Noi siamo infinito – 2

di Stephen Chbosky, USA, 2012, 102 min.

commento di Gabriella Vandi

“Ogni crisi è un processo evolutivo, una traversata.

Una modalità di cambiamento e di trasformazione”. (P.C. Racamier)

“Noi siamo infinito” è la storia di Charlie, un adolescente in difficoltà, provato da momenti di crisi e drammatiche separazioni. Protagonista e voce narrante del film, Charlie si trova a fare i conti con l’instabilità e l’incertezza, alla ricerca di una sua soggettivazione. La storia è ambientata nel 1991 nella periferia di Pittsburgh, dove il ragazzo si trova ad affrontare il primo anno di liceo in un momento delicato della propria vita, segnata dal suicidio del suo unico amico, Michael.

Lo spettatore capirà, nel corso del film, come questo lutto abbia determinato una crisi traumatica, compromettendo il delicato equilibrio psichico del ragazzo. Un vero e proprio terremoto, una frattura al senso di continuità, che ha scosso la sua esistenza dalle fondamenta. I familiari e il professore di letteratura sono preoccupati per lui e per il difficile ingresso nella scuola superiore, dopo la tragica esperienza subita. Charlie è piuttosto introverso, sensibile e intelligente, con spiccate qualità letterarie, tenute nascoste ai compagni di classe. Da subito il giovane viene emarginato, è deriso per la sua timidezza ed è vittima di atti di bullismo: vive un’esperienza di mortificante isolamento dalla quale si difende immergendosi nella lettura di romanzi.

L’assenza di relazioni, amplificata dal vuoto lasciato dall’amico suicida, lo spinge a scrivere lettere a una specie di compagno immaginario, un interlocutore interno, che lo accompagna forse nel difficile transito verso la sua individuazione, a cui confida: “Ho soltanto bisogno di sapere che là fuori c’è qualcuno che ascolta e che capisce… Ho bisogno di sapere che esiste gente così”.

All’adolescenza si collega ineludibilmente l’idea di crisi, parola la cui etimologia richiama il significato di separazione e scelta. In questo periodo della vita emergono più che mai il malessere e il senso di solitudine collegati all’esperienza di cambiamento.

La crisi adolescenziale, in effetti, implica una vera e propria trasformazione dell’identità: non solo ciò che Charlie guarda è nuovo (i nuovi compagni e la nuova scuola), ma l’Io stesso che guarda è diverso, perché il ragazzo non si riconosce più in quello che era prima e non è ancora in grado di anticipare quello che diventerà.

Françoise Dolto definisce ‘dramma del gambero’ il vissuto dall’adolescente che sperimenta, in questo periodo di vita, un’esperienza di cambiamento catastrofico, equivalente a una seconda nascita. Come il nascituro deve abbandonare la pancia della madre, tutelante e sicura, anche l’adolescente deve lasciare il protettivo guscio familiare e alcuni aspetti fisici e identitari, conosciuti e rassicuranti, per aprirsi al nuovo Sé che verrà fuori. 

Vi sono crisi che potremmo definire ‘fisiologiche’, che fanno parte della vita, e altre, come la morte di una persona cara, che hanno un carattere di drammatica eccezionalità. Sono queste crisi traumatiche che lasciano un segno doloroso e la percezione che nulla tornerà più come prima. 

Charlie vive un sentimento di estraneità, reso più inquietante dalla perdita subita. Insieme all’amico se n’è andata anche una parte importante del Sé che il ragazzino non è in grado di integrare, perché il lungo e doloroso processo del lutto non è ancora completato. Charlie non riconosce più il mondo che lo circonda, ma soprattutto non riconosce più se stesso: allo spaesamento esterno si somma la percezione drammatica di un desolante spaesamento interno.

Il campo e gli elementi del campo vanno rinegoziati e il tempo di questa rinegoziazione è il tempo della crisi. In ogni esperienza di cambiamento si sa quello che ci si lascia alle spalle, ma non si è in grado di anticipare ciò che potrà essere trovato.

Per non perdere la cognizione del tempo, il protagonista ha bisogno di contare i giorni che lo separano dalla maturità liceale: –“Mancano 1384 giorni”-, dirà il primo giorno di scuola; –“Mancano 1095 giorni”– segnalerà alla fine dell’anno scolastico. Il giovane, come un vecchio saggio, intuisce che esiste un tempo per il lutto, un tempo per il cambiamento e, infine, un tempo necessario per trovare un nuovo adattamento. Racamier descrive la crisi come un “processo specifico e globale di cambiamento consecutivo a una rottura di un equilibrio anteriore e con un risultato più o meno aleatorio”.

Questo processo richiede che l’Io lavori nello scorrere del tempo, per sperimentare l’esperienza del cambiamento.

Charlie non si scoraggia, è un adolescente determinato e curioso di misurarsi con gli altri. Intuisce quanto sia essenziale per la sua salute psichica trovare un amico, integrarsi nella nuova realtà scolastica. Stringerà amicizia con Patrick e con la sua sorellastra Sam, di cui s’innamora. I due nuovi amici lo inseriranno in un gruppo di giovani all’ultimo anno di liceo, dove il ragazzo farà esperienze nuove e travolgenti.

Stephen Chbosky, autore del romanzo e regista, ci introduce con notevole abilità nel mondo complesso e conflittuale degli adolescenti, toccando tematiche come suicidio, omosessualità, sesso, abusi e droga. I ragazzi che incontra Charlie sono anche loro adolescenti in difficoltà. Patrick, omosessuale, è stato allontanato dal padre, una volta scoperta la sua ‘diversità’, con cui deve fare i conti. I compagni di scuola lo isolano, soprannominandolo ‘Nessuno’. Anche lui, come Charlie, vive un disagio profondo, si trova a metà di un guado identitario che rischia di inghiottirlo.

La droga e l’alcol sono sostanze che cercano di sostituire le parole, sono assunte per coprire un vuoto interiore, un vuoto d’amore, la percezione di essere diversi e soli. Consumare queste sostanze in compagnia permette al gruppo di sperimentare una sensazione di euforia, di benessere e di affrontare la solitudine. Anche Sam ha bisogno di questo: è un’adolescente carina e intelligente, ma troppo insicura per farsi rispettare dai ragazzi che la fanno ubriacare alle feste e approfittano di lei. Abusata sessualmente dal capo del padre, ha sviluppato una scarsa autostima e mantiene relazioni svalutanti, accettando “l’amore che pensa di meritare”. Attraverso l’alcol cerca di soffocare la malinconia e di procurarsi un’effimera sensazione di sicurezza.

Charlie dal canto suo comincia a farsi meno timido, ma entra in un ingorgo di sensazioni ed emozioni che lo fa ‘collassare’, fisicamente e psicologicamente: si genera un drammatico blackout, una sorta di rottura psichica, nella mente del ragazzo che sarà ricoverato in una clinica psichiatrica. Questa rottura è provocata dal riemergere progressivo di ricordi relativi ad una zia, Helen, a lui molto cara, morta in un incidente quando era piccolo. Sono ricordi inquietanti e insopportabili. Charlie aveva tenuto nascosto, anche a se stesso, che Helen abusava di lui e poi gli sussurrava: –“Sarà il nostro piccolo segreto!”-.

Alla tematica degli abusi infantili è stata dedicata una grande attenzione da parte degli psicoanalisti. Ferenczi, nel suo scritto “Confusione delle lingue tra adulti e bambini” (1932), mette in evidenza il ruolo fondamentale assegnato alla ‘confusione delle lingue’, dove il linguaggio della ‘tenerezza’, parlato dal bambino, viene confuso e scambiato per linguaggio della ‘passione’, agita dall’adulto. Quando il familiare o la persona amata e idealizzata scambia i desideri di tenerezza del bambino per desideri erotici, caratteristici di una persona sessualmente matura, produce nella mente infantile effetti traumatici che ostacoleranno la costruzione di una sana fiducia relazionale e freneranno il movimento del bambino verso le relazioni future, consolidando le basi per un’identità fragile e sofferente, gravata dal senso di colpa e dall’identificazione con l’aggressore.

Charlie non solo è traumatizzato dall’emergere del ricordo degli abusi subiti, ma rimane schiacciato dai sensi di colpa verso la zia, legati alla riattivazione del trauma, per cui teme di aver danneggiato lui stesso l’oggetto d’amore idealizzato.

Spesso la segretezza con cui le azioni di abuso si perpetuano e la richiesta di omertà non consentono il formarsi di una rappresentazione dell’accaduto, impedendo alla vittima di comprenderne il significato. In questi casi il bambino si ritrova solo, appesantito da un tremendo segreto che alimenta un vincolo perverso con il suo abusatore.

Al piccolo Charlie non era rimasto che dimenticare, come estremo tentativo di sopravvivenza. Il costo di questa rimozione era stata una mutilazione dell’identità.

“C’è molto dolore… Come posso smettere di vederlo?. Sarà in grado di confidare alla terapeuta che si prende cura di lui. Anche Charlie, come i nostri pazienti, ha bisogno di sentire accanto una persona che lo sappia capire e lo accompagni nel delicato processo di conoscenza di sé. Nel lavoro analitico risulta, infatti, estremamente importante costruire insieme al paziente una narrazione dell’evento traumatico subito. Condividere e attraversare insieme le emozioni, può sbloccare quegli aspetti sofferenti, prima rimossi, permettendo alla persona di liberarsi dalle fantasie che la tormentano.

La terapeuta, con tatto e sensibilità, aiuta il giovane protagonista a capire e gli offre una possibilità di riscatto dalle ferite subite: “Non possiamo scegliere da dove veniamo, ma possiamo scegliere dove andare da lì in poi”.

Charlie esce dalla clinica rafforzato, desideroso di riprendere il percorso di crescita interrotto dalla malattia e capace di affrontare in maniera più equilibrata i sentimenti dolorosi.

Il regista suggerisce allo spettatore una possibile chiave di lettura dell’esperienza adolescenziale: si tratta di uno straordinario passaggio di vita che richiede di lasciare le esperienze conosciute (il corpo e le abitudini precedenti) per incontrare il nuovo Sé che ne sta emergendo. È un perdersi per ritrovarsi che richiede un tempo: quello del ritiro, momento di solitudine necessario a incubare la parola perché il pensiero possa trasformarsi in esperienza metabolizzata verso un sano processo di soggettivazione.

Questa esperienza può essere vista come l’ingresso e l’attraversamento di un tunnel, immagine altamente simbolica utilizzata come metafora dal regista.

La crisi adolescenziale di Charlie, resa più drammatica dalle penose esperienze subite, diventa occasione di cambiamento che gli permette di mettersi in contatto con la ricchezza delle sue emozioni, con le straordinarie potenzialità del suo essere e di gridare, alla fine del film: “In questo momento noi siamo infinito!”.

Bibliografia

Dolto F. (2005). “Adolescenza. Esperienze e proposte per un nuovo dialogo con i giovani tra i 10 e i 16 anni” Mondadori.

Ferenczi S. (1932). “Confusione delle lingue tra adulti e bambini”. In Fondamenti di psicoanalisi, vol.3°, Guaraldi, Rimini, 1974.

Racamier P.C. Taccani S. (2010). “La crisi necessaria. Il lavoro incerto”. Franco Angeli, Milano.

Novembre 2013