, con la collusione di una famiglia che non vuole veramente “sporcarsi le mani”.
La striscia di sangue emessa dalla bocca di Majid tormenta Georges sin dall’inizio, perché è anche la visualizzazione della conformistica intolleranza al diverso, pericoloso e contagioso. Georges bambino sa che questa bugia convincerà i genitori a far portare Majid in orfanotrofio, trascinato via con la forza, lontano dalla sua illusione di poter avere una famiglia. Il ricordo delle galline fastidiose sgozzate che perdono sangue dal collo e agonizzano ferocemente si sovrappone a quella del ragazzo algerino e dei disegni tormentosi. Come in Macbeth la colpa (assimilata col sangue) deve essere lavata.
Nella narrazione del film, la colpa non impedisce a Georges di fare la sua piccola scalata nella vita e nel successo. Egli sviluppa un falso sé e, attraverso il montaggio delle sue trasmissioni televisive, continua a manipolare la realtà.
Il film, a tratti, sembra una lunga seduta psicoanalitica con le sue sequenze silenziose. La piatta routine della vita del protagonista (e della famiglia) si muove sul filo: un piccolo sasso può incrinare la vetrata di casa, un occhio che spia dalle tende può far cadere la casa nell’oscurità, sfaldare le certezze, sfumare nel buio la verità.
La visualizzazione progressiva del misfatto (attraverso i disegni e le registrazioni) diventa infine l’alibi di Georges, che da artefice diventa vittima di una persecuzione e dirige su un capro espiatorio il peso che l’opprime. Dostojevskij, con le sue inimitabiliriflessioni su delitti e castighi, sembra lontano anni luce. In questo film domina la paranoia come strumento di proiezione della colpa per potersene liberare. Georges sembra pronto a tutto per salvare la sua “normoticità”, le cui gelide note emergono nella conversazione con la madre impassibile: “Ti ricordi di Majid?” le chiede il figlio, e lei risponde “Chi?”. Entrambi sembrano colludere sul fatto che le conseguenze delle loro azioni non liriguardano; i ricordi molesti vanno cancellati o alterati; la colpa è degli altri, peggio per loro se soccombono.
“Io ti credo. Sei tu che non mi credi”, constata il fratello mancato; “Io mi fido. Sei tu che non hai fiducia in me”, gli dice la moglie ingannata, che forse lo inganna a sua volta. La falsità è approvata dal buon senso, premiata dalla convenienza, ma si attacca alle facce dei personaggi, alla loro pelle, fino a diventare una seconda natura: Georges sospetta che qualcuno lo voglia incolpare d’un crimine, cioè proietta sugli altri ciò che lui stesso ha fatto, quarant’anni prima. Egli accusa falsamente qualcuno per trasformarsi da colpevole in vittima- giustiziere. 

Maggio 2013