Non dico altro (Enough Said)

Regia di Nicole Holofcener, Stati Uniti, 2014, 93 min

Commento di Rossella Valdrè

Segnalato all’ultimo Festival del cinema di Toronto, questo piccolo, eccellente film scritto e diretto da Nicole Holofcener, rischia presso le nostre sale di passare veloce e inosservato. Perché? Credo perché, come immaginava il titolo dell’iniziale progetto produttivo, è sostanzialmente una “likely story”: una storia d’amore (per semplificare e per darvi un genere) del tutto verosimile, banalmente realistica. Attori, tutti bravissimi, tipici del circuito del cinema indipendente americano (che mosse i suoi primi passi nella grande distribuzione col Sundance Festival), facce note ma non divistiche; una trama esile, facile, nella quale molti possono identificarsi; dialoghi perfetti (con qualche eco alleniana) ma perfetti proprio in quanto la Holofcener è acuta nell’evidenziare gli inciampi della parola, le frasi fuori posto nel tentativo ossessivo di essere divertenti (“sono stanco di dover essere divertente”, ammette infatti Albert, il protagonista), i luoghi comuni delle conversazioni inutili, quelle che riempiono il vuoto e un titolo, infine, che soprattutto nella traduzione italiana (letteralmente Si è detto tutto) lo affossa ancor più nell’anonimato.
Una storia tra le tantissime, dicevamo. Albert e Eva, di mezza età, sono due single di ritorno, reduci da un primo matrimonio finito, spaventati dall’incipiente solitudine che ora si amplifica con la partenza delle figlie adolescenti per il college (tutte femmine, con la tipica leggera adultizzazione di molti figli di separati ‘civili’, costretti a farsi un po’ troppo carico delle frustrazioni dei genitori), massaggiatrice lei, catalogatore televisivo lui, il tenero e compianto James Gandolfini, attore di origine italo-americana (noto soprattutto per la serie televisiva I Soprano) di recente morto poco più che cinquantenne a Roma. I due si conoscono a un party (sembra che in California non si faccia altro…), si piacciono, e nonostante le profonde e reciproche paure di un nuovo fallimento cui, soprattutto lui, “non resisterei” le confida candidamente, cominciano a frequentarsi. Ma l’intelligente e divertente espediente narrativo di far sì che proprio una delle affascinanti nuove clienti di Eva sia l’ex moglie di lui, scombina un po’ le carte in gioco….

Non è tuttavia su questo, facilmente prevedibile nei toni della commedia, su cui vorrei soffermarmi, ma piuttosto sul registro sottostante, sulla tela di fondo di uno spaccato contemporaneo tratteggiato con finezza e umanità, curatissimo nei dettagli e, nonostante si sorrida e persino si rida spesso, è venato da una sottile, continua amarezza. Non casuale la scelta della California, nelle assolate villette tutte uguali dell’immensa periferia di Los Angeles, e certamente non casuale la felice scelta di Gandolfini, qui al suo penultimo film.

gandolfini

Nell’edonistica, ricca California, il corpo grasso di Gandolfini (Albert) appare fin dall’inizio del tutto fuori posto; lo nota subito Eva (anche lei continuamente tentata dai dolci che l’ex marito, colpevolmente, le lasciava a portata di mano), era insopportabile alla sofisticata ex moglie così come il suo disordine, e ingombra il letto dei loro primi incontri e lo spazio filmico con la sua triste goffaggine. Il corpo, peraltro, è soggetto centrale nel film: Eva massaggia corpi (è scena d’apertura l’insopportabile alito di una cliente), del calore che il corpo sensuale emana si ha bisogno ma se ne ricercano le inevitabili imperfezioni, sempre più evidenti con l’età, il corpo divenuto uno dei metri di misura che mai, come nella contemporaneità, assume un significato determinante: i segni della fallibilità dell’altro. Della sua debolezza, del suo irriducibile non corrispondere mai all’ideale immaginato, incarnazione di quello scarto che, con le sue diciture apparentemente enigmatiche, Lacan condensava nel dire che tra uomo e donna “non c’è rapporto sessuale”. La sessualità umana è cioè segnata dal suo irriducibile fallimento, dal suo non-incontro: è possibile la comunicazione all’interno dello stesso sesso (le donne sono amiche, gli uomini ammiccano di reciproca comprensione l’un l’altro), ma non tra i sessi. Qui l’altro resta altro da sé, col suo mistero, portatore di una soggettività con la quale inevitabilmente, e soprattutto il matrimonio, si scontra, dolorosa e banale al tempo stesso. Le varie coppie del film, come nella vita e a differenza di certi pessimi drammoni italiani, perché si lasciano? Per l’insostenibile banalità del quotidiano: non ci divertivamo, non abbiamo quasi mai riso insieme, perché l’ex moglie non sopportava l’abbuffarsi di Albert e la cipolla, perché mi lasciavi il pane in giro e vuol dire che non mi proteggevi, perché non usavi il comodino….Sì, nel novanta per cento dei casi ci si lascia così, per il ripetersi castrante di queste fallibilità, di questi segni dell’altro che, soprattutto la donna e la donna contemporanea, non tollera. Mentre ai mariti (per passività o per pazienza o per terrore ancora più grande della solitudine…) sembra andar bene tutto pur di quietare, come nella simpatica diatriba della coppia di amici con la domestica cui lui ‘perdona’ tutto, alle mogli contemporanee non va bene nulla, attentissime a ogni inciampo, a ogni sbavatura rispetto a quanto, inizialmente ma soprattutto nella fantasia, si sarebbero aspettate.E’ un ‘perdente’, nel ricordo dell’ex moglie, è non c’è giudizio più tranchant, non c’è errore, fantasma più infrequentabile, per la donna occidentale contemporanea rispetto a un uomo (assai raro invece il contrario, che un uomo perda il desiderio perché lei è una perdente, aggettivo che non si qualifica mai al femminile nella fantasia maschile).

Non casuale certo anche l’ambientazione, come detto, californiana. Se posso richiamare un piccolo inciso personale, che vedendo il film mi è subito tornato in mente, ricordo la California come uno dei posti più noiosi che abbia conosciuto. Non tanto per i motivi spesso menzionati (interminabili distanze e via dicendo che, anzi, per un europeo sono piuttosto intriganti), né ovviamente dimentico le sue eccellenze (il miracolo della Silicon Valley, alcuni magnifici musei, la legislazione evoluta…), ma per la sua prevedibilità e una certa stereotipia: un clima ogni giorno uguale al precedente (nebbia mattino e sera, sole nelle ore centrali), villette con giardino e auto davanti tutte uguali, pochissimi passanti, uno stile di vita che accentua – come il film mostra bene – la percezione della solitudine e si restringe all’ambito dei soliti amici, delle cene in casa di uno o dell’altro…dove sono i cinema, i teatri, dov’è il caos dell’umanità in quei complessi residenziali che lo scrittore Richard Yates (pur riferendosi a analoghi panorami del Connecticut anni ‘60) chiamava “…invincibilmente allegri … paesi dei balocchi”?
Il film sceglie tuttavia la chiave intimistica del racconto, l’esplorazione dei caratteri, dei personaggi, affida alla parola e alla sceneggiatura lo snodarsi di questa “likely story”, una storia qualunque, di gente normale, dove ci lascia senza clamore per un quotidiano banalmente insopportabile, che traduce in dialoghi brillanti la complessa sintesi lacaniana, quell’“impossibile” che è l’incontro tra i sessi. Lo sfondo sociale è lasciato, appunto, sullo sfondo, ma è parte integrante ed essenziale della narrazione, tanto da avervi associato liberamente, come mi succede sempre mentre e dopo aver visto un film che mi ha colpita, ricordi e sensazioni del tutto personali, e perciò opinabili. E’ vero che i bisogni e i desideri umani sono universali, ma si contestualizzano diversamente nei diversi luoghi: il mito della forma fisica impera anche, ad esempio, nella New York più glamour, ma si mescola a quella miriade di altra umanità già descritta di recente per il Tribeca (v. link), il clima è imprevedibile, il traffico caotico, e anche se personalmente non dormo se non a un piano di albergo superiore al ventesimo, amo le sue umanissime contraddizioni e sopporto ogni scomodità, tanto quanto mi sentivo sola e persa nella perfezione ridente, prevedibile e uniformante di Santa Monica. Un po’ come l’irriducibile newyorkese Woody Allen quando, in un’altra mia associazione spontanea al non vedere altro che spostamenti in macchina, arrivò a Los Angeles in Io e Annie nel tentativo di recuperare la sua Annie, e si ritrovò solo con “un’atrofia alla gambe per non essere mai sceso dall’automobile”.

Siamo nei toni della commedia, abbiamo detto, seppur agrodolce, seppur amara, e Albert ed Eva riusciranno comunque a cucire il loro incontro come un abito finalmente adatto a loro, resistendo alla tentazione di voler cambiare l’altro, di volergli sottrarre proprio quella fallibilità (il corpo grasso di lui) che era stato il motore della tenerezza e dell’interesse. Riescono a correre il rischio, a osare.
Una parola ancora su Gandolfini, come detto scelta molto precisa in un film che sotto l’apparente banalità non trascura alcun dettaglio, un’altra associazione libera sui “grassi”, ormai pochi, del cinema contemporaneo. Il ‘grasso’ di Albert va segnalato, anch’esso, per la sua assoluta mediocrità: non lo si distingue da altri, non evoca nessun immaginario. Non la gag comica dei vari Ollio o Pinotto del passato, non la sofferta irrequietezza del compianto Seymour Hoffman (v link commiato), nemmeno le atmosfere spesso sospese, magiche del nostro Battiston. No: Albert era un bambino chiuso in camera a vedere la televisione, di cui, infatti, diventerà cultore, protetto dal grasso della sua solitudine, nessuna epica, nessun esplicito psicologismo di maniera per ‘riempire i vuoti’, un non-bello tra i tanti, che vorrebbe, a fatica come tutti noi, “essere amato così come sono”….

Da un autore diversissimo – per stile, provenienza e cultura – un bellissimo incipit di Walter Siti recitava:

“Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa”.

(da: Troppi paradisi, 2006)

maggio 2014